“Arlecchino in oriente, tra maschere e tradizione”

 di Valentina Merlo

 

«The roots are closer than the fruits», le radici sono più vicine dei frutti. E’ forse questa la frase più adatta per provare racchiudere in poche righe questo viaggio dal sapore carnevalesco, un viaggio breve ma che ha permesso agli spettatori di riscoprire la bellezza della sapienza artigiana. Si è svolta il 18 giugno, presso il polo culturale Villa Phamphili di Roma, la conferenza spettacolo Arlecchino in Oriente di e con Marco Luly.  Un evento prezioso, che ha reso onore alla commedia dell’arte, incoronandola finalmente pietra miliare del teatro di ogni tempo.

A seguito l’esposizione delle maschere balinesi realizzate dall’artigiano Giancarlo Santelli e lo spettacolo Antigone Pop (regia e drammaturgia di Carlo Boso con Giulia Bornacin, Emanuela Bolco, Claudio Ciannarella, Andrea Corvo, Viviana Simone e Giovanni Solinas). In questo piacevole pomeriggio, circondato da un atmosfera a metà tra New Hollywood e stile pompeiano, nella corte di un palazzo storico, Marco Luly si è fatto voce narrante del racconto dei racconti (Tale of Tales, per citare Garrone) ma qui siamo ben lontani da luci, riflettori e altri tipi di finzione scenica per approdare ad una dimensione recitativa dove a governare è il cuore mentre il corpo danza al suo sfrenato ritmo. 

Le maschere esposte su due lati del palcoscenico, come ad accompagnare il maestro, da buoni servi e colombine che si rispettino, sembrano quasi spiriti bambini che si divertono con poco, ora tramutandosi in buffi animali, ora cantando alla luna le loro disperate avventure e magari mangiando una briciola di pane a tradimento. E’ stato interessante notare, ancora una volta, come l’arte teatrale sia magistralmente in grado di riappacificare le culture e di unire gli animi. Essa crea quasi una sorta di zona grigia tra gli orrori delle guerre annullando così, se pur per un attimo, ogni forma di cattiveria umana. Attraverso una semplice improvvisazione, racconta il maestro, si può tornare a credere che sopravviva ancora nell’uomo il germe degli antenati, quello della solidarietà. 

Servi, Padroni, Zanni e Colombine, tra cui le celebri maschere di Arlecchino, Pulcinella e Pantalone si rivelano come tipi fissi in grado di denunciare, attraverso il genio artistico e la tecnica attorica, i problemi che affliggono da sempre la società; la fame, la schiavitù, l’avarizia. Le radici sono più vicine dei frutti, frase citata all’inizio di questo articolo, è a tal proposito un’ottima metafora per sottolineare quanto oggi il teatro abbia bisogno di tornare ad essere scoperto; è solo partendo dalle radici infatti, che i giovani conoscono se stessi e mettono alla prova il loro potenziale. Antigone Pop, lo spettacolo conclusivo del laboratorio sulla commedia dell’arte, si rivela invece come un gioco tragicomico ben riuscito. Se è vero, come diceva il grande Eduardo, che il teatro nasce per le strade, guardando i volti della gente e curiosando nelle loro vite, è anche vero che esso è come la musica, cambia le persone e spesso le salva. Una qualche forma di denuncia sociale vive forte nelle parole di Creonte (Claudio Ciannarella  che è anche narratore) che tuona contro il pubblico incolpandolo del famigerato male del servilismo. Viviana Simone veste discretamente e un po’ alla maniera accademica i panni dell’eroina Antigone, che sacrifica se stessa in nome della giustizia ma anche quelli della narratrice.

Emanuela Bolco è invece Giocasta, madre di Edipo, Antigone ed Ismene, una donna che si suicida dopo aver scoperto l’incesto. L’attrice veste inoltre i panni di Euridice (moglie di Creonte e mamma di Emone). A questo personaggio viene data particolarmente attenzione al momento della resurrezione, in cui ella migliora nettamente voce e postura del personaggio tramutandosi in una mamma dark. Andrea Corvo si rivela interessante nell’espressività e forse adatto al ruolo ambiguo ed enigmatico di Tiresia (interpreta poi i ruoli di Eteocle, Iurgos e vari personaggi di servizio) Nel complesso lo spettacolo, che abbatte con piacere la quarta parete, tocca la commedia dell’arte con tanti momenti da corifeo greco (tra cui il più interessante quello di Antigone che canta facendosi scorrere tra le dita i granelli di sabbia, come a simboleggiare la terra di sepoltura).

Giulia Bornacin è Ismene, la sorella minore di Antigone che nasconde, sotto la maschera della frivolezza, una grande solitudine interiore. Giovanni Solinas inoltre interpreta Polinice, Emone e vari personaggi di servizio. Anche qui torna prepotente la frase del maestro Luly, le radici sono più vicine dei frutti, come a prova del fatto che solo toccando con mano il sacrificio del lavoro su se stessi, solo assaporando l’incanto del viaggio in posti sconosciuti, con  occhi nuovi e nessun pregiudizio, l’uomo curioso della vita sarà in grado di ricevere il dono della pace interiore. Iniziative come questa si rivelano, in una società sempre più dinamica e alla ricerca dell’eccesso, come promotori di una salvifica riscoperta della bellezza della nostra terra e delle tradizioni affinché queste non vengano spazzate via per sempre.

 

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