La Grazia e la Tempesta: Pattie Boyd, la Musa silenziosa del rock
Se fossimo ancora immersi nell’universo classico, oggi potremmo parlare non tanto del prodotto artistico o del suo autore, quanto piuttosto della Musa ispiratrice. Ma la storia del rock concede, per fortuna, qualche via di fuga dalla stretta realtà, permettendoci di superare certe ritrosie e di affrontare, una volta tanto, un argomento che, più che originale, sembra ormai desueto.

C’è una storia che gira tra le pieghe della memoria collettiva e che vale la pena approfondire, perché ha a che fare non solo con brani musicali famosissimi, ma con il senso stesso del desiderio e dell’incendio creativo.
Siamo nella primavera del 1964: sul set frenetico di A Hard Day’s Night, tra la polvere dei riflettori e l’isterismo di una beatlemania all’apice del suo vagito, muove i primi passi una ragazza di vent’anni. Ha un sorriso timido, gli occhi di una sfumatura d’azzurro trasparente e profonda e una rigida frangetta bionda. Si chiama Pattie Boyd e lavora come modella a Londra.
George Harrison, il chitarrista “silenzioso”, la nota tra la folla delle comparse. Gli basta un’occhiata per smaltire quella sua scontrosità endemica: le chiede di uscire. Lei, inizialmente legata a un altro compagno, rifiuta con compostezza. Ma al secondo tentativo cede. Non sta solo dicendo di sì a un invito a cena, sta involontariamente varcando l’ingresso della mitologia contemporanea. E in certe storie, una volta varcata la soglia, si è già nella leggenda. Un paio di anni dopo Pattie e George si sposano.
Per lei, Harrison, compone Something, una ballata densa e così bella da collocarsi subito nell’Olimpo delle melodie struggenti della band, ma per uno come lui perfino sfrontata, tanto che scriverà in un verso “Qualcosa nel suo modo di muoversi mi attrae come nessun’altra amante…”. Frank Sinatra è stato tra gli estimatori del brano, che definì “La più grande canzone d’amore degli ultimi cinquant’anni”. Ma la Boyd si rivela da subito non soltanto un’icona visiva da copertina o la figura decorativa, possiede una marcia in più: è un catalizzatore spirituale. È lei a spingere Harrison – e di riflesso l’intero quartetto di Liverpool – verso la meditazione trascendentale, propiziando quel viaggio in India che ridisegnerà indelebilmente le sonorità e la filosofia del rock occidentale.
E non è tutto qui il miracoloso potere evocativo di quella che abbiamo definito Musa (a sua insaputa). Tutto risiede nell’ olimpica predisposizione della bellezza di Pattie a suscitare tempeste emotive devastanti negli uomini che le vivevano accanto (o le capitavano a tiro). Meglio se artisti.
Eric Clapton, un altro virtuoso della chitarra, amico intimo di Harrison e frequentatore assiduo della loro casa, cadde in una voragine passionale da cui non uscirà per anni, fino a sfidare il sentimento di amicizia e il conseguente strascico del tabù. Una storia di sguardi e intese sotterranee, pronta a diventare ossessione bruciante, un tormento segreto e vorace capace di consumarne la mente e di farsi ancora prodotto musicale nel 1970, con l’incisione di Layla. Non è una semplice canzone d’amore: è un urlo disperato, una supplica all’amata, un capolavoro nato dalle viscere di un uomo lacerato dal conflitto tra la fratellanza per George e la febbre per Pattie. Dirà qualche anno più tardi che l’ispirazione non derivava da Pattie, ma da un’antica storia di passione persiana che aveva letto. Ma, si sa, la vertigine dell’amore, più che inginocchiarsi al confessionale, preferisce esercitarsi nello sviamento della metafora.
Il matrimonio tra Pattie e George per la verità è prossimo al capolinea, complice le troppe distrazioni del beatle e, due anni dopo il loro divorzio, Eric sposerà Pattie. Per lei, il chitarrista scriverà un altro classico immortale, Wonderful Tonight, un brano subito diventato iconico, con un testo niente affatto speciale perché racconta un’ordinaria sera di sguardi persi nei preparativi di Pattie nell’imminenza di una festa. Ancora lei musa, ignara che quelle semplici pose da toilette si apprestassero a trasferirsi in qualcosa di eterno nel panorama musicale.

Dopo dieci anni, a passione tramontata, ciascuno avrebbe preso la propria strada e lei, la modella contesa di Londra, si sarebbe dedicata alla fotografia e a legami tranquilli. In una intervista recente confessa di sentire di quando in quando l’antico amore Eric, magari solo per condividere la notizia del decesso di un comune amico, dandosi appuntamento al necrologio successivo.
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A Hard Day’s Night – Regia: Richard Lester; Sceneggiatura: Alun Owen; Fotografia: Gilbert Taylor; Musiche: John Lennon, Paul McCartney (Dir. George Martin); Cast: J. Lennon, P. McCartney, G. Harrison, Ringo Starr, W. Brambell; Produzione: Walter Shenson – 1964.
Something – di The Beatles – dall’album Abbey Road – EMI, Apple Records – 1960
Layla – di Derek and the Dominos – scritto da Eric Clapton e Jim Gordone – dall’album Layla and Other Assorted Love Songs – Atco – 1970
Wonderful Tonight – di Eric Clapton – dall’album Slowhand – RSO – 1977





