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Escaped Alone: il giardino dei paradossi

Escaped Alone di Caryl Churchill esplora con toni nichilisti la natura surreale dell’esistenza e la fugacità dell’arte, specchio della condizione umana.

Escaped Alone segna il ritorno in scena nella storica cornice del Teatro Valle di Roma, restituita al pubblico nell’ottobre 2026 dopo dodici anni di chiusura e un lungo intervento di restauro. È dunque doveroso partire dai ringraziamenti rivolti dalla compagnia al pubblico, che sembrano già anticipare il clima conviviale e familiare dello spettacolo. Si instaura così un sottile parallelismo metateatrale tra l’opera di Churchill e la sua platea: come le protagoniste ritrovano nel giardino uno spazio di incontro e condivisione, così gli spettatori tornano ad abitare il proprio rifugio culturale, ritrovando un luogo di appartenenza e di immaginazione.

La vicenda ruota attorno a Sally, Vi e Lena, che legate da una lunga amicizia, accolgono nel loro piccolo mondo la Signora Jarrett, nuova arrivata nel quartiere. Sullo sfondo di un mondo post apocalittico, nasce una conversazione vivace e imprevedibile, attraversata da improvvisi slittamenti emotivi, divagazioni e pensieri che si accavallano in un flusso incessante, restituendo tutta la spontaneità dei rapporti quotidiani.

L’opera di Caryl Churchill, drammaturga britannica che, da Top Girls ad A Number, ha saputo scandagliare con sguardo lucido e critico le contraddizioni della contemporaneità, dal progresso tecnologico all’identità femminile, dalla dimensione privata alle derive della società, riprende e rilancia la tensione post-apocalittica già esplorata in Far Away, facendola irrompere nel microcosmo domestico di un giardino abitato da quattro amiche. A incarnare visivamente la natura di Escaped Alone è proprio la scenografia, firmata da Marco Rossi e Francesca Sgariboldi, in dialogo con gli ambienti visivi di Maddalena Parise: uno spazio sospeso tra ossimoro e paradosso. Un giardino delimitato da un piccolo labirinto di siepi, arredato con sedie e tavolini da tè, che richiama un immaginario naturalistico e domestico. Eppure, proprio la sua composizione artificiosamente perfetta restituisce una sensazione di straniamento, come se quell’idillio nascondesse qualcosa di irrimediabilmente fuori posto. Il cortocircuito visivo si compie alzando lo sguardo: al posto del cielo, un enorme schermo proietta pubblicità futuristiche, trailer e visioni paradisiache. Il paesaggio naturale cede così il posto a una realtà mediata, artificiale e inquietante, in cui la minaccia della fine del mondo si insinua silenziosamente nella rassicurante ritualità dell’ordinario.  

Queste situazioni paradossali e ambivalenti trovano ulteriore espressione nella drammaturgia di Churchill, che intreccia con apparente leggerezza mariti, nipoti, vicini, gatti, battute e provocazioni. Ne scaturisce un chiacchiericcio fatto di aneddoti, divagazioni e ricordi, un flusso di coscienza dialogico in cui pensieri e racconti si susseguono, si interrompono e si richiamano senza mai perdere del tutto il proprio filo. Le quattro voci conservano la loro individualità, ma talvolta si amalgamano fino a comporre un’unica voce corale: non una sovrapposizione confusa, bensì una conversazione collettiva che sembra scaturire da un solo pensiero.

La natura immersiva e colloquiale della scrittura restituisce così allo spettatore la sensazione di trovarsi davvero in compagnia di quattro amiche, seduto con loro in un giardino, durante un interminabile tè pomeridiano. Ma è proprio questa apparente inconsistenza del quotidiano a innescare una riflessione più profonda sul ruolo dell’arte. Che cosa rende artistico un racconto? Può esserlo anche la rappresentazione del nulla, della ripetitività e della dimensione più insignificante dell’esistenza? In Churchill, sembra essere proprio l’aderenza a questa cornice naturale, la capacità di restituire sulla scena la spontaneità di una conversazione qualunque, a trasformare il banale in materia teatrale. La futilità, dunque, non coincide con l’assenza di significato: diventa esso stesso una forma attraverso cui interrogare la condizione umana.

A questo sistema di contraddizioni si aggiungono i continui cortocircuiti culturali disseminati nel testo: dai richiami a Smells Like Teen Spirit dei Nirvana alle partite di baseball giocate dalle protagoniste, riferimenti a un immaginario giovanile che irrompe nel mondo di quattro donne di mezza età, contribuendo a generare un senso di ambivalenza e straniamento. Ancora più paradossale è la figura della Signora Jarrett, la cui presenza, a tratti quasi coreutica, spezza improvvisamente la placida ritualità delle conversazioni pomeridiane con inquietanti incursioni in scenari post-apocalittici, accompagnate da una voce profonda e perturbante.

In questo universo di contrasti, la regia di Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni si muove attraverso un impianto rigoroso e misurato, che trova però il proprio contrappunto nella libertà espressiva delle interpreti. Sono proprio le attrici, con la loro capacità di assecondare i repentini cambi di registro del testo, a incrinare continuamente quell’apparente compostezza, lasciando spazio a monologhi surreali e debordanti, come quello dedicato alla fobia dei gatti. Ne nasce una tensione costante tra controllo e dismisura, quotidianità e assurdo: la stessa ambivalenza paradossale che attraversa e definisce l’intera opera.  

Escaped Alone conferma ancora una volta come Churchill non abbia bisogno di raccontare qualcosa di straordinario per fare teatro. È proprio il gesto di portare in scena il quotidiano, nella sua apparente insignificanza, a trasformarlo in materia artistica e immaginifica. In fondo, non è forse questo il teatro stesso? Un gruppo di persone che si riunisce attorno a uno spazio condiviso, e ritrovato, per ascoltare storie, riconoscersi in esse e, per un momento, lasciarsi trasportare altrove.

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Escaped Alone di Caryl Churchill – traduzione Monica Capuani – un progetto di lacasadargilla – regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni – dramaturg Margherita Mauro – con Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio e Alice Palazzi – paesaggi sonori e ideazione spazio scenico Alessandro Ferroni – drammaturgia del movimento Marta Ciappina – scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi – ambienti visivi Maddalena Parise – drammaturgia delle luci Luigi Biondi – costumi Anna Missaglia – accompagnamento alla ricerca Marco D’Agostin – assistente alla regia Matteo Finamore – produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e Teatro di Roma – Teatro Nazionale – diritti di rappresentazione a cura dell’Agenzia Danesi Tolnay – Teatro Valle, dal 23 ottobre al 1 novembre 2026 

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