Dal fondo di un baule un’altra delle innumerevoli storie che il Fringe ha voluto regalare. Allo spettatore il dono di un racconto di vincoli ed etichetta sociale.
Iniziamo con il dire che un museo può essere convertito per breve tempo in spazio teatrale. Come si dice: volere è potere. Tutto è possibile se si vuole. Tutto è possibile se si intende ospitare per due settimane la già terminata quinta edizione del Fringe catanese e internazionale, sotto il magistero artistico di Renato Lombardo e Francesca Vitale.
Quale occasione migliore per lasciar visitare un gioiello collezionistico di grande valore, purtroppo un po’ periferico e fuori mano, geograficamente lontano dalla zona centrale. Se la distanza lo ha da sempre penalizzato, la presenza di una rassegna di teatro e l’allestimento di cinque spettacoli, lo hanno, invece, reso noto. Ed è così che anche la Galleria Mendola ha partecipato al circuito di luoghi scelti dal festival per la messinscena e la rappresentazione.
Per rappresentare, però, dalle fondamenta bisognava partire. Di sana pianta un palco da costruire. Un palco che in precedenza non c’era mai stato. Un palco ricavato in uno spazio museale. Al centro della scena scorgiamo un grande baule. Chissà quante storie dovrà contenere, eppure c’è n’è una in particolare che conviene fermarsi e stare a sentire, un po’ come il discente chiamato all’attenzione quando l’insegnante deve spiegare. Dal 22 al 25 ottobre è stata più o meno questa l’energia che in quella sala si è venuta a creare.
Un merito che dobbiamo attribuire a Benedetta Carrara, giovane attrice già nella condizione di ottenere numerosi premi e riconoscimenti da conservare. Ed il motivo lo possiamo indiscutibilmente capire. L’attrice, curatrice anche della scrittura, si dimostrava molto abile non solo ad interpretare ma proprio ad illustrare ed esporre, esplicare e spiegare con tanto di indicazione cronologica e temporale.
Una padronanza esibita persino nell’indagine e nell’approfondimento, nella ricerca e nell’investigazione. Si osservava, infatti, un lungo processo di acquisizione di informazioni storiche dalle quali derivava la narrazione. Un testo, dunque, fluente e trascinante, limpido e lineare quello, che con qualche granello di immaginazione, sembrava provenire dal baule. In regia Massimiliano Greco e Alice Sciarmella, anche loro con la stessa precisione e lo stesso rigore.
Un testo che, in quanto tale, alimentava di continuo il desiderio di sapere dello spettatore, con il quale l’attrice-autrice intratteneva con simpatia una serena e piacevole interazione, come se talvolta lo considerasse uno studente da esaminare. Peraltro, invitato a salire sul palco a coadiuvare.
Ma non basta. A questo, cioè ai modi colloquianti alunno-docente tra l’attrice e il pubblico presente, si aggiungono la maniera in cui ha fatto ingresso in scena e la destrezza con cui lei stessa ha suonato la fisarmonica: contrassegni stilistici altrettanto originali, accanto a quelli, come si è detto, didascalici e scolastici, didattici e istruttivi.
L’attrice entrava in scena da un ambiente antistante la piccola sala, fingendo propositi propagandistici e pubblicitari, inneggianti un giornale. Una sorta di volantinaggio prima di iniziare il viaggio.
Un viaggio fra il cambio a vista di abito e un ironico accento austriaco. Una piccola inflessione tedesca, una scherzosa caricatura linguistica. E ancora una cartina geografica, quest’ultima appoggiata ad un cavalletto, qualche espressione latina, l’impiego sonoro di uno strumento che a tratti accompagna il dialogo-racconto, una spada e un ventaglio, un quadro che raffigura un ritratto.
Lei che di tanto in tanto canta, conversa o fischietta; si stende o si flette, si siede o si accovaccia. Batte i piedi dal baule al pavimento, ora la marcia ora il galoppo. Insomma, l’avrete capito una narrazione storica e lineare che tutto ha fatto tranne che annoiare.
Non avrebbe mai potuto annoiare uno spettacolo dove l’attrice dominava la scena con così tanta bravura ma siamo sicuri che fosse solo una? Cioè l’attrice era una sola persona, ma più personaggi quelli che sprigionava. Bastava passare da femminili vesti e sottovesti, gonne e sottogonne ad una maschile divisa bianca, un’uniforme. Da una donna ad un uomo che aveva sfidato la società ottocentesca con le sue retrive usanze. La Lady Oscar del tempo presente.
Ed eccoci pronti ad aprire il baule iniziale. Il contenitore di indumenti, fogli e parole. Lì pronti ad ascoltare le splendide doti espositive di Benedetta Carrara che ci traghettavano in una storia vera. La storia di una donna che tale non voleva restare. Di una donna che alla gonna preferiva il pantalone. Alla vita monastica, monasteriale e conventuale la carriera accademica e militare.
La storia di Francesca Scanagatta: nel nome Franz la sua nuova identità. Una scelta considerata deviante e anormale in un secolo dove tra il maschile e il femminile era inesistente qualsiasi forma di uguaglianza ed equità.
Una storia che, fra stampe e ristampe, ne ebbe di versioni. Una storia che a partire da un libello, un libretto, un opuscolo, ebbe infiniti saggi e traduzioni, articoli e monografie. Ci scrissero intere pagine, oggi impolverate di una polvere color antracite. Pagine grigie e ingrigite.
Franz era “nata” a Milano e sin da principio era segnato il suo destino. Stando al genere e alla classe sociale, fin dal suo primo respiro la sua vita era racchiusa in un monastero. Doveva star lì a fare rammendo, uncinetto e ricamo. L’opposto rispetto a quello a cui, invece, secondo i dettami sociali, poteva dedicarsi l’uomo.
Un uomo come Giacomo, l’adorato fratello di Franz. Entrambi montano in carrozza. Direzione Austria. Francesca/Franz Scanagatta prosegue verso quella meta che non è lei che aspetta. Aspetta, infatti, Giacomo al quale, del resto, somiglia. Perciò, chi volete che se ne accorga. Che è una donna. Un po’ di travestimento, ai capelli un taglio e il gioco è fatto. La finzione pur di essere sé stessa, questa l’ambizione. Oltre ogni confine.
Di intraprendere la vita militare, al contrario, il fratello proprio non ne voleva sapere. D’accordo con la sorella, affinchè si scrollassero di dosso ogni imposizione. Franz, a sua volta, non voleva far parte del mondo delle dame. Ma trascorso qualche anno, un mistero su segni e lineamenti cominciava a circolare. Franz aveva la fronte poco ampia, il naso “dritto e proporzionato”, il volto “perfettamente ovale”. E quindi? Franz non era abbastanza virile.
Il segreto viene a galla. Via la giubba bianca. Franz viene congedato. Il congedo come risultato di un modo di pensare chiuso e gretto. Dall’Ottocento, diciannovesimo secolo, la vicenda di una mentalità fin troppo ristretta, la stessa che ha tarpato le ali a Francesca Scanagatta: Franz in quella tanto sognata identità.
Dal baule delle storie vi abbiamo raccontato di Franz, la prima donna che provò a riscrivere quello stereotipato canovaccio femminile di limiti, rinunce e barriere, costrizioni e condizionamenti, restrizioni e ostacoli. Quello stereotipato canovaccio femminile di obblighi e norme comportamentali, etichette e prassi sociali, ruoli, convenzioni e schemi.
Dal baule delle storie, l’eroina maschile-femminile, simbolo nonostante tutto, di emancipazione e indipendenza, affrancamento e riscatto, determinazione e libertà individuale, coraggio e parità sociale.
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Chiamatemi Franz – autrice: Benedetta Carrara – regia: Massimiliano Greco, Alice Sciarmella – interprete: Benedetta Carrara – luci: Massimiliano Greco – musiche: Benedetta Carrara – costumi: Maria Teresa Carrara – produzione: Benedetta Carrara – collaborazione: Michele Mazzoleni – V edizione Fringe Catania Off International Festival 2026, Galleria Mendola (dal 22 al 25 ottobre 2026)





