Nella regia di Livermore, Della Rosa e Gennari affidano ai corpi il compito più difficile: abitare l’assenza di chi non si è ancora pronti a perdere.
C’è un momento, nella vita, in cui la realtà smette di essere qualcosa che possiamo modificare con la forza di volontà. Non importa quanto siamo intelligenti, quanto sappiamo spiegare le cose, quante volte abbiamo immaginato un finale diverso: ci sono porte che non si riaprono, conversazioni che non potremo più avere, persone alle quali non possiamo chiedere di restare. Il problema è che la nostra mente, spesso, impiega più tempo del mondo a rendersene conto. È in questo scarto, tanto umano quanto insopportabile, che si muove Ci vediamo all’alba, testo della drammaturga scozzese Zinnie Harris, diretto da Davide Livermore (da poco visto con il suo nuovo lavoro Orlando Furioso insieme alle due protagoniste) per il Teatro Nazionale di Genova.

In scena ci sono Helen (Anna Della Rosa) e Robyn (Linda Gennari), due donne legate da una relazione sentimentale che un incidente in mare trascina in un territorio ambiguo, dove le coordinate dello spazio e del tempo sembrano essersi guastate insieme alla possibilità di tornare indietro. Più che ricostruire gli eventi, Harris indaga il modo in cui la mente si organizza per sopravvivere a ciò che non riesce ad accettare. Il lutto non è una linea retta, né un’elegante successione di fasi da spuntare sul calendario: è una contraddizione continua, una negoziazione con l’irreparabile, il tentativo disperato di trovare un senso dove il senso non basta.
Il riferimento a Orfeo ed Euridice non serve soltanto a riconoscere una matrice mitologica: permette di spostare la domanda dal gesto di chi si volta alla necessità di chi vorrebbe essere trattenuto. Nella tradizione classica, Orfeo fallisce perché non riesce a sostenere l’incertezza della distanza; il suo sguardo trasforma il dubbio in una perdita definitiva. Harris rielabora questo nucleo sottraendolo alla consueta economia eroica del mito. Non c’è un’impresa salvifica da celebrare, ma una relazione costretta a fare i conti con il proprio limite. E il limite, qui, non è soltanto la morte: è l’impossibilità di continuare a essere due nello stesso modo.
È in questa riscrittura che il testo acquista la sua forza più autentica. Le protagoniste sono due donne, due corpi attraversati da una fragilità profondamente umana, privi di quell’aura eroica che la tradizione ha spesso attribuito a chi sfida la morte per amore. La loro relazione non si lascia ridurre alla geometria rassicurante di chi salva e chi viene salvato. L’amore non è un antidoto alla morte, così come la morte non cancella retroattivamente le imperfezioni di una storia d’amore. Restano le abitudini, le incomprensioni, le piccole crudeltà della convivenza, la familiarità di chi sa esattamente dove colpire perché conosce bene l’altra. Restano, soprattutto, quelle cose ordinarie che, quando vengono sottratte, assumono improvvisamente una grandezza sproporzionata: la possibilità di litigare ancora, di dirsi qualcosa di stupido, di rimandare una conversazione a domani.
Il lutto, in questo spettacolo, non riguarda soltanto la perdita dell’altra, ma la perdita della vita che esisteva insieme all’altra. Significa fare i conti con un «nostro» che diventa un «mio» non voluto, con una solitudine che non si è scelta e con la scoperta che non è soltanto una persona a mancare: è il mondo che, attraverso quella persona, avevamo imparato ad abitare.
La regia di Livermore traduce questa sospensione in una scena dominata dall’acqua, elemento che non si limita a evocare il naufragio da cui tutto prende avvio. L’acqua è confine e superficie, materia che accoglie e insieme impedisce di trovare un appoggio stabile. È il luogo in cui la vicenda si è spezzata, ma anche quello in cui le protagoniste continuano a muoversi, come se attraversarlo potesse coincidere con la possibilità di attraversare il dolore. La sua presenza fisica sottrae la morte all’astrazione: non siamo davanti a un concetto, ma a qualcosa che bagna, pesa, rallenta e modifica il rapporto fra i corpi e lo spazio.
L’acqua non è soltanto il segno del naufragio: è una condizione imposta alla recitazione. Modifica il modo in cui i corpi si sostengono, distribuiscono il peso, si avvicinano e si sottraggono. Costringe il gesto a misurarsi con una resistenza concreta, rendendo visibile la precarietà che il testo affida alla relazione. Il simbolo, così, non viene semplicemente illustrato dalla scena: entra nella tecnica dell’attore e ne modifica le possibilità.
È proprio sul terreno della fisicità che si misura una parte decisiva del lavoro di Anna Della Rosa e Linda Gennari. Il merito delle due interpreti non sta soltanto nell’intensità con cui attraversano registri emotivi differenti, ma nella qualità della relazione che costruiscono in scena. Le loro fisicità non sono due partiture autonome destinate a incontrarsi nel dialogo: si modificano reciprocamente, cercano un equilibrio, lo perdono. È in questa instabilità che la relazione smette di essere un contenuto da rappresentare e diventa un fatto scenico. Il corpo non accompagna il testo: ne mette alla prova le possibilità, ne espone le contraddizioni, talvolta rivela ciò che le parole tentano di tenere nascosto.
Della Rosa lavora sulla tensione di un’esistenza che cerca di affermarsi, sulla parola che si fa gesto e sulla necessità di occupare lo spazio come prova di essere ancora presenti. Gennari costruisce una fisicità attraversata da un’instabilità più profonda, in cui il movimento sembra cercare continuamente un appiglio, una conferma, una possibilità di sottrarsi alla verità. Non si tratta, tuttavia, di due interpretazioni rigidamente contrapposte: i loro percorsi si contaminano, si rispecchiano e finiscono per scambiarsi le posizioni. La forza della prova sta proprio nella capacità di non trasformare questa oscillazione in un meccanismo illustrativo. Il corpo sa qualcosa che la parola non riesce ancora a dire e, talvolta, sembra smentire ciò che la voce tenta disperatamente di sostenere.
Muoversi in uno spazio che oppone resistenza significa modificare equilibrio, appoggio, ritmo e postura; significa rendere visibile come perfino il gesto più semplice possa diventare faticoso quando il mondo ha smesso di funzionare secondo le regole consuete. La vicinanza, la distanza, il contatto e il modo in cui una figura si affida all’altra diventano così parte integrante del racconto. È una delle possibilità più preziose del teatro: dire con la presenza ciò che una spiegazione rischierebbe di rendere innocuo.
Il lutto, del resto, è anche la persistenza di un corpo nella nostra immaginazione quando quel corpo non è più disponibile: la memoria del suo peso, della sua temperatura, del modo in cui occupava una stanza. Il teatro, arte di corpi presenti per definizione, può rendere particolarmente dolorosa questa contraddizione. Helen è lì, davanti a Robyn: può essere guardata, ascoltata, raggiunta. Eppure la presenza non coincide più con la possibilità di trattenere. È una prossimità che non garantisce nulla, un’immagine che continua a esistere mentre si consuma l’impossibilità di farla durare.
Attorno a questa intuizione, Livermore costruisce un dispositivo visivo e sonoro che accompagna lo spettatore in una dimensione sospesa, senza pretendere di tradurre ogni passaggio in una spiegazione. Le musiche originali di Roberta Di Mario contribuiscono a sostenere l’oscillazione fra concretezza e dimensione onirica, mentre la scena insiste sulla materialità di un luogo che è contemporaneamente approdo e prigione. In una materia drammaturgica così esposta, il rischio sarebbe affidare al simbolo il compito di produrre da solo l’emozione. Lo spettacolo trova invece i suoi momenti più significativi nell’incontro fra l’immagine e le interpreti, fra la resistenza dello spazio e la fragilità dei gesti.
Il titolo, Ci vediamo all’alba, contiene già tutta l’ambiguità dell’attesa. L’alba è una promessa, l’idea che dopo la notte qualcosa possa ricominciare. Ma è anche una scadenza: il momento in cui l’illusione non può più essere prolungata e il tempo chiede di riprendere il proprio corso. La luce non risolve necessariamente qualcosa. Non riporta indietro chi se n’è andato, non ripara le fratture, non restituisce alla vita la forma che aveva prima. Rende soltanto più difficile continuare a fingere che nulla sia cambiato.
È forse questa la verità più scomoda che il lavoro di Harris consegna alla scena: amare qualcuno non significa avere il diritto di trattenerlo, nemmeno nella memoria, nemmeno nella versione del passato che ci fa meno male. Il distacco non è una dimostrazione di forza e non coincide con una pacificazione improvvisa. È un gesto infinitamente più fragile: smettere, almeno per un istante, di chiedere all’impossibile di diventare possibile.

Della Rosa e Gennari attraversano questa fragilità senza cercare scorciatoie sentimentali, affidandosi a una partitura fisica ed emotiva che restituisce alla relazione tutta la sua complessità. Non sono soltanto due donne che si perdono, ma due presenze che continuano a cercarsi proprio mentre devono imparare a separarsi. Se Orfeo si volta perché non riesce a sopportare l’incertezza, il teatro compie il movimento opposto: ci permette di guardare, per un tempo limitato, ciò che sappiamo di non poter trattenere. Non risolve il lutto, non restituisce i corpi alla vita, non corregge il finale. Gli dà una forma condivisibile.
E forse è proprio questa la funzione più onesta della scena: non convincerci che ogni perdita abbia un senso, ma impedirci di confondere l’impossibilità di ripararla con l’impossibilità di raccontarla. L’alba arriverà comunque. Il teatro, almeno, ci concede di restare ancora un po’ sulla riva.
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Ci vediamo all’alba – di Zinnie Harris – Produzione Teatro Nazionale di Genova – Traduzione Monica Capuani – Regia Davide Livermore – Interpreti Anna Della Rosa e Linda Gennari – Scene e costumi Anna Varaldo – Musiche Roberta Di Mario – Sound designer Edoardo Ambrosio – Luci Francesco Traverso – Assistente alla regia Alessia Camera – Teatro Eleonora Duse di Genova, dal 23 al 31 ottobre 2026





