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L’oscura brillantezza di Falstaff

All’Opera di Roma il Falstaff di Tatjana Gürbaca strappa più di una risata ma nel buio di una scenografia scura

È con il Falstaff di Giuseppe Verdi, in scena fino al novembre, che il Teatro dell’Opera di Roma saluta Doppio sogno, la stagione 2025-2026. Sul podio Michele Mariotti, la cui bacchetta chirurgica dirige un’Orchestra dell’Opera di Roma ottima, forse a tratti troppo impostata per un’opera dove la musica è di per sé sintomatica di una certa leggerezza, inaspettata in Verdi. La regia di Tatjana Gürbaca, d’altronde, dà all’allestimento questa direzione, un’apparenza più seriosa di quel che ci sembrerebbe se stessimo ascoltando e basta, tra il grigiore delle scenografie di Henrik Ahr e le scelte di luci di Stefan Bolliger. 

Visto in muto, questo Falstaff, sembrerebbe una cosa. Ascoltato senza scene un’altra ancora. La somma delle due parti crea un insieme che resiste, lontano sia dal testo Shakespeariano da cui prende la vicenda che da eventuali riletture in chiave Regency che oggi, nell’era di Bridgerton, potrebbero sembrare scelte più immediate. E così tutto ha luogo in un Hotel Milano (sì, quello dove Verdi si spense) ormai vicino alla rovina “A metà strada tra il ricordo e la scomparsa, tra il passato e il futuro” come lo definisce la stessa regista intervistata da Stefano Valanzuolo, a pari di quel Verdi di fine ‘800, vicino alla fine della sua vita, affacciatasi appena a un secolo nuovo che mai avrebbe potuto immaginare.

Un magnifico Luca Salsi è Falstaff, voce e presenza scenica azzeccati in modo difficilmente replicabile per un protagonista che da solo fa l’opera, nonostante la presenza di un cast di livello, a cominciare dall’ottima Mrs Alice di Maria Agresta. Ingiudicabile con le categorie moderne, e sarebbe un errore farlo, il Falstaff ci offre una buona compagine di figure femminili, che l’allestimento dell’Opera di Roma ripropone bene grazie a Carmen Artaza e Violeta Urmana. Quel che si crea così è un bel trio al femminile, accompagnato dalla figura apparentemente più autorevole di Marina Monzò, che dà la giusta freschezza agli avvenimenti.

 Sono loro, dopotutto, le protagoniste dell’inghippo centrale, della difesa da quest’uomo che crede di poter aver tutto ciò che vuole. Una lotta tra il maschile e il femminile che si basa sull’ingegno e sulla commedia ma che tratteggia in sé sempre la dinamica di potere che si crea quando la vita mette qualcuno nelle condizioni di credersi invincibile. E sì che di tante opere sarebbe disonesto intellettualmente usare il Falstaff come metro di giudizio politico (del resto dopo Verdi arrivò Puccini e ci diede Tosca), ma un pochino, nei loro inganni e nei loro complotti, le Comari sono simbolo di chi non si vuol arrendere a ciò che gli altri hanno deciso, che questi altri siano un Falstaff o un Mr Ford. George Petean regge bene un ruolo che mischia il ridicolo al rabbioso fino al finale in cui viene gabbato, ormai costretto alla resa rispetto a questo mondo in cui tutto è burla. 

Molto apprezzabile Pietro Adaini nel ruolo di Fenton, protagonista di una sorta di trama secondaria che riesce a farsi riconoscere e applaudire nei momenti dedicati. Carlo Bosi non riesce invece, purtroppo, a rendere la naturale antipatia del Dottor Cajus un tratto distintivo sul quale costruire un’interpretazione di alto livello. La buona capacità tecnica è piacevole, ma non ridisegna il personaggio come forse avrebbe potuto. Centrati invece, fin dalle prime battute, Paolo Antognetti e Gabriele Sagona, Bardolfo e Pistola. È anche grazie a loro se un poco si smentisce ciò che lo stesso Mariotti dichiara intervistato da Valanzuolo: “Il Falstaff non fa ridere, semmai sorridere”, dice il Direttore, eppure sono stati diversi i punti di questo allestimento che hanno portato la sala a risate di cuore. Chissà se un ruolo non l’ha avuto anche l’angoscia del mondo esterno, il tam tam di notizie frenetiche e preoccupanti che si ferma solo con lo spegnimento dei cellulari che il teatro richiede. 

O, ancora val la pena ribadirlo, il piccolo paradosso creato da una regia che ha scelto un minimalismo scuro, pesante, in completo contrasto con le vicende. Falstaff ripassa il suo piano per la conquista di Alice sotto una luce rossa, di quelle da cattivo da manuale, ma di tutti gli aggettivi questo è tra gli ultimi a venirci in mente.

La cupezza scenica ha certo posto in risalato le interpretazioni, e la sommatoria, è giusto sottolinearlo, porta a un risultato positivo. Tatjana Gürbaca ha lasciato un segno, percorrendo una via registica a suo modo inaspettata, ma che necessita di un cast di rilievo a livello canoro e interpretativo per non tradire né Verdi né Boito. Il rischio, altrimenti, è di trasformare la commedia in una creatura negativamente ibrida, con ambienti da dramma e vicende rese fioche da una brillantezza mancata. 
Si può ridere anche al buio, nell’oscurità decadente di un secolo che si appresta a sprofondare, ma servono i Luca Salsi perché ciò accada.  Questa volta, per nostra fortuna, li abbiamo avuti.

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Falstaff Di Giuseppe Verdi – Libretto di Arrigo Boito – dalla commedia Allegre comari di Windsor e dal dramma dell’Enrico IV di Shakespeare – Regia: Tatjana Gürbaca – Direttore: Michele Mariotti – Falstaff Luca Salsi – Ford George Petean – Mrs. Alice Ford Maria Agresta – Mrs. Meg Page Carmen Artaza – Mrs. Quickly Violeta Urmana – Nannetta Marina Monzò – Fenton Pietro Adaini – dottor Cajus Carlo Bosi – Bardolfo Paolo Antognetti – Pistola Gabriele Sagona – Maestro del Coro: Ciro Visco – Scene: Henrik Ahr – Costum: Silke Willrett – Luci: Stefan Bolliger – Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma – Teatro dell’Opera di Roma dall’11 ottobre al 1 novembre 2026

Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma

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