Sul palco di Teatrosophia”Voyeurs” e la regia di Mauro Toscanelli ci trasforma negli unici, veri complici del dramma
Si chiude il sipario ed il pubblico che ha affollato la saletta di Teatrosophia, nella serata del 22 ottobre scorso, per questa prima di Voyeurs vive nel suo intimo un senso di stupore e al contempo disagio per le emozioni contrastanti che lo spettacolo ha suscitato; gli spettatori parlottano tra loro, si scambiano occhiate e considerazioni, ma unanimemente concordano sul ritenere questa pièce un grande momento di teatro, così come di denuncia sociale.

Riavvolgiamo il nastro della serata; sul palco della sala romana Mauro Toscanelli che firma la regia e la drammaturgia musicale, ha portato in scena il testo che Luigi Amendola scrisse sì negli anni novanta, ma di una contemporaneità disarmante. La storia parte da una situazione all’apparenza ordinaria, ambientata in uno scorcio di periferia urbana. Questo spicchio di strada – allestito con una panchina, un lampione, una pila di cassette di plastica, uno sgabello malmesso, insomma oggetti scartati dal consumismo e messi lì alle bene e meglio – è abitato fin dai primi minuti dalla discreta presenza di un barbone. Possiamo considerarlo quasi il padrone di casa di quel marciapiede: avrà pochissime battute ma la sua figura resta sempre presente sulla scena dall’inizio alla fine, persino quando, per una precisa scelta registica, il parterre degli altri interpreti lo coprirà temporaneamente alla vista degli spettatori, lasciandolo nell’ombra come parte integrante e silenziosa di quel paesaggio umano.
A rompere la tranquillità della routine quotidiana, arriva la presenza concitata di una donna ansiosa che allarmata, invasa da un’ansia crescente e da repentini picchi di sdegno moralistico, attira l’attenzione per la presenza sul cornicione di un edificio adiacente, sospeso tra il trentasettesimo e il trentascinquesimo piano, di un uomo che sembra pronto a lanciarsi nel vuoto. Questo presunto suicida, mai visto né conosciuto dal pubblico nel corso della pièce, è a tutti gli effetti il vero fulcro e protagonista dello spettacolo. Aleggia invisibile in modo costante durante l’intera rappresentazione, diventando il perno attorno al quale ruotano le paranoie e le ossessioni della piazza. Solo nel finale tutti i presenti in strada si rivolgeranno direttamente a lui, quando cercheranno di organizzare un tanto grottesco quanto improvvisato salvataggio d’emergenza, stendendo un lenzuolo.
Attorno a questa tragedia intravista ed immaginata, si raduna via via in quel lembo di strada una fauna bizzarra di personaggi. C’è il giornalista cinico Philip Car, pronto a tutto pur di confezionare lo scoop dell’anno – in lui le caratteristiche di essere declamatorio, affettato, pomposo e cinicamente autoreferenziale -, c’è una prostituta disincantata e pragmatica, un vigile del fuoco paralizzato dal rispetto delle procedure burocratiche, un funzionario della federazione governativa intento a catalogare l’atto in fredde teorie. In questo quadro surreale si inserisce un domatore – istrionico ed esibizionistico in cerca di un leone scomparso – che la regia trasforma nel domatore di questi stessi individui raccolti casualmente in strada. Toscanelli sembra suggerirci che la figura circense, con le sue intonazioni da imbonitore, tratti la vita come un’immensa pista d’attrazione, orchestrando con i presenti un bizzarro esercizio di equilibrismo.
Per dare corpo a questa amara parabola sull’incomunicabilità, Toscanelli impone al suo cast – formato dagli affiatati Fabio Fantozzi, Masaria Colucci, Francesco Perinelli, Titti Cerrone, Massimo Napoli, Adriano D’Amico, Roberta Bobbi e Valentina Rancini – una velocità di esecuzione e un ritmo di battute davvero frenetici. Gli attori sono guidati in un carosello di spostamenti continui. Questo movimento frenetico crea sul palco un caravanserraglio caotico che può forse spiazzare o confondere lo spettatore al primo sguardo, ma che rappresenta alla perfezione la giostra della vita moderna. È il ritratto spietato di un’umanità che parla e si parla addosso, affastellando parole e concetti senza mai ascoltare davvero chi ha di fronte, pur di non rimanere nel silenzio e non affrontare la prova più ardua che l’esistenza ci impone: imparare a stare bene con se stessi.
Quando scende la sera e i riflettori si spengono, la folla gradualmente si disperde per tornare alle proprie occupazioni di sempre. Rimane soltanto l’ubriaco che, sconnesso, fluttuante tra la farsa alcolica e un’improvvisa e cupa malinconia esistenziale, spogliatosi della sua maschera comica, regala un bellissimo monologo finale evocando la Morte – nei passi di danza eseguiti dalla Rancini – come una pallida dama dei tarocchi impegnata in una danza macabra.

In questo caos orchestrato da Toscanelli – supportato dalla grande prova attoriale di tutti gli interpreti in scena – e vissuto dal pubblico in sala, spiccano una varietà di registri teatrali e vocali sapientemente intrecciati, spicca la sua maestria nell’armonizzare e gestire ben otto interpreti sul palco, giocando con la spazialità verticale tra “l’alto” – il vuoto del trentacinquesimo piano – e il “basso” – la strada come proscenio di solitudine; con una polifonia sonora dissonante fatta di sovrapposizioni, riesce nel ribaltamento del voyeurismo: la mancanza del suicida costringe noi in platea a diventare gli unici veri voyeurs, intenti a guardare chi osserva la tragedia altrui.
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VOYEURS– opera di Luigi Amendola, regia e drammaturgia musicale Mauro Toscanelli, con Fabio Fantozzi, Masaria Colucci, Francesco Perinelli, Titti Cerrone, Massimo Napoli, Adriano D’Amico, Roberta Bobbi, Valentina Rancini, produzione MELANCHÒLIA TEATRO, Teatrosophia, Roma – dal 22 ottobre al 1 novembre 2026
Foto ©Grazia Menna
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