La premiazione della sezione Progressive Cinema e la chiusura della Festa del Cinema di Roma
L’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone ha vissuto il momento culminante della ventunesima edizione del Rome Film Fest con la cerimonia ufficiale di premiazione andata in scena oggi, sabato 24 ottobre alla Sala Petrassi. A fare gli onori di casa per la conduzione della serata è stata Ema Stokholma, voce amatissima dal forte accento francese di Rai Radio 2, chiamata a scandire i tempi delle proclamazioni sul palco accanto al presidente della Fondazione Cinema per Roma Salvatore Nastasi e alla direttrice artistica Paola Malanga, alla presenza del Sindaco di Roma Roberto Gualtieri e delle massime autorità regionali e del Ministero della Cultura.
A decretare i vincitori del Concorso Progressive Cinema è stata la giuria internazionale guidata dal regista e sceneggiatore Jan Komasa in veste di Presidente di Giuria, affiancato da Alice Braga, Saja Kilani, Carlos Marques-Marcet e Alessio Rigo de Righi, che ha incoronato miglior film assoluto della competizione I See Buildings Fall Like Lightning di Clio Barnard. Per quanto riguarda le interpretazioni maschili, il premio Progressive Cinema al Miglior Attore è stato assegnato come ex aequo ad Anthony Boyle per I See Buildings Fall Like Lightning e a Paolo Pietrobon per la sua prova in Brianza, mentre il premio per la migliore attrice è andato a Victoria Luengo per il ruolo in Sants di Mikel Gurrea. La giuria ha inoltre attribuito il Gran Premio della Giuria a The Life and Deaths of Wilson Shedd di Tim Blake Nelson, il premio per la miglior regia a Rafiki Fariala per Congo Boy, la miglior sceneggiatura ad Abia Castillo, Diego Rabasa e Diego Luna per Ceniza en la boca diretto dallo stesso Diego Luna e il Premio Speciale della Giuria al film Famiglia al Mawla o Yesterday the Eye Didn’t Sleep di Rakan Mayasi.
I verdetti hanno trovato piena eco anche nelle altre sezioni competitive della kermesse, a cominciare dal responso della giuria per la Miglior Opera Prima Poste Italiane, guidata da Ludovica Rampoldi insieme a Pauline Loquès e Corneliu Porumboiu, che ha assegnato il premio principale a Clementine Orange di Lisa Forslund e una menzione speciale a El tren fluvial di Lorenzo Ferro e Lucas A. Vignale. Per la sezione Miglior Documentario, la giuria presieduta dal Presidente della Giuria Roberto Minervini insieme a Jessica Sarah Rinland e Andrea Queralt ha premiato Dans la gueule de l’ogre di Mahsa Karampour, attribuendo la menzione speciale a Un hiver russe di Patric Chiha. Il calore e il consenso della platea si sono invece espressi attraverso il Premio del Pubblico Terna, assegnato come ex aequo a Mustang di Kasia Smutniak e a Congo Boy di Rafiki Fariala.
La fase finale della cerimonia ha visto salire alla ribalta il Sindaco di Roma Roberto Gualtieri e la direttrice artistica Paola Malanga per suggellare la conclusione dell’evento. È stata proprio Paola Malanga a consegnare il secondo Premio del Pubblico all’ex aequo di Congo Boy, anticipando la la tradizionale foto di rito che ha riunito tutti i membri delle giurie, i rispettivi presidenti e l’intero gruppo dei vincitori premiati di questa edizione. Subito dopo, la Direttrice Artistica ha preso la parola per i saluti e i ringraziamenti istituzionali rivolti alle autorità, a tutte le maestranze e in particolar modo alla Fondazione Cinema per Roma, dichiarando formalmente conclusa la Festa del Cinema di Roma dando appuntamento a tutti per la ventiduesima edizione del prossimo anno. La serata ha trovato il suo sigillo definitivo con l’appuntamento serale scandito dalla consegna al regista Emmanuel Marre del prestigioso Premio Gillo Pontecorvo prima della proiezione speciale di Notre salut.
Si spengono dunque i riflettori sul Rome Film Fest, lasciando nell’aria quella densa sensazione di pienezza che solo le grandi maratone visive sanno regalare. Più che una rassegna celebrativa o una semplice vetrina autunnale, l’edizione appena conclusa ha confermato la sua natura più preziosa: quella di un termometro sensibilissimo del nostro tempo e di un ponte diretto, senza filtri elitari, tra chi le storie le immagina e chi le accoglie al buio della sala.
A unire la ricca selezione di opere presentate è stata una palpabile urgenza di scavare nelle fratture della contemporaneità. I film di punta, spaziando con disinvoltura dai grandi titoli internazionali alle produzioni indipendenti e ai documentari più taglienti, hanno messo a nudo le inquietudini globali senza cedere a facili scorciatoie consolatorie. Si è parlato con forza di memorie familiari frammentate, di conflitti generazionali e di periferie del mondo in cerca di riscatto, affidando spesso la narrazione a sguardi giovani, disillusi ma mai rassegnati. In questo panorama, il cinema italiano ha mostrato una vitalità sorprendente e un coraggio rinnovato, allontanandosi dai binari rassicuranti della commedia di consumo per abbracciare commistioni di genere, drammi corali e un’estetica capace di dialogare con il contesto internazionale.
A rendere unica l’esperienza cinematografica a Roma è stata ancora una volta la sua geografia emotiva, divisa tra due anime complementari che hanno scandito il ritmo delle giornate. Da una parte l’Auditorium Parco della Musica, maestoso e vibrante, ha incarnato la liturgia del grande evento culturale. Tra le architetture avvolgenti di Renzo Piano, il Red Carpet affollato di appassionati ha fatto da contraltare al viavai continuo tra le varie sale imponenti che compongono l’Auditorium dove addetti ai lavori, registi e studenti hanno condiviso gli spazi in un clima di vivace contaminazione intellettuale. Passeggiare lungo la cavea significava respirare l’internazionalità di un festival che sa vestirsi a festa senza perdere la sua vocazione d’incontro.
Dall’altra parte, spostandosi nel quartiere Prati, il Cinema Giulio Cesare ha offerto la controparte più autentica e viscerale della cinefilia capitolina. Lontano dai riflettori delle passerelle, qui la Festa si è fatta vita quotidiana: le code ordinate sui marciapiedi prima delle repliche, il chiacchiericcio febbrile all’uscita di ogni spettacolo, i confronti accesi nei bar vicini per smentire o confermare le impressioni della critica ufficiale. Se l’Auditorium è stato la grande cassa di risonanza visiva, il Giulio Cesare ne è stato il polmone verace, riaffermando la sala di quartiere come presidio sociale e spazio sacro di un rito collettivo che non accenna a spegnersi.
La Festa saluta così la Capitale ribadendo la propria identità irriducibile, che non cerca di inseguire formule festivaliere tradizionali ma scommette sull’abbraccio della città. Nel congedarsi, lascia la consapevolezza che il cinema, quando è capace di intercettare le ferite e le speranze del presente, resta uno strumento insostituibile per interpretare il mondo e ritrovare se stessi.
Rome Film Fest – dal 13 al 25 ottobre 2026
Foto – © Elena Salvati





