Progetti di resistenza artistica contro grossolanità estive e tamburi di guerra
L’estate incalza con quella ferocia torrida che le è ormai sempre più propria. Sfogliando le offerte per le vacanze, mi accorgo che la Sardegna, come ogni anno, per i ritardatari come il sottoscritto non è più una meta da sognare, ma un miraggio. «Sarà per l’anno prossimo» – mi ripeto puntualmente.
A consolarmi arriva, quasi piovuta dal nulla, l’inconfondibile voce di Andrea Parodi, l’indimenticabile frontman dei Tazenda. Come per un’inspiegabile coincidenza, la radio – scopro poi per celebrare l’anniversario della sua nascita – trasmette uno dei brani che più lo identificano, non solo per l’inimitabile carisma vocale, ma perché richiama, con delicata ruvidezza, il profondo senso di appartenenza alla Sardegna.

Andrea Parodi
Come un risarcimento dell’anima, è il richiamo ad andare in cerca della Sardegna più autentica, quella che va oltre le spiagge e il mare. Il piacere, puramente sensuale, delle sue acque cristalline dovrà attendere ancora un anno.
Ogni estate la Gallura si trasforma nel palcoscenico di un turismo scintillante: yacht immensi affollano i porti, le banchine si riempiono di passeggiatori distratti e la mondanità sembra impossessarsi del paesaggio. Eppure quella è soltanto la superficie. Sotto il rumore dei motori, oltre le feste esclusive e l’ostentazione di chi si ferma all’apparenza, continua a pulsare un’altra Sardegna: più silenziosa, più antica, fatta di suono, di carne e di appartenenza.
È la terra della musica pura, originale, quasi antropologica. Una musica che non si vende ai villaggi turistici, ma che scaturisce come acqua sorgiva dalle fenditure della pietra.
A partire dal 16 agosto si aprirà – come ogni anno, da un paio di decenni – il Festival Musica sulle Bocche, un appuntamento costante di natura itinerante, fatto di musica e cultura. La Rassegna di quest’anno, intitolata ad Atlantide, si è aperta con un’anteprima il primo agosto scorso sul Monte Gonare (nel cuore della Sardegna, laddove a oltre mille metri si gode lo spettacolo unico dal Golfo di Orosei fino alla costa occidentale). La serata di apertura è stata un affascinante viaggio tra geologia, mito e musica, per la commistione di divulgazione scientifica affidata a Mario Tozzi e musica dal vivo eseguita dal Maestro Enzo Favata, a scortare le narrazioni con il suo sassofono e con altri fiati e strumenti etnici. Il Festival (attivo fino a settembre) attraverserà diversi luoghi del nord della Sardegna (toh, dalle parti della Gallura!) tra cui l’Asinara, Porto Torres, Castelsardo e Valledoria. Gli appuntamenti saranno una quarantina e tra questi spicca il concerto all’Asinara di Danilo Rea, maestro dell’improvvisazione pianistica, e quello della cantante Elena Ledda, con il suo progetto di musica e poesia intitolato Amaius.
Come spesso accade all’amata Sardegna, i suoi figli vanno spesso in continente a recare a domicilio la sostanza dell’anima isolana, dunque non potrà esserci Paolo Fresu, impegnato nel tour estivo lungo la Penisola. E pazienza se la voce di Andrea Parodi che esegue No potho reposare non è replicabile altrimenti che via etere.
Il brano che mi consola alla radio era nato come una poesia d’amore e poi si è trasformato nel corso dei decenni in qualcosa di molto più vasto e lancinante. In un’epoca in cui la geopolitica parla la lingua arida dei droni, delle bombe e degli odi incrociati, No potho reposare non è più solo la confessione di un amante adagiato sul petto dell’amata. Dire “Non posso riposare” di fronte alla bellezza della propria terra, di fronte al volto dell’altro, significa rifiutare la resa alla distruzione. È la rivendicazione di un popolo che rifiuta di diventare una servitù militare (come è stata per decenni), un teatro di speculazione o una base di partenza per la morte altrui. Diventa un grido lucido di attaccamento alla vita e alla terra natia, un inno radicato che oppone la bellezza della fragile carne umana alla demenza di ferro della guerra.

La cantante Elena Ledda
Ce n’è abbastanza per confortare lo spirito di chi resta in città, lontani solo fisicamente da una realtà isolana unica, capace non solo di offrire mare e spiagge. E quando gli yacht se ne andranno, i contratti d’affitto si sbricioleranno e le ville saranno abbandonate al tempo e all’erosione del sale, il canto puro rimarrà. Rimarrà la voce di Parodi, la tromba di Fresu, il canto della Ledda, la poesia di De André… a ricordare a chiunque passi che c’è una popolazione e un territorio che nessun denaro può comprare e che nessuna guerra potrà mai mettere a tacere.
No potho reposare – scritta da Salvatore Sini, Giuseppe Rachel – Pathé – 1936





