Dancescreen in the Land dalla danza postmoderna alle pratiche partecipative, una riflessione sul rapporto tra artisti e spettatori.
Dancescreen in the Land 2026 – Respiro al Centro riporta la danza contemporanea nel paesaggio dell’Appia Antica. Fiorenza D’Alessandro, la direttrice artistica del festival, ha approfondito le intenzioni di questa edizione, che indaga sul rapporto tra spettatore e performance e sul dialogo tra danza e territorio.
Il tema di quest’anno è “Respiro al Centro”: come si è tradotto questo nella scelta degli spettacoli in programma?
“Respiro al Centro” si inserisce in un percorso che abbiamo costruito nell’arco di tre anni, seguendo idealmente il percorso di un albero: siamo partiti dalle radici, quest’anno arriviamo al centro, mentre il prossimo anno andremo verso i rami e il cielo. Il tema e la selezione degli spettacoli, quindi, si sono incontrati.
“Respiro al Centro” significa dedicarsi a una danza capace di diventare racconto, una danza profonda, che comprende il teatro-danza e, più in generale, una dimensione performativa in cui il corpo possa esprimere sentimenti ed emozioni profonde. Abbiamo scelto spettacoli strutturati nell’ambito della danza contemporanea, e capaci di entrare in relazione con il pubblico.
In questo senso, Shakespeare non poteva mancare: quest’anno presentiamo due lavori che guardano proprio alla profondità e alle emozioni. Sull’Appia Antica, inoltre, abbiamo scelto di rendere omaggio ai cinquant’anni della danza postmoderna, nata a New York in una chiesa sconsacrata, dove alcuni coreografi allora poco conosciuti sperimentarono una nuova idea di danza attraverso la tecnica contemporanea, le emozioni e un radicale cambio di passo, arrivando poi a farsi conoscere in tutto il mondo.
A cinquant’anni di distanza, in un’altra chiesa sconsacrata – l’antica chiesa di San Nicola dei Caetani, uno dei primi luoghi di culto di Roma, oggi inserita nel sito dell’Appia Antica e nel Parco Archeologico – porteremo una sintesi di quelle esperienze attraverso una serie di coreografie realizzate dalla compagnia Movimento Danza. La coreografa Gabriella Stazio, attraverso brevi brani, ricostruirà questa importante pagina della storia della danza contemporanea.
All’inaugurazione, venerdì 11, avremo inoltre quattro brani, uno più emozionante dell’altro, interpretati dai diplomati dell’Accademia Nazionale di Danza. E poi ci sarà Zero Point Seven di Michele Pogliani, che considero un vero e proprio manifesto del rapporto tra ciò che abbiamo dentro e ciò che riusciamo a esprimere fuori. Sono danzatori straordinari, preparati con grande precisione da Michele Pogliani, e sarà una serata particolarmente intensa.
Un altro spettacolo che portiamo sull’Appia Antica è Acqua Madre di Elisa Barucchieri, un lavoro molto forte che parla delle donne che vivono lungo i percorsi dell’acqua. È legato alla maternità, al fiume che scorre, all’acqua che cambia e, con essa, alle emozioni. Sarà lo spettacolo di domenica e rappresenta anche il collegamento con il tema del prossimo anno.
Gli spettatori vengono invitati a passeggiate archeologiche e a contribuire alle pratiche performative: quanto è importante per lei evolvere in questo modo il rapporto tra spettatore e pratica artistica, in questo caso la danza?
Anche questo aspetto nasce dal riferimento ai cinquant’anni della danza postmoderna, che porta con sé proprio il concetto di coinvolgimento del pubblico. Riprendere oggi quell’idea significa riportare lo spettatore al centro e renderlo attivo.
Penso che possa essere uno stimolo ulteriore per godere della danza: poter essere, in qualche modo, danzanti insieme alla compagnia, ai ballerini e alla coreografa. In una delle pratiche sarà proprio la coreografa, dal vivo e con il microfono, a coinvolgere il pubblico e a chiamare i diversi partecipanti.
Credo che sia importante perché non tutti possono fare ciò che fa un danzatore professionista. Non tutti possono eseguire una pirouette o affrontare un salto altissimo: quello lo lasciamo ai grandi danzatori. Ma quando parliamo di fisico e di corpo, siamo tutti coinvolti. Il corpo allenato è quello del danzatore, ma il corpo di ogni persona è comunque una vibrazione, qualcosa di vivo. Quando viene coinvolto, può provare piacere nell’essere parte dell’esperienza.
Anche le endorfine che si sviluppano nel momento in cui un corpo danza sono, a mio avviso, un elemento in più per godere degli spettacoli e, in particolare, della danza contemporanea.
Il programma comprende improvvisazione, riletture shakespeariane e performance legate all’acqua e al paesaggio, come “Happening, Again!” e “Acqua Madre”: quale idea comune guida questa selezione?
L’idea comune è proprio quella di costruire un percorso che dal corpo e dalle emozioni arrivi al territorio e al rapporto con ciò che ci circonda. Gli spettacoli non sono stati semplicemente accostati: sono entrati in relazione con il percorso triennale che abbiamo immaginato e con i luoghi che abbiamo scelto.
Da una parte c’è la profondità del racconto e dell’emozione, dall’altra la relazione con la natura, l’acqua, il paesaggio e il corpo. Acqua Madre, per esempio, parla delle donne e dei percorsi dell’acqua, legando maternità, fiume ed emozioni. È proprio questo tipo di relazione che ci interessava portare al centro del festival.
In che modo l’Appia Antica può diventare elemento attivo della performance, evitando di usarla come semplice sfondo scenografico?
Nel nostro caso non abbiamo mai cercato una semplice scenografia. Abbiamo sempre cercato luoghi che potessero essere dei veri e propri contenitori, anche dal punto di vista energetico e della loro vibrazione.
La prima tappa del festival, che abbiamo già realizzato vicino a Bracciano, si è svolta all’interno di un bosco, con un’arena immersa nella natura. Sull’Appia Antica saremo invece all’interno di una chiesa sconsacrata bellissima, un luogo di archeologia pura, circondati dalle pietre. Sono luoghi che hanno una propria energia e una propria storia.
Chiuderemo poi il festival all’interno dell’antica fornace del Canova, nel cuore di Roma, un luogo storico che risale al Quattrocento. È questa la scenografia che abbiamo scelto per il festival: la natura da una parte e la pietra antica dall’altra.
Pensiamo che proprio questi luoghi possano far vibrare ancora meglio il corpo dei danzatori e coinvolgere maggiormente il pubblico. La performance, quindi, nasce anche dall’energia che viene restituita dal luogo: non è semplicemente uno spazio che accoglie lo spettacolo, ma entra nella relazione tra danzatori, pubblico e performance.
Dopo cinque edizioni tra Bracciano, l’Appia Antica e altri spazi di Roma, com’è maturata la sua visione sul rapporto tra danza e territorio?
Il rapporto tra danza e territorio è fondamentale. La danza ha bisogno del pubblico, perché senza pubblico non esiste quello scambio attraverso cui chi si esprime può entrare realmente in relazione con gli altri.
È un rapporto che abbiamo costruito nel tempo. Già dal primo anno sull’Appia Antica abbiamo visto arrivare moltissime persone, attratte sia dai luoghi sia dalle compagnie di danza, che erano e sono molto interessanti. Il territorio, quindi, è fatto innanzitutto dalle persone che lo abitano e lo vivono, ma non soltanto.
Nel caso dell’Appia Antica il territorio ha anche una dimensione monumentale e paesaggistica fondamentale. È un territorio vibrante, anche se lungo l’Appia Antica non c’è una popolazione residente numerosa. Per questo cerchiamo di coinvolgere chi vive nei dintorni, ma anche chi arriva da Roma e i turisti che visitano questi luoghi.
La danza e il territorio, dunque, si alimentano reciprocamente: da una parte c’è il luogo, con la sua storia e la sua energia; dall’altra ci sono le persone che lo attraversano e che, attraverso la danza, possono viverlo in una maniera diversa.





