Un memoir intimo e profondo sulla gestazione per altri, sul desiderio di diventare madre e su un’idea di famiglia che nasce dall’amore, dalla cura e dall’alleanza tra corpi
Ci sono storie che cominciano molto prima dell’inizio. Prima di una nascita, prima di una decisione, persino prima che un desiderio trovi le parole per essere pronunciato. Quella di Chiara Tagliaferri comincia proprio lì: in uno spazio incerto, quasi invisibile, dove per anni la maternità non è stata un progetto né una mancanza. Poi qualcosa cambia. A quarant’anni, una diagnosi di menopausa precoce e un amore capace di aprire una possibilità inattesa fanno emergere un desiderio che non può più essere messo da parte. Da quel momento, diventare madre significa attraversare il proprio corpo, i suoi limiti e le sue possibilità, ma anche un territorio molto più vasto fatto di attese, paure, denaro, burocrazia, legami e scelte difficili.

È da questa esperienza che nasce Arkansas. Storia di mia figlia, il memoir di Chiara Tagliaferri pubblicato da Mondadori. Un libro che racconta il lungo percorso verso la nascita di Lula e che, pagina dopo pagina, si allontana dalla semplice cronaca di un desiderio diventato realtà per entrare in una zona più profonda: quella in cui ci si interroga su cosa significhi essere madre, su cosa generi davvero una famiglia e su quanto siano fragili le definizioni con cui proviamo a dare un ordine ai legami.
La storia è quella di un’odissea durata sette anni. Dopo gli esami, le terapie e i tentativi di procreazione medicalmente assistita, quando le possibilità in Italia sembrano esaurirsi, Chiara e suo marito Nicola intraprendono il percorso della gestazione per altri negli Stati Uniti. È un viaggio lungo e complesso, pieno di attese, ostacoli, paure e imprevisti, che li porta fino all’Arkansas, dove incontrano Daisy, la donna che renderà possibile la nascita della loro bambina Lula.
Ma sarebbe riduttivo definire Arkansas semplicemente un libro sulla gestazione per altri. La GPA è il fatto intorno al quale tutto si muove; il vero centro del libro è, piuttosto, la trasformazione di una donna davanti al proprio desiderio.
Tagliaferri non racconta la maternità come un destino naturale, né come il premio finale dopo una lunga prova. La racconta come una scoperta, a tratti spaventosa, di una parte di sé che non aveva previsto. E lo fa senza nascondere le contraddizioni, le paure, l’egoismo, la vanità, la rabbia e persino i pensieri più scomodi. È una delle qualità più preziose del libro. Arkansas non idealizza la maternità. La rende umana.
La scrittura di Chiara Tagliaferri riesce così a muoversi in uno spazio delicatissimo senza trasformarlo in una zona protetta. C’è tenerezza, ma non c’è sentimentalismo. C’è dolore, ma non c’è compiacimento. C’è amore, ma non viene mai usato per cancellare le ambivalenze.
La sua delicatezza nasce proprio da questa capacità di guardare senza giudicare. Di avvicinarsi alle cose con attenzione, lasciando che siano le contraddizioni a parlare. La scrittrice osserva i corpi, le relazioni, le paure e i desideri con una particolare disponibilità all’ascolto. E soprattutto riesce a fermarsi là dove sarebbe più facile semplificare.
La maternità, per esempio, non viene raccontata come un rapporto esclusivo tra una madre e una figlia. Attorno a Lula esiste una costellazione di donne: la madre, la donatrice, la gestante. Tre corpi diversi che, in modi diversi, partecipano alla possibilità della sua nascita. È una delle intuizioni più forti del libro: l’idea che una nuova vita possa nascere non soltanto da un legame biologico, ma da un’alleanza. Un’alleanza complessa, imperfetta, attraversata anche da questioni economiche, giuridiche ed etiche, ma pur sempre un’alleanza.
E allora anche la domanda su che cosa significhi essere madre cambia prospettiva. Non è più soltanto una questione di sangue, gravidanza o genetica. Diventa una questione di presenza, responsabilità, cura. Di quella promessa quotidiana che comincia nel momento in cui si decide di prendersi cura di qualcun altro.
È forse questo il punto in cui Arkansas smette di essere soltanto la storia privata di Chiara Tagliaferri e Nicola Lagioia e diventa una storia che può parlare a chiunque. Perché dietro la vicenda eccezionale raccontata nel libro rimangono domande universali: quanto siamo disposti a rischiare per ciò che desideriamo? Quanto conosciamo davvero noi stessi? E quanto può essere ampia la definizione di famiglia?
La scrittura accompagna queste domande senza pretendere di risolverle. Tagliaferri attraversa il dolore, la rabbia e l’amore lasciando entrare nella narrazione anche l’immaginazione. L’Arkansas non è soltanto un luogo geografico: diventa uno spazio quasi fiabesco, popolato da riferimenti cinematografici e letterari, da Twin Peaks al Mago di Oz, da Elvis ai boschi e alle creature che sembrano appartenere contemporaneamente alla realtà e al mito. È come se una vicenda troppo concreta per essere facilmente raccontata avesse bisogno, per trovare una forma, anche della fantasia.
Questa capacità di mescolare quotidiano e visionario è uno degli elementi che rendono il libro riconoscibile. L’autrice non procede soltanto per cronaca: cerca una lingua capace di contenere l’esperienza. Ed è una lingua che, nelle pagine migliori, sa andare molto in profondità.
Lo fa soprattutto quando rinuncia alla tentazione di spiegare e sceglie, invece, di mostrare. Quando racconta il corpo sottoposto agli esami e alle terapie. Quando restituisce l’attesa. Quando affronta la paura che una scelta privata possa trasformarsi in un giudizio pubblico. Quando si interroga su che cosa significhi essere una madre senza aver attraversato la gravidanza. Quando guarda finalmente Lula e comprende che la maternità, per lei, non coincide con l’averla portata nel proprio ventre.
È proprio in questi passaggi che emerge la particolare sensibilità dell’autrice: la capacità di entrare nelle pieghe dell’esperienza, là dove le definizioni diventano insufficienti. Ed è forse per questo che Arkansas riesce a sottrarsi alla semplice dimensione autobiografica.
La vicenda personale resta sempre al centro, ma intorno a essa il libro apre uno spazio più ampio: quello del confronto con il significato della famiglia, della maternità, del desiderio e della libertà. È un libro che non sembra voler fornire risposte preconfezionate sulla gestazione per altri, quanto piuttosto restituire tutta la complessità umana di chi attraversa quella scelta.
È una scelta narrativa importante, soprattutto perché il tema della gestazione per altri tende facilmente a trasformarsi in uno scontro di posizioni. Chiara Tagliaferri, invece, sembra essere più interessata alle persone che alle tesi. Ed è questa, forse, la sua scelta più forte.
In un momento in cui la maternità viene spesso raccontata attraverso slogan, appartenenze e contrapposizioni, Arkansas prova a restituirle la sua parte più vulnerabile. Quella in cui non esistono risposte perfette, ma soltanto esseri umani che cercano una strada. Una donna che cambia idea su se stessa. Un uomo che attraversa con lei un percorso lungo e doloroso. Una donatrice. Una gestante. Una bambina che arriva alla fine di una storia che è cominciata molto prima di lei. E soprattutto una scrittrice che sceglie di non nascondere le proprie contraddizioni, le proprie fragilità.
È qui che la delicatezza della scrittura diventa profondità: nel coraggio di non raccontarsi migliori di come si è. Forse il vero viaggio di Arkansas non è quello che conduce dall’Italia agli Stati Uniti. È quello, molto più intimo e accidentato, che porta Chiara Tagliaferri dentro un’idea di maternità che all’inizio non le apparteneva e che, strada facendo, diventa qualcosa di profondamente suo.
Ed è proprio qui che il libro trova la sua voce più autentica: nella capacità di raccontare la fragilità senza vergogna, il desiderio senza retorica, l’amore senza semplificarlo. Tagliaferri non cerca di dimostrare che esiste un modo giusto di diventare madri o di costruire una famiglia. Ci ricorda, piuttosto, quanto siano complesse le strade che ci portano verso le persone che amiamo.

Alla fine resta Lula, ma resta anche tutto ciò che l’ha preceduta: i corpi, le attese, le paure, le donne incontrate lungo il cammino, le domande senza risposta. E forse è questo il gesto più bello di Arkansas: trasformare una storia privata in uno spazio in cui anche il lettore può fermarsi e chiedersi, con una certa vertigine, che cosa significhi davvero chiamare qualcuno “figlia”, “madre”, “famiglia”.
Arkansas – Chiara Tagliaferri – Mondadori – Immagine di copertina/in evidenza: @Mondadori.it





