Marco Bianchini chiude il concorso per Inventaria 2026, intrecciando le lettere della Monroe con le vite forzate di Aurora e Clelia
Con la prima romana dello spettacolo Baby Miss, si conclude ufficialmente la fase concorsuale di Inventaria – Festa del Teatro Off 2026, mentre la kermesse vera e propria, si concluderà a Teatro Basilica il prossimo 15 e 16 giugno con la Sezione Demo diretta da Flavia G. De Lipsis.
L’ultima pièce sul palcoscenico dello storico Teatro Tordinona nella serata del 6 giugno, è stata affidata a Marco Bianchini. L’autore e interprete ha scelto di affrontare un tema quanto mai attuale e spinoso: il mondo dei concorsi di bellezza per bambine tra i 5 e gli 11 anni, trasformando la scena in un campo di battaglia tra l’essere e l’apparire.

Marco Bianchini
Il lavoro di Bianchini si presenta come un monologo a più voci, un mosaico frammentato dove si intrecciano registrazioni di podcast, sogni di gloria e momenti di cruda realtà. Al centro della narrazione troviamo due poli geografici e umani: la Napoli di Aurora Cuore e la Vicenza della piccola Clelia Fabris. La scenografia disegna a terra un cerchio con dei lumini, a ricordarci che la vita della baby miss è sempre vissuta ed esposta sul palco della vanità; a terra, oggetti riconducibili a giochi dell’infanzia, la bacchetta magica delle fate, l’orsacchiotto primo amico e confidente. Su questo palco immaginario, tutta la narrazione di Bianchini.
Aurora è la “reginetta” già consacrata, una bambina prodigio di Secondigliano che entra in scena (virtualmente) con un elicottero e un paracadute a forma di caramella tricolore. Attraverso il suo personaggio, Bianchini svela i retroscena inquietanti di una vita scandita da “likes”, esercizi fisici all’alba per evitare “braccia flaccide” e diete a base di gallette di riso. Il contrasto è stridente: Aurora ha il corpo di una bimba di otto anni ma la mente – forgiata da doveri estetici e dizione “universale” – di una donna di trentacinque.
Dall’altra parte c’è Clelia, un “maschiaccio” che ama il calcio e le felpe larghe, trascinata nel vortice delle ambizioni materne dalla determinata Maria Elena. Qui il registro vira verso un vicentino stretto, capace di strappare risate amare mentre la madre istruisce la figlia a mordicchiarsi le labbra e pizzicarsi le guance per rompere i capillari e apparire più colorita, nel tentativo di trasformarla in una piccola Ivana Spagna o una miniatura di Tina Turner ed entrare così nel concorso per baby miss.
Uno degli elementi più densi e originali dello spettacolo è il parallelismo con Marilyn Monroe. Bianchini inserisce letture toccanti delle lettere della diva, in particolare quelle che descrivono la sua permanenza in un reparto psichiatrico. Questo espediente non è solo un omaggio iconografico, ma una potente metafora: la stanzetta d’ospedale per “pazienti gravemente squilibrati” diventa sia lo specchio della gabbia dorata in cui sono rinchiuse le baby miss, sia la “proiezione” di un possibile, quanto, malaugurato futuro.
La mercificazione del corpo e la sessualizzazione precoce emergono con forza quando si parla dell’uso di caffè nero bollente somministrato alle bambine durante i servizi fotografici per mantenerle vitali, preferendo la caffeina agli zuccheri della Coca-Cola che “fanno vedere la pancia”. È qui che il mondo dello spettacolo viene rappresentato come un meccanismo che “divora” l’infanzia, sostituendo il gioco con il lavoro e la libertà con l’obbligo economico di mantenere la famiglia.
Bianchini dimostra una notevole versatilità attoriale, navigando tra registri che spaziano dal farsesco al surreale. Il linguaggio comico non è mai fine a se stesso, ma funge da veicolo per contenuti profondi, permettendo al pubblico di ridere delle assurdità del sistema (come l’ossessione per i capelli rossi alla Tori Amos della madre di Clelia) per poi colpirlo con la tragicità di un’infanzia negata.
Il finale vira verso un tono onirico e rivoluzionario: le due bambine, incontrandosi, uniscono le forze in uno spirito che ricorda Thelma & Louise, mettendo in atto un “progetto segreto di distruzione” del sistema che le ha ridotte a pedine. È il grido di chi vuole tornare a essere semplicemente una bambina che gioca con il suo peluche “Biscotto”.

Marco Bianchini
Indubbio è il valore del lavoro e la capacità di “alzare il sipario” su una realtà pericolosa, ma lo spettacolo risente di alcune lungaggini. Con una durata di quasi un’ora e mezza, il monologo tende a dilatarsi eccessivamente nella parte finale. In particolare, l’incontro a Napoli tra Aurora e Clelia, seppur necessario per lo scioglimento drammaturgico, indugia in dialoghi che non sempre aggiungono sfumature nuove a quanto già brillantemente esposto nelle sezioni precedenti. Uno snellimento di questo segmento, focalizzandolo solo sugli elementi cardine del confronto, gioverebbe alla fluidità complessiva e alla tenuta emotiva del finale. Marco Bianchini, con questa pièce, ci consegna un ritratto spietato di una società che proietta i propri sogni di gloria sui figli, dimenticando che, dietro una fascia e una corona, dovrebbe esserci solo il diritto al riposo e alla spensieratezza, lasciando lo spettatore con una domanda scomoda: quanto siamo disposti a sacrificare dell’innocenza altrui sull’altare del successo?.
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Baby Miss – di e con Marco Bianchini, disegno luci Fabio Bonfanti, suoni Alessandro Balestrieri, produzione Teatro della Caduta, con il sostegno di RadiceTimbrica Teatro, Festival Com’è, in copertina Marco Bianchini, Teatro Tordinona 5 giugno 2026
Foto ©Grazia Menna





