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Marjane Satrapi

Marjane Satrapi e la rivoluzione che non ha mai tradito

Il corpo delle donne, lo sguardo dell’Occidente e la ribellione come forma narrativa

Non tutte le morti chiudono una vita. Alcune riaprono un problema. Con Marjane Satrapi non si spegne soltanto una delle voci più importanti della graphic novel contemporanea: si interrompe una delle poche narrazioni capaci di sabotare, dall’interno, lo sguardo con cui l’Occidente ha costruito l’immagine delle donne iraniane. Troppo spesso vittime, simboli, allegorie. Quasi mai soggetti.

Marjane Satrapi
La fumettista e regista franco-iraniana Marjane Satrapi

Satrapi è morta ieri, 4 giugno 2026, a Parigi, a 56 anni. Ma la notizia, prima ancora di essere un fatto biografico, è un cortocircuito politico: cosa succede quando scompare una delle autrici che ha più violentemente contestato il modo in cui il mondo guarda il corpo femminile non occidentale?
Virginia Woolf scriveva che «anonimo era una donna». Marjane Satrapi ha passato la vita a fare qualcosa di ancora più radicale: strappare le donne dall’anonimato senza trasformarle in simboli.

Persepolis, probabilmente la sua opera più famosa, non è mai stata soltanto una graphic novel autobiografica, ma un dispositivo di rottura. Pubblicato tra il 2000 e il 2003 e poi diventato film animato nel 2007, il racconto dell’infanzia e adolescenza di Marjane Satrapi durante e dopo la Rivoluzione islamica iraniana ha avuto un impatto che va ben oltre la letteratura disegnata: ha cambiato il modo in cui un’intera generazione occidentale ha immaginato l’Iran.
Ma il punto non è “spiegare l’Iran all’Occidente”, quello lo fanno anche i manuali, spesso male. Il punto è un altro: Satrapi mostra quanto sia violento lo sguardo che pretende di spiegare tutto.

Edward Said (scrittore statunitense di origine palestinese) lo ha chiamato orientalismo: la costruzione dell’Oriente come oggetto da interpretare, semplificare e addomesticare. Satrapi risponde non con una teoria, ma con una bambina. Marji non è un simbolo, è un problema. Fuma di nascosto, ascolta gli Iron Maiden, si innamora, mente, tradisce, si ribella, sbaglia. E proprio per questo sottrae il suo mondo alla riduzione morale: non c’è “la donna iraniana” in Persepolis, ma una soggettività che rifiuta la forma pedagogica. Il femminismo che disturba.

bell hooks (scrittrice, attivista e femminista statunitense) scriveva che il femminismo non è uno slogan ma una pratica di disarticolazione del potere. Satrapi questo lo realizza sul piano narrativo: non “racconta le donne iraniane”, ma incrina l’idea stessa che le donne debbano essere raccontate come categoria uniforme.

Il velo, nelle sue pagine, non è mai folklore né dettaglio culturale, ma un dispositivo politico sul corpo. La guerra Iran-Iraq non è sfondo storico, ma macchina che modella infanzie. La rivoluzione non è epica: è una frattura che entra nelle case. E soprattutto: non c’è mai redenzione.

Questo è il punto che molti lettori occidentali non hanno mai davvero accettato di Persepolis: non consola, non salva, non offre una donna “giusta” da applaudire. Satrapi non costruisce eroine, costruisce contraddizioni. Ed è qui che il suo gesto è profondamente politico: rifiuta la traduzione del femminile in forma accettabile per lo sguardo esterno.

C’è poi un altro livello, più scomodo, che riguarda noi. Persepolis è stato spesso celebrato anche perché “spiegava” l’Iran, ma questa lettura contiene un fraintendimento: l’idea che una storia valga soprattutto quando diventa “utile”. Satrapi ha sempre rifiutato questa utilità: la riduzione dell’arte a testimonianza educativa e delle donne a strumenti narrativi per far capire il mondo agli altri. Qui il suo gesto diventa politico in senso pieno: sottrarre complessità all’uso pedagogico dell’Occidente.

Non è stata infatti una mediatrice culturale, ma una sabotatrice. Il bianco e nero di Satrapi non è uno stile, ma una scelta morale: niente colore significa rifiuto dell’estetizzazione del dolore, niente ornamento significa rifiuto della pornografia del trauma. Linee nette significano non addolcire ciò che è brutale.

Molto prima del movimento Woman, Life, Freedom, Satrapi aveva già mostrato cosa significa vivere dentro un regime che controlla i corpi femminili. Ma soprattutto aveva mostrato qualcosa che spesso si dimentica: che la repressione non produce solo vittime, produce anche immaginazione.
E l’immaginazione, quando diventa politica, è un campo di tensione.

Marjane Satrapi

La storia ha cancellato le donne, il potere si è riprodotto nelle narrazioni, l’Oriente è stato costruito come oggetto di sguardo. Satrapi non aggiunge una teoria a questo quadro: lo incrina dall’interno, spostando la questione dal livello delle interpretazioni a quello della forma.

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