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Ennio Coltorti, racconto Charlie Parker tra genio e fragilità

Intervista al regista e interprete dello spettacolo in scena al Teatro di Documenti di Roma: tra jazz, recitazione e il fascino delle grandi figure del Novecento.

Dal 4 al 7 giugno torna al Teatro di Documenti di Roma, dopo il successo della scorsa stagione, Interplay. Charlie Parker, le ali del jazz, spettacolo scritto da Alma Daddario che racconta l’ultimo periodo della vita del grande sassofonista statunitense. A dirigere lo spettacolo e a vestire i panni di Charlie Parker è Ennio Coltorti, con cui abbiamo avuto il piacere di dialogare.

Ennio, “Interplay. Charlie Parker, le ali del jazz” è già stato messo in scena l’anno scorso al Teatro di Documenti ma quest’anno ci sono delle novità…

Ci affiancheranno due giovani: una cantante, Elena Barbati, e un pianista, Federico Pappalardo.  Sottolinearanno alcuni intensi momenti della nostra performance. Per il resto lo spettacolo, una “mise en espace” che si avvale di proiezioni di foto e musiche registrate d’epoca a fare da stacco tra i diversi “quadri” drammaturgici, sarà lo stesso che presentammo in una serata durante la scorsa stagione che ebbe funzione di “sondaggio”. La risposta del pubblico fu talmente calorosa che abbiamo deciso di riprenderlo avvalendoci della collaborazione di due giovani artisti di grande talento per donare al pubblico emozioni ancora più coinvolgenti. 

Tu curi la regia e sei anche in scena. Che tipo di regia hai scelto per questo testo e in che modo hai lavorato sul tuo personaggio

Mah, è difficile definire sinteticamente una regia. Si rischia l’approssimazione. Si potrebbe definire “brechtiana” poiché il fatto che per gran parte del tempo interpretiamo il copione leggendolo, seduti nei nostri spazi e usando all’occorrenza vari oggetti con funzione didascalica e rappresentativa, può richiamare quella tecnica indicata da Brecht per rendere il pubblico più consapevolmente partecipe della tematica drammaturgica affrontata. Tuttavia l’interpretazione che ho scelto per rappresentare lo “scontro/incontro” tra Parker e il suo interlocutore è di segno opposto: affatto didascalica, anzi, in alcuni momenti totalmente immersiva. Io interpreto Charlie Parker, un artista che può definirsi il non plus ultra del concetto di genio e sregolatezza. Difficilissimo trovare per questo personaggio quell’equilibrio tra dionisiaco e apollineo auspicato da Nietzsche nell’arte rappresentativa vista la forte propensione per il dionisiaco. Pare che l’anno scorso io ci sia riuscito. Vedremo questa volta. Insomma è una bella sfida.

In scena con te c’è anche Massimo Napoli: quale personaggio interpreta e come avete costruito insieme il rapporto tra i vostri due ruoli?

Massimo interpreta Bruno Werner; un cronista e critico musicale che scrisse un libro su Parker dopo averlo inseguito e intervistato a lungo per carpirne i segreti interpretativi e diventandone alla fine amico. Riprendendo il concetto di prima definirei il suo personaggio la parte prevalentemente apollinea della rappresentazione. Anche se qua e là punte di dionisiaco affiorano anche in lui. Abbiamo lavorato fin dall’inizio quasi musicalmente cercando di accordare i nostri diversi registri interpretativi e cercando una corrispondenza umana che naturalmente doveva partire anche dal rapporto prettamente umano. Ci siamo conosciuti e riconosciuti nelle nostre diversità e nelle nostre comuni emotività. Parlare di amicizia forse sarebbe troppo (non riusciamo mai a incontrarci per un caffè al di fuori di prove e repliche pur abitando vicini) ma sicuramente di stima e simpatia reciproca credo di sì. 

Cosa ti ha colpito di più della storia di Charlie Parker? 

La profonda fragilità umana e la grandiosità artistica. Inarrivabile nei suoi momenti di grandi intuizioni e tenerissimo nei suoi prevalenti momenti di estrema solitudine e sensibilità. È stato molto interessante scoprire anche la sua preparazione culturale. Non facile per un nero nell’America di quel tempo, considerando inoltre sia le sue origini estremamente povere sia la sua breve vita piena di eccessi.

C’è qualcosa di te nel personaggio di Parker? 

Vedi, quando io interpreto un personaggio, qualunque esso sia, cerco di individuarne le caratteristiche emotive, intellettive e comportamentali prevalenti, dopodiché, come un esploratore mi immergo in me stesso per andare a svegliare quelle stesse caratteristiche che sono dormienti dentro di me, le rianimo e me ne faccio invadere. E sai, molte le riconosciamo facilmente perché sono comuni a tutti noi; altre non sono prevalenti e sonnecchiano finché qualcosa non le sveglia ma non è facile trovarle. Per esempio la sensazione di estrema solitudine; la rabbia estrema verso chi non ci capisce; il sentirsi potente come un Dio e fragile come un bambino, ecc. Qualcosa di me? Beh, ogni volta che interpreto un personaggio famoso mi dicono che gli assomiglio, che sembrava di vedere lui: Pirandello, Napoleone, Nietzsche, Lenin, Buscetta, Matteotti ecc… strano no? Il fatto è che, una volta messo qualche elemento esterno, baffi, barbe, calvizie, capelli, nasi finti e soprattutto postura, rimane l’anima che è qualcosa che ci accomuna più del corpo e allora, per citare Angelo Ripellino, truccando l’anima sembriamo il personaggio. In realtà è perché siamo tutti la stessa cosa: umanità.

Ennio, la tua è una carriera lunga e ricca di esperienze: c’è un lavoro, tra tutti quelli che hai affrontato, che ti ha dato le maggiori soddisfazioni? 

Quando da bambino mi chiedevano a chi volessi più bene, papà o mamma, rispondevo: “A tutti e due, ma in modo diverso.” Così è per il mio lavoro: mi da sempre soddisfazione quando riesco a farlo al meglio e questo in tutti i campi: teatro, doppiaggio, cinema, radio, televisione, regia interpretazione, scrittura insegnamento. Certo in ognuna di queste discipline ci sono stati momenti di maggiore soddisfazione ma passerei troppo tempo ad enumerarli. Comunque per soddisfare la tua domanda te ne indico qualcuno, scegli tu: aver doppiato Marlon Brando in “Apocalipse now, redux”, Al Pacino nel trailer di “C’era una volta a Hollywood”, Hugo Weawing in “Matrix”; in teatro “Napoleone a Sant’Elena e Talleyrand in “A cena col diavolo”; in televisione Braibanti in “Un caso senza precedenti” e Pietro in “Una storia italiana”; in cinema “Ninfa Plebea” di Lina Wertmuller, “E li chiamavano Briganti” di Pasquale Squitieri e naturalmente essere stato scelto da Ridley Scott per un personaggio, anche se minore, in Hannibal. Nell’insegnamento gli sguardi grati dei miei allievi e soprattutto di mio figlio.

Qual è stato il momento che ti ha fatto capire che la recitazione sarebbe stata la tua strada?

Non so, credo di essere nato già volendo essere un attore

C’è ancora qualcosa che sogni di fare nel tuo lavoro? 

Continuare a farlo fino alla fine. E, perché no? Anche dopo.

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