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“L’anitra selvatica”: quando la cieca verità distrugge

Al Teatro Argentina arriva Thomas Ostermeier per due date memorabili in cui il tramonto di un’illusione frantuma l’equilibrio precario di una famiglia

Il regista tedesco Thomas Ostermeier è approdato al Teatro Argentina il 23 e 24 gennaio con L’anitra selvatica (The Wild Duck) di Ibsen, esplorando i chiaroscuri della verità. Fino a che punto è lecito e necessario svelare segreti tumultuosi e farsi testimoni di ammissioni sconcertanti o che anche solo hanno il potere di far soffrire qualcuno? Prodotto dalla Schaubühne Berlin in coproduzione Festival d’Avignone, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, questo adattamento in lingua tedesca con sopratitoli in italiano prospetta il tramonto della fede nell’illusione delle illusioni: la verità come epicentro di salvezza.

La vicenda prende le mosse dall’esigenza di Gregers Werle di dissotterrare la verità quando si rende conto che la vita dell’amico Hjalmar Ekdal è fondata sull’omissione di fatti di fondamentale importanza. Una discussione tra Gregers e il padre Håkon Werle e la scoperta di un segreto che coinvolge la famiglia Ekdal, composta da Hjalmar, il padre Old, la moglie Gina e la figlia adolescente Hedvig, sarà il primo gradino di un declino i cui esiti sfuggiranno alle previsioni del giovane Werle, fanatico della verità e integerrimo idealista.

La pedana girevole qui è un espediente scenico che consente al pubblico di attraversare con lo sguardo le stanze dell’azione e addentrarsi in una pluralità di sguardi e intenti. La sua rotazione meccanica crea un moto in cui si percepisce una tensione all’inesorabile e una propensione all’instabilità. Un movimento che scoperchia il non visto, invadendo l’area sicura della famiglia Ekdal. Questo non significa che gli Ekdal siano inizialmente del tutto felici e non vi siano ombre di disagio nella loro vita: la regia sottolinea con chiarezza il grido interiore dei personaggi quando Hjalmar si schiaccia sulla finestra.

Non è la tipica famiglia perfetta, anzi è disfunzionale e caotica, ma vi è amore e un equilibrio che pur se basato su basi fragili dura da anni e non sarebbe destinato a interrompersi se non fosse per Gregers. A dare il titolo all’opera teatrale è l’anatra selvatica che accudiscono nel sottotetto: un anatra ferita che vive nella menzogna di una prospettiva limitante, la cattività, e che abituata ad essa ha dovuto rinunciare alla libertà. Ormai questa gabbia è la sua realtà, il suo mondo sicuro seppure fondato sulla falsità. Dunque due mondi protetti, quello della famiglia Ekdal e quello dell’anatra, minacciati da un movimento invasivo che a sua volta simboleggia l’ossessione di Gregers per la verità.

Ostermeier alleggerisce la tensione con un umorismo e una leggerezza ingannevoli per esplodere in un finale ancora più tragico e inesorabile. Un meccanismo a tradimento che si legge nella caratterizzazione estrema di alcuni personaggi e nella perseverante ironia che declina in note gravi dove non c’è più spazio neanche per un lieve sorriso. Immagini di sangue e fumo. Una nebbia mentale e fisica che lascia nell’incertezza di cosa sia giusto da fare di fronte alla “melma della menzogna”. Tutto è messo in discussione, ma non si frantuma quel rigore glaciale che esplode in pochi significativi momenti in monito di catastrofe, scandito da una musica che sovrasta parole e liti o accompagna i fluidi cambi di scenografia.

Gli attori rispondono perfettamente all’esigenza di rigore scenico e severità dettata da Ostermeier, formando un gruppo compatto e omogeneo, lontano da virtuosismi o da un’enfasi melodrammatica. L’ottica realista con cui sono interpretati i personaggi è talmente spinta da sollecitare nello spettatore il disagio piuttosto che la classica empatia. Hjalmar è il personaggio più eccentrico, narcisista e infantile, che con i suoi eccessi studiati e dinamici si contrappone alla rigidità fisica ed emotiva di Gregers, la cui colpa è la mancanza di sensibilità e introspezione, intrappolato in una cecità ideologica malsana che si sgretolerà solo nel finale inatteso.

Anche l’epilogo stesso è disturbante, angosciante ma mai sentimentale o forzatamente teatrale. L’anitra selvatica di Ostermeier lavora di silenzi e non detti, che si contrappongono alla violenza della parola che irrompe con la sua verità e distrugge quel poco di buono che c’è, quell’illusione menzognera che protegge e su cui sono costruiti rapporti di amore e fiducia.

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L’anitra selvatica (The Wild Duck)  di Henrik Ibsen – adattamento: Maja Zade e Thomas Ostermeier regia: Thomas Ostermeier – con: Thomas Bading, Marie Burchard, Stephanie Eidt, Marcel Kohler, Magdalena Lermer, Falk Rockstroh, David Ruland, Stefan Stern – scenografia: Magda Willi – costumi: Vanessa Sampaio Borgmann – musiche: Sylvain Jacques – drammaturgia Maja Zadec – luci: Erich Schneider – produzione: Schaubühne Berlin  in coproduzione Festival d’Avignone, Teatro di Roma – Teatro Nazionale – Teatro Argentina 23 e 24 gennaio 2026

foto THE WILD DUCK, Thomas Ostermeier, 2025 © Schaubühne

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