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Urla frenesia e rallentandi, nel carnevale dell’amore e dell’identificazione

Una competizione difficile dove il cinema vince.

Vedendo al Teatro India di Roma, dove torna dopo i successi di già un paio d’anni, e osannato dalla critica, Come nei giorni migliori, commedia romantica e opera prima del giovane drammaturgo Diego Pleuteri (28 anni), mi torna in mente un antico meccanismo teatrale.

In teatro funzionano spesso in coppia il clown triste (Pierrot) ed il clown buffonesco e sgangherato (Augusto). Sono necessariamente complementari autoesaltandosi la loro dinamica nel contrasto degli opposti.

Nelle commediole consolatorie romantiche – previa moderata stereotipata sofferenza – di cui migliaia di archetipi vediamo nel cinema commerciale da piattaforma, potremmo dire che il clown triste è l’innamorato sentimentale, dolce e disarmato (qui Alfonso De Vreese, soprannominato Jessica, dall’omonimo personaggio della serie TV La donna in giallo) , mentre l’altro è incarnato non da un ruolo comico, ma comunque da un opposto che fa resistenza: il corteggiato renitente indipendente scontroso (qui Billy, interpretato da Alessandro Bandini), spaventato dall’amore e dalla convivenza, e che spesso ammanta le sue resistenze di una pseudo critica alla normalità media e alla famiglia (qui in Pleuteri si aggiunge la tematica del desiderio di paternità dell’altro).

In genere il percorso segue una traiettoria classica. L’indipendente resiste, poi cede alla relazione sessuale e pian piano anche ad una convivenza camuffata, senza tuttavia osare confessarsi innamorato, e ribellandosi all’esplicitazione. Poi cede. Addirittura accetta di conoscere la famiglia dell’altro. Poi scalpita nel rapporto, e rivendica indipendenza esistenziale, spesso in nome della carriera e delle ambizioni (qui se ne va a Parigi per un lavoro nella moda). Si annoia, mente, tradisce. Poi la rottura. La distanza. Poi nella lontananza la crisi dell’indipendente e un ritorno, che trova tuttavia l’altro ora impegnato in un’altra relazione. Ma naturalmente il pubblico parteggia per la coppia originaria (l’amore vince sempre), e la nuova relazione non regge il confronto (relazione con uno sposato). Riesplode l’eros. La convivenza. Poi litigi furiosi, rinfacciandosi tutto. Crisi. Pianto e abbracci: ma si lasciano. Ma qualcosa li riavvicinerà.

Nel caso del testo di Pleuteri la morte della madre di Billy. Il dolore unisce in tenerezza. Vanno a casa di lui. Dormire da amici. Guardano alla TV la serie dove c’è Jessica. 

Si tengono teneramente la mano. Si baciano. Torneranno insieme? Probabile.

Il pubblico lancia urletti di gioia ed entusiasmo.

L’identificazione è piena. Ma senza voler essere brechtiani a tutti i costi, c’è da chiedersi se identificazione e commozione siano l’obiettivo primario del teatro. O non piuttosto emozionare suscitando interrogativi.

Insomma.

Francamente non riesco ad aderire all’entusiasmo concorde e corale della critica, che inneggia all’autore come ad una grande promessa della drammaturgia, e benché non neghi una abilità ritmica nell’orchestrare gli stereotipi e la gradazione dell’identificazione emotiva (e per un inizio giovane può bastare), sempre mi pare che nello stereotipo si resti, dove su brevi accenni comici prevale il sentimental grande, un po’ banale e lievemente isterico nei ritmi, né mi pare di intravvedere uno scavo in dinamiche impreviste o in profondità enigmatiche ed aperte. Talché, benché fosse in vendita nel teatro, non mi sono sentito spinto a comperare il testo, anche se ammetto che, essendo di 144 pagine, forse vi si troverà qualcosa di più articolato che nello spettacolo. 

Ma  mi fido che lo spettacolo ne sia sintesi.

Resta che uno spettacolo è un testo performativo in sé, un testo scenico, di cui il testo drammaturgico non è che premessa e radice.

E quindi parliamone. Pregi e difetti.

La cosa più interessante della scelta registica di Lidi è di ingigantire il vuoto in cui si muovono, si agitano, scalpitano, le pulsioni disperate ad essere della quête amorosa, tra incredulità timore ritrosie rincorse, lampi di ardimento, rinculi.

La scena è ampia e vuota, chiusa da pareti nere. Un vasto pavimento nudo dove dai lati del fondale improvvisamente appaiono, irrompono, con scompostezza adolescenziale, i due protagonisti, correndo a perdifiato qua e là nello spazio scenico. 

Corrono, e a perdifiato corrono i loro primi discorsi, come scioglilingua isterici, ad una velocità tale da rendere quasi difficile seguirli, e comunque tale da suscitare un capovolgimento dello stravolgimento emotivo in ilarità e assurdo. Un’idea interessante, e che fa risaltare per contrasto i sempre più frequenti rallentamenti emotivi e le corrispettive inquietudini. Meglio ancora. I purtroppo rari silenzi. Corrono, cadono a terra, mimano una sovreccitata partita a paddle, si spogliano e copulano, cadono e si rialzano. Si allontanano incollati in muto conflitto alle pareti opposte, per poi esplodere in incontro amoroso, rompendo con una corsa al centro ogni distanza.

Il vuoto, e quasi nessun oggetto.

Ogni tanto cambiano vestito, marcando cambi di fase nel rapporto.

Ogni tanto usano l’unico oggetto scenico (multifunzionale), una panca, per convergere al centro. 

Che sia il divano da cui parlano ai genitori di lui (proiettati nel pubblico), o l’automobile con cui Jessica accompagna Billy all’aeroporto, e avviene la prima lite separazione; o che sia il divano davanti alla TV del finale pacificatorio.

Un convergere al centro che simboleggia – accanto agli avvinghiamenti erotici o agli abbracci sentimentali  – il momento in cui il confronto si fa serrato, intimo.

Il vuoto dove si scandiscono le fasi del rapporto negli anni, e dove faticosamente nel rapido evolvere del discorso dobbiamo stanare i veloci cambi di spazio tempo e situazione.

Una partitura ad elastico, dove i due attori sprigionano energia cinetica iperbolica di corpo e parole, tuttavia con un andamento – dopo un po’ –  ripetitivo e stancante, e un sopra le righe che spesso si fa stonatura nell’urlato improvviso di qualche lite. 

Una corsa di stati d’animo a cui i due stanno dietro con abilità ed ardore, e talora con profondità tonale, ma che alla lunga diventa sfiancamento ginnico, e dove la gestualità resta un po’ stereotipa.

In tutti i sensi, nel bene e nel male, una iperbole ritmica in un vuoto addolorato, difficile da riempire. E che talora resta vuoto.

Ma forse sono anche i modi veloci accelerati sussultori con cui vivono cinematograficamente i sentimenti le generazioni attuali. E quindi, nonostante tutto, nella normalità, una commedia agrodolce a lieto fine, che arriva, e a cui si può cedere, accodandosi all’adesione sentimentale del pubblico, che della commedia è il vero giudice. E che attribuisce ai due un applauso intenso e prolungato, e vi si specchia felice.

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Come nei giorni migliori, di Diego Pleuteri  – regia Leonardo Lidi – con Alessandro Bandini (Billy), Alfonso De Vreese(Jessica)  – scene e luci Nicolas Bovey – costumi Aurora Damanti – foto Luigi De Palma – produzione Teatro Stabile di Torino/Teatro Nazionale – Teatro India, 15 – 19 aprile 2026

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