La fiaba di Pinocchio, non più solo romanzo di formazione ma storia capace di parlare alla contemporaneità.
«Il legno, in cui è tagliato Pinocchio – scriveva Benedetto Croce ne “La Critica” (1937) – è l’umanità, ed egli si rizza in piedi ed entra nella vita come l’uomo che intraprende il suo noviziato: fantoccio, ma tutto spirituale».

Una materia- quel pezzo di legno da caminetto- che si scopre viva, che arriva a bruciarsi, a trasmutarsi, a riplasmarsi attraverso gli accadimenti dell’esistenza.
Giunge quest’anno il bicentenario della nascita di Carlo Collodi e parallelamente, sul palco del Teatro Vespasiano di Rieti, Pinocchio…uno di noi! presentato lo scorso 3 luglio dall’APS Pandemia Creativa e realizzato dalla Scuola di Teatro Letreffe per la regia di Giovanni Leuratti, anche attore nel ruolo di Mangiafuoco.
Tratto da Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino (1881), romanzo di Carlo Collodi, pseudonimo dello scrittore Carlo Lorenzini, lo spettacolo e saggio, nasce da un’iniziale lettura condivisa dell’opera originale, «azione necessaria – afferma il regista- affinché gli allievi potessero “visualizzare” i colori, le atmosfere e i movimenti esteriori (e interiori) dei vari personaggi».
Lo spazio è ancora avvolto dal buio quando si avvertono delle urla di bambini, la scena si illumina e si apre in un quadro familiare: Mara, Luca, i loro genitori, una favola come ispirazione per la realtà, una cornice come cruciale e inevitabile collegamento con il presente.
Se l’inserimento di una cornice narrativa si pone come elemento di snodo per l’incursione della fiaba, contribuisce altresì a porre quest’ultima su un piano differente: non più quello di un romanzo di formazione rivolto alla propria epoca di origine, ma quello di una storia in grado di parlare con autenticità e concretezza alle vite contemporanee.
Si dispiega il racconto partendo dal noto battibecco tra Mastro Ciliegia (Riccardo Selvi) e Geppetto, anche detto Polentina, fino ad arrivare alla costruzione di Pinocchio, al suo passaggio da tronco a burattino, all’introduzione di un rapporto padre- figlio di cui il testo quanto l’interpretazione dei giovani attori (Maite Chiaretti, Damiano Piermarini) riescono a restituire la difficoltà e la tenerezza.
Ciò che colpisce, nel passaggio da una scena all’altra è la predisposizione- riscontrabile in ciascuno dei ventisette allievi attori, ad entrare in peculiare e profonda connessione con il proprio personaggio, permettendo alla rappresentazione di arrivare allo spettatore come organismo unico e unica energia scenica.
Sostiene a proposito il regista come fondamentale «sia stata l’assegnazione graduale delle parti e prosegue: la scelta di dar vita a due fate turchine e, soprattutto, a due Pinocchi, nasceva non solo dalla necessità di motivare gli attori coinvolti ma anche dall’intuizione che tutto “cresce”, ognuno “diviene”, si altera in qualche modo, nel suo processo esistenziale».
Come quella dei personaggi, anche quella degli attori è dunque un’avventura e una scoperta, un tragitto che attraversa la simbologia della narrazione per trovare l’umano, il sé dentro la vita presente.
Tutto, d’altronde, nell’opera collodiana richiama al dinamismo e alla trasformazione: la trasformazione della materia in oggetto, quella dell’oggetto in corpo, da corpo a bestia, e ancora quella – forse la più sostanziale e attuale- da inconsapevolezza a coscienza, con tutto il peso, il dolore, la perdita che ciò comporta.
Posto che in teatro si è portati- come attori- a predisporsi psico-fisicamente all’accoglienza del personaggio, nell’avventura teatrale e metateatrale di Pinocchio…uno di noi! tale esigenza si è manifestata non solo come spinta individuale ma anche e soprattutto come forza collettiva.
Così come l’attrice Viola Fattori, nel ruolo della fata turchina adulta, afferma di essere riuscita attraverso l’analisi psicologica del personaggio, a interiorizzare sentimenti e peculiarità caratteriali che altrimenti non avrebbe potuto sperimentare alla sua età, come quello dell’autorità materna, Caterina Vespaziani– nel ruolo di Lucignolo– dichiara di essersi sentita spronata nei momenti di sconforto durante le prove, dalla forza di volontà di tutti.
Laddove, nel susseguirsi delle scene, molti erano i tempi pieni caratterizzati dalla più massiva presenza di dialoghi e di attori sul palco, lo spettacolo conserva il suo equilibrio di verbale col gestuale, di luci con i bui, di musiche e silenzi: le stesse ombre, statiche o dinamiche, appaiono fondamentali per portare il pubblico “oltre” l’evidenza scenica, oltre la didascalia gestuale.
Medesimo valore assume inoltre il ruolo degli oggetti, riscontrabile tanto sul piano simbolico quanto su quello riguardante il loro rapporto con il corpo attoriale. Lo stesso telo, funzionale al dinamismo delle ombre, rimane– afferma il regista- uno degli attori principali, avendo la funzione misteriosa di trasportare letteralmente il pubblico in altre dimensioni, dove tutto può accadere.

Conoscevamo Pinocchio come fiaba paideutica, romanzo d’avventura e di formazione, lo riscopriamo oggi come vicenda intima ed esistenziale: la sua storia ci conduce ad una nuova collisione, ad un rinnovato interrogativo su tematiche fino ad ora ritenute forse lontane o marginali ma che attraverso il teatro, tornano a chiamarci in causa.
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Pinocchio…Uno di noiI! – Adattamento e regia di Giovanni Leuratti, con Maite Chiaretti, Emanuele Tancredi, Damiano Piermarini, Giulia Carocci, Aurora Fuccelli, Viola Fattori, Caterina Vespaziani, Alessandro Mei, Lavinia Albini, Elettra Coccia, Riccardo Selvi, Andrea Dell’uomo D’arme, Anita Fagiolo, Alessia Gentile, Elisa Donati, Livia Fovi, Elena Mancinelli, Leone Miccadei, Arianna Marinelli, Sveva Fusacchia, Ramona Di Filippo, Marco Mastroiaco, Giorgia Lombardi Davide Mancinetti, Matteo Scipioni e Valeria Gentile – Teatro Vespasiano di Rieti 3 luglio 2026
Foto: ©Vincenzo Vollaro





