Dal 7 al 14 marzo, le sale cinematografiche italiane ospitano la proiezione di un docufilm realizzato per i 150 anni del Corriere della Sera
In questi tempi così bui per l’informazione giornalistica, dove sia i giornalisti che i lettori sono potenziali vittime della misinformazione e della disinformazione, è importante celebrare la storia di quelle testate che da oltre un secolo accompagnano con autorevolezza e attenzione il racconto dei fatti.

Il Corriere della Sera è una realtà giornalistica d’eccellenza e non solo per le firme che nel corso degli anni vi hanno lavorato e collaborato; il marchio che lo distingue è il suo spirito moderato e centrista. Non a caso il suo slogan è “La libertà delle idee“.
Il documentario, diretto da Simona Simi, ripercorre in 113 minuti la storia del giornale, affidandosi a preziose testimonianze (Paolo Mieli, Aldo Cazzullo, Adriana Mulassano, Piero Ottone, Alessandro Piperno, Maurizio Porro, Venanzio Postiglione, Fiorenza Sarzanini, Emanuela Scarpellini, Beppe Severgnini, Giulia Borghese, Urbano Cairo e tanti altri) a letture di alcuni pezzi storici (affidate a tre giovani attori della Scuola del Piccolo Teatro di Milano) e a immagini d’archivio. Il collante della narrazione è Neri Marcorè, che guida lo spettatore in questo racconto corale che attraversa abilmente epoche, trasformazioni sociali, culturali e tecnologiche.
Il Corriere nasce a Milano – città di cui è uno dei simboli, al pari del Duomo e del panettone – nel 1876. L’uscita del primo numero (in foliazione da 4 pagine) venne annunciato dagli strilloni alle 21 del 5 marzo: a fondarlo, il napoletano Eugenio Torelli Violler che durante i primissimi anni come direttore gli conferì quell’impronta moderna e indipendente che sarebbe poi diventata la sua cifra costitutiva.
La redazione inizialmente era minuscola: 4 redattori – compreso il direttore – e 4 operai addetti alla stampa. Come sede era stata scelta la centralissima Galleria Vittorio Emanuele; gli articoli, redatti in due piccole stanze, venivano arrotolati in cilindri che, calati al piano inferiore attraverso delle aperture, venivano stampati. Tutto però aveva un’impronta molto artigianale e casalinga; solo a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, grazie anche alla fiorente spinta economica che investì Milano, il giornale iniziò ad assumere dei contorni più strutturati, derivati da ingenti finanziamenti.
Il periodo più importante per la crescita della testata fu però quello con Luigi Albertini, arrivato alla direzione nel 1900. Durante la cosiddetta “era Albertini”, il Corriere crebbe tantissimo divenendo il quotidiano italiano più autorevole; trovò una nuova collocazione (peraltro ancora in uso, la celebre via Solferino, 28 nel palazzo liberty firmato da Luca Beltrami) e aggiornò le sue linee editoriali, proponendo supplementi diventati storici (come La Domenica del Corriere periodico che ha affascinato il pubblico con le sue iconiche copertine e Il Corriere dei piccoli, pubblicato fino a metà anni Novanta e considerato come la prima rivista a fumetti d’Italia).
Negli anni del fascismo lo spirito indipendente del giornale subì una brusca e prevedibile torsione; prima della sua progressiva fascistizzazione, in virtù della sua laicità politica, il Corriere aveva il potere di influenzare l’umore del Duce. Per questo venne nominato nel 1923 il giornalista Aldo Borelli, che trasformò il giornale in una testata di regime. Ma la presenza di Borelli non fu totalmente nefasta; nonostante lo spirito ardentemente fascista, egli era un uomo propenso al dialogo e aprì il giornale a redattori che ne avrebbero scritto la storia; su tutti Dino Buzzati che dal 1945 divenne il riferimento degli articoli di nera del Corriere. I suoi raffiniti scritti sono, a tutt’oggi, oggetto di studio nei corsi di formazione giornalistica.
Terminata l’egemonia fascista, il giornale riprese lo spirito di un tempo; la prima pagina del 6 giugno 1946 divenne l’iconica cornice della sorridente maestra milanese Anna Iberti all’indomani della nascita della Repubblica Italiana. La foto, scattata da Federico Patellani, è diventata il simbolo della libertà democratica e del protagonismo femminile.
Gli anni successivi alla liberazione segnarono un periodo d’oro per la testata; alcune figure, alcune già inserite da tempo in redazione, si affermarono come i più grandi nomi del giornalismo e della cultura italiana. Su tutti, vanno almeno menzionati il pensatore controcorrente Indro Montanelli (che entrò nel 1938 e vi rimase fino al 1973 per ritornarvi poi come editorialista negli anni Novanta), il premio Nobel Eugenio Montale (firma di punta della terza pagina, quella culturale), Orio Vergani (il “cronista viaggiante” che inventò il mito di Fausto Coppi), l’ironico e fulminante Ennio Flaiano (che iniziò a scrivervi negli anni Trenta), l’intellettuale eretico Pier Paolo Pasolini (fortemente voluto da Piero Ottone nel 1973) autore di celeberrimi “atti d’accusa”, e Oriana Fallaci (entrata nel 1967) autrice di interviste/sfide rimaste storiche.
Anni turbolenti del giornale – ma in realtà dell’Italia tutta – furono gli anni Settanta e Ottanta; il Corriere venne travolto dagli scandali finanziari e politici legati alla loggia massonica Propaganda Due (P2). Il coinvolgimento del quotidiano in questo terremoto politico e sociale sconvolse gli equilibri interni. Emerse che sia la proprietà (il gruppo Rizzoli) sia il direttore dell’epoca, Franco Di Bella, figuravano nella lista dei 962 affiliati a questo “Stato nello Stato”, che mirava a svuotare la democrazia italiana dall’interno.
La rinascita fu lenta e dolorosa, e venne guidata da Alberto Cavallari; una certa stabilità economica e lavorativa si raggiunse solo verso la fine degli anni Ottanta, quando il Corriere superò la concorrenza de La Repubblica, fondato nel 1976 da Eugenio Scalfari e che aveva trovato, nella crisi del quotidiano rivale, linfa vitale per la sua crescita ed espansione.
Un importante momento di riadattamento – un riadattamento che ha interessato il comparto editoriale in toto – è stato l’avvento di Internet che ha rivoluzionato il modo di fare comunicazione. Nel dicembre 1995 il Corriere sbarca pionieristicamente sul web e nel 2000 viene creata una redazione che opera esclusivamente online attiva 24 ore su 24; in breve tempo, Corriere.it diventa il primo sito d’informazione in Italia per numero di utenti. Nel 2014 cessa la distinzione tra informazione cartacea e digitale: non si scrive più per il giornale che uscirà in edicola ma per la notizia, che ormai corre veloce e autonoma. Il cartaceo diventa il luogo di approfondimento, territorio di incontro e scontro di ipotesi diverse, nel pieno spirito aperto e indipendente del quotidiano.
Il giornale sbarca sui social e, parallelamente, perfeziona e rende più intuitivo l’accesso al suo immenso archivio storico. Forse, se si vuole vedere una pecca nel documentario è che dedica poco spazio a questa fase più recente, che, come evidenziato all’inizio, è invece essenziale per far capire al lettore contemporaneo la difficoltà di intercettare la veridicità e l’affidabilità di una notizia.
Il docufilm restituisce in maniera evidente la tensione emotiva che abita lo spazio della Sala Albertini, il cuore pulsante della redazione; molto apprezzato l’approfondimento che viene dedicato alle firme femminili del Corriere che oggi costituiscono il 57% dei redattori. La prima fu quella della moglie di Violler, che lavorò solo in veste di collaboratrice, come molte donne coinvolte successivamente. Giulia Borghese invece, nel 1963, è stata la prima a entrare ufficialmente in redazione con regolare contratto come redattore ordinario. Lei stessa racconta che addirittura non vi erano bagni riservati alle donne e quindi le venne assegnato un ufficio con toilette inclusa; uno spazio però spesso occupato da Eugenio Montale, che lo usava per lavarsi la mani.
Molto interessavate l’intervento di Adriana Mulassano, storica penna del Corriere, che ha scritto di moda in forma di critica sagace.

Il documentario si chiude su una domanda “Cosa significa fare informazioni oggi?”. Forse, sarebbe anche corretto aggiungere quali sfide deontologiche dovranno affrontare i giornalisti del futuro; ma l’importante è che realtà come il Corriere della Sera restino sempre fedeli al loro spirito d’osservazione libero e rigoroso, espressione di una civiltà laica e democratica.
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150 anni Corriere della Sera. Il racconto dell’Italia – Soggetto: Didi Gnocchi – Sceneggiatura: Matteo Moneta, Marco Gangarossa – Direttore della fotografia: Lorenzo Giromini – Montaggio: Gabriele Raimondi – Regia: Simona Risi – Musiche originali: Remo Anzovino – Con: Neri Marcorè – Interventi di: Francesco Battistini, Giovanni Bazoli, Giovanni Belardelli, Giovanni Bianconi, Giulia Borgese, Marzio Breda, Urbano Cairo, Giovanna Calvenzi, Aldo Cazzullo, Simona Colarizi, Lorenzo Cremonesi, Giulia Maria Crespi, Ferruccio de Bortoli, Paolo Di Stefano, Raffaele Fiengo, Luciano Fontana, Massimo Gramellini, Aldo Grasso, Dacia Maraini, Paolo Mieli, Adriana Mulassano, Piero Ottone, Alessandro Piperno, Maurizio Porro, Venanzio Postiglione, Fiorenza Sarzanini, Emanuela Scarpellini, Beppe Severgnini, Barbara Stefanelli, Gian Antonio Stella, Francesca Tramma, Emanuele Trevi, Angelo Varni, Carlo Verdelli, Lorenzo Viganò e la partecipazione di tre attori della Scuola del Piccolo Teatro di Milano – Realizzato con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo del Ministero della Cultura e con il sostegno di Intesa Sanpaolo. – Teatro Acacia di Napoli 9 marzo 2026





