Un corpo a corpo dell’attore nella prigionia dello spazio
Dopo un esordio felice a Napoli, ad aprile, è arrivato anche a Roma, per un giorno, a Cappella Orsini (17 maggio 2026), l’ennesimo accorato monologo sociale di Antonio Mocciola, questa volta sull’inferno dei migranti, Il deserto addosso. Sognando Lampedusa, in questo caso anche con la sua regia. Come sempre affidato ad un attore nudo. La nudità si sa infatti è una delle cifre stilistiche, quasi ossessiva, del nostro autore. Non nudità sessuata, ma piuttosto dessessuata. Nudità d’anima, nel senso dell’affondo e della fragilità. Anche nei casi in cui apparentemente sta in testi dalle sfumature sessuali, su rapporti a vario titolo sado maso.
Il testo è bello, con punte poetiche e intensamente commoventi, e trova il proprio maggior incentivo teatrale e performativo nel rendere il monologo del migrante indirizzato ad un testimone muto invisibile crudele, il suo carceriere (anche se questo non dovrebbe essere il suo compito, in Italia). Fadi infatti, il migrante algerino di turno, si trova, in isolamento, solo (perché?), nella torrida cella di un centro di raccolta. In attesa di smistamento? E’ nudo, e sorvegliato da dietro la grata. Un atto di sopruso misterioso ed ingiustificato, di un sottile sadismo psicologico. Di tortura, in definitiva, anche se diversa da quella fisica subita in Libia, e di cui il migrante parla.
E allora il discorso del migrante oscilla tra memoria (la nostalgia, l’Algeria, l’addio al padre), racconto dell’odissea del viaggio (i compagni morti), e la polemica atto d’accusa preghiera contro l’offesa della nudità, come atto umiliante di distruzione della dignità umana. Polemizza, ma anche si strascina per terra in disperata preghiera, perché si interrompa sì la sua nudità, ma anche la sua fame (gli buttano delle granaglie per terra, e carponi si avventa).
Piange urla predica Fadi. Ma sono parole rivolte nel vuoto d’anima, a chi non può che essere impermeabile. Il discorso che sbatte violentemente contro un muro. L’occhio muto, ma non sordo, non assente, anzi lama che nel silenzio accentua l’impotenza del questuante. E che nel culmine si manifesta imponendogli delle punizioni: lo colpiscono con l’acqua gelida di un idrante; lo obbligano nudo ad esercizi ginnici (flessioni).
Questo dell’assenza presenza è il trucco che permette all’attore di avere quell’ostacolo interno che fa delle sue parole azione drammatica, teatro. Tuttavia talvolta diventa anche pretesto per il testo a slittamenti nobili ma predicatori, come se avesse senso il tentativo di Fadi di ammaestrare la guardia ai valori umani, e come se potesse essere realistico che un migrante si rivolgesse in tal modo al soggetto in questione. E’ una debolezza in cui sovente slittano i testi di Mocciola, quando non sorveglia il proprio veloce ed iperproduttivo istinto teatrale. Lo sconfinamento nell’astratto idealistico a scapito della dinamica. Varia. A volte riesce ad essere tutto dinamica, a volte slitta troppo nel discorso a tesi. Qui siamo in un mix equilibrato, che comunque alla fine regge.
La regia è minimale. Direzione dell’attore soprattutto. Poche luci, intensi stacchi musicali, arabeggianti, tra un quadro e l’altro. Colpisce in particolare la musica d’apertura,
3anzah Jarbanah (2013), traducibile come capra malata/rognosa (come non vedervi alluso il destino di Fadi?), parte di un album dal progetto musicale Jerusalem In My Heart, guidato dal produttore e musicista canadese-libanese Radwan Ghazi Moumneh. Ci invade subito col suo canto stralunato, voce d’un altrove, immersa in una atmosfera oscura, fatta di voci riverberate e droni sonori.
Detto tutto ciò, quello che fa qui la differenza – nel suo muoversi in gabbia nel micro palco di Cappella Orsini, grotta di presenze ‘altre’ ovunque appese, tra stranezze barocche e maschere reperti scultorei dell’estremo oriente – quello che fa la differenza è la presenza dell’attore, un giovane ma intenso e sorvegliato Mario Iermano che deve usare tutto quello che può della nudità, dal corpo al corpo delle parole al corpo del silenzio. Alla nudità dello spazio. Usa accettabilmente la voce, tra lamento introversione ed urlato disperato, ma eccelle nella micro sinfonia gestuale, battiti d’ala dell’emozione. Se nel macro si sbatte a terra, va carponi, si veste e sveste immaginariamente, colpiscono soprattutto alcune vibrazioni minime. Quando è in debolezza si incurva lievemente, proteggendosi i genitali. Quando ricorda la dolcezza del padre chiude gli occhi e si coccola le mani, come se fossero il padre tornato bambino. Quando pensa al declino psicofisico del padre per il fallimento della sua bottega, ne mima il rattrappirsi stringendo davanti a sé un pugno tremante, e guardandolo stralunato. Nella fame si toglie con piccoli gesti insetti dalle ascelle, per mangiarli.
E alla fine, quando ricorda la speranza che lo sosteneva nel viaggio, per mimare il sogno di una Lampedusa ancora lontana, dondola estatico guardando all’infinito
L’orizzonte è … una promessa […] il battito di un sogno che non dorme mai […] Guardo l’acqua scura e non vedo abissi, ma sento il respiro di un domani che ha il profumo del pane fresco e la dignità di un lavoro. […] cerco il diritto di essere luce […] Stringo i pugni non per rabbia, ma perché dentro nascondo dei semi. Sono le mie speranze, e ora che tocco terra, voglio vederle germogliare. Voglio il dono della normalità. Desidero camminare per strada senza dovermi più voltare indietro […] Voglio mani che costruiscono […] Voglio il ponte delle parole: Imparerò i suoni di questa nuova lingua […] Voglio il diritto di restare umano
Sa dare protensione al sogno, anche se queste parole, così poetiche, non è chiaro a chi siano rivolte. Come dicevamo, un po’ predicatorie, e certo irricevibili dal carceriere. Eppure è proprio a lui che si rivolgono, come chiaro dal seguito, che dà tra l’altro corpo al titolo Il deserto addosso
Il deserto non è la sabbia. E’ quando gridi e la tua voce non rimbalza contro nulla. In Libia, se urlavo, qualcuno mi picchiava: c’era qualcuno. Qui, dietro questa grata, non c’è nessuno. Nessuno. Siete un deserto. Avete chiuso gli occhi.
Comunque, un po’ di retorica ci sta, e fa da controluce al dolce addio al padre. Baci e abbracci. Poi l’attore corre in cerchio piangendo. Partire. Il naufragio. Lui a nuoto. Disperato. Rotea le braccia, mimando il nuoto disperato, e invoca Lampedusa, urlando, mentre la musica progressivamente lo sovrasta, come se le acque e la crudeltà dell’Europa spegnessero quell’urlo di speranza, affogandolo nonostante l’approdo.
Tutto si spegne, e l’attore, esausto ed emozionato, si prende i dovuti calorosi applausi.
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Il deserto addosso. Sognando Lampedusa – testo e regia, Antonio Mocciola – con Mario Iermano – Aiuto-regia Barbara Lafratta e Chiara Stinca – Cappella Orsini di Roma, 17 maggio 2026





