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Tristan und Isolde: attraversare l’ombra ardente del desiderio

Wagner al Carlo Felice tra abbandono, tensione e luce

Mettere in scena Tristan un Isolde significa assumersi una responsabilità rara: quella di abitare il tempo senza fretta, di lasciare che la musica respiri fino a diventare spazio interiore. Al Teatro Carlo Felice questa responsabilità è stata raccolta con consapevolezza, ponendo la partitura al centro di ogni scelta.

La rappresentazione del 22 febbraio, ultima in cartellone per questa produzione, ha avuto il sapore particolare delle chiusure: una concentrazione più intensa, un ascolto quasi raccolto, come se pubblico e interpreti condividessero la consapevolezza di un congedo.

Fin dalle prime battute si è avvertita quella tensione sospesa che è la sostanza stessa di Wagner: un desiderio che non si risolve, che cresce e si trasforma. L’orchestra ha costruito un suono ampio, profondo, capace di avvolgere la sala senza appesantirla. La direzione di Donato Renzetti ha guidato l’architettura con lucidità e respiro, lasciano emergere i leitmotiv come correnti sotterranee, mai esibite, sempre necessarie. In un’opera dove il rischio della sovrabbondanza è dietro l’angolo, l’equilibrio è apparso frutto di una visione chiara e matura.

La regia di Laurence Dale ha scelto la misura come cifra stilistica. Nessuna forzatura, nessuna lettura sovraccarica: il racconto rimane umano, leggibile, concentrato sulle relazioni e sulle fratture interiori. Le scene e i costumi di John Bishop hanno accompagnato queta linea con eleganza, trovando un equilibrio felice tra tradizione e accenni contemporanei, senza nostalgie nè strappi.

Il Tristan di Tilmann Unger ha mostrato un timbro luminoso e curato; se nei momenti orchestrali più densi la proiezione è parsa talvolta messa alla prova, nel terzo atto è emersa una dimensione più scoperta, quasi vulnerabile, che ha dato al personaggio una varietà più intima. Marjorie Owens ha sostenuto Isolde con energia e controllo, accompagnando il lungo arco emotivo fino ad un Liebestod sospeso, più disteso, come un lento dissolversi nella luce. Accanto a loro Nicolò Ceriani ha portato in scena un Kurwenal partecipe e caldo, capace di conquistare apertamente il pubblico. La Brangäne di Daniela Barcellona ha regalato uno dei momenti più suggestivi della serata, con un canto avvolgente e intensamente scolpito. E nel Re Marke Evgeny Stavinsky si è avvertita una nobiltà ferita, composta, che ha reso il suo monologo un vertice emotivo di grande densità.

Ma oltre le singole prove, ciò che resta è la sensazione di essere stati immersi in una materia sonora potente, quasi viscerale. Wagner non si offre allo sguardo distratto: chiede ascolto pieno, abbandono. Ti conduce dentro una corrente che non concede scorciatoie e che, proprio per questo, lascia un segno più profondo. E questo è quello che si porta a casa: non solo la profondità del silenzio che segue l’ultima nota, un silenzio denso, quasi sacro, ma anche lo scrosciare degli applausi, improvviso e liberatorio, come un ritorno alla luce dopo essere stati, a lungo, dentro l’ombra ardente del desiderio.

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Tristan un Isolde – Libretto e musica di Richard Wagner – Regia: Laurence Dale- Direttore: Donato Renzetti – Personaggi e interpreti: Tristan (Tilmann Unger), König Marke (Evgeny Stavinsky), Isolde (Soonjin Moon-Sebastian il 17, Marjorie Owens), Kurwenal (Nicolò Ceriani), Melot (Saverio Fiore), Brangäne (Daniela Barcellona), Ein Seemann/Ein Hirt (Andrea Schifaudo), Ein Steuermann (Matteo Peirone) – Scene e costumi: Gary McCann – Luci: John Bishop – Video design: Leandro Summo – Regista collaboratore e coreografo: Carmine De AmicisOrchestra, – Maestro del Coro: Claudio Marino Moretti – Assistente alla regia: Jean-François Martin – Costumista collaboratrice: Gabriella Ingram – Assistente alle scene: Gloria Bolchini – Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova – Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova – Teatro Carlo Felice di Genova dal 13 al 22 febbraio 2026

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