Viaggio nelle ossessioni e nella fragile bellezza di restare umani
Il ladro di chimere è un romanzo che arriva in punta di piedi e poi rimane dentro, come certi dolori che si portano in silenzio ma che, una volta raccontati, diventano liberatori. Giacomo D’Ambrosio firma un’opera coraggiosa, intima e profondamente contemporanea, capace di parlare del disagio psicologico con una delicatezza che raramente si trova in narrativa italiana recente.
“È Paolo il filo conduttore in tutta l’ossatura del romanzo”, scrive Guillaume Chpalatine nella nota al volume. Il protagonista, Paolo, venticinque anni, laureato in lettere con una tesi su Pasolini, si ritrova a fare i conti con un disturbo ossessivo-compulsivo che ha preso il controllo della sua vita: rituali numerici, lavaggi compulsivi delle mani, superstizioni che si moltiplicano fino a renderlo prigioniero di sé stesso. L’inizio del romanzo — con l’incidente in strada, la settimana in ospedale e l’incontro fortuito con l’amica Sara che gli indica la strada verso la psicoterapeuta Frida Battisti — ha la naturalezza delle cose vere. Non c’è sensazionalismo, non c’è pietismo. C’è vita, con tutto il suo peso e la sua imperfezione.
D’Ambrosio sceglie una prosa che mima il ritmo del pensiero ossessivo: ricca di digressioni, di riferimenti culturali (Battiato, Ligabue, Pasolini, Svevo, Schopenhauer, Pirandello), di analogie improvvise che aprono squarci di bellezza nel grigio della malattia. Lo stile può sembrare a tratti frammentato, ma è esattamente questo il punto: la mente di Paolo è frammentata, e la forma del romanzo lo racconta meglio di qualsiasi descrizione clinica. È una scelta estetica precisa e riuscita.
Uno degli aspetti più originali del libro è come la storia privata di Paolo si intrecci con la Storia collettiva: la pandemia, la guerra in Ucraina, l’11 settembre come trauma ancora presente, le fobie che si nutrono delle paure del mondo. Paolo non è un uomo isolato dal suo tempo — al contrario, lo assorbe tutto, lo porta dentro come una spugna, e questa ipersensibilità al reale è allo stesso tempo la sua ricchezza e la sua croce.
Il rapporto con Sara è forse l’elemento più bello del romanzo. Non è una storia d’amore romantico, ma qualcosa di più raro e più vero: un’amicizia che diventa pelle, che sostiene senza soffocare, che dice le cose difficili con affetto. D’Ambrosio riesce a restituire questa relazione con tocco leggero, senza mai scivolare nella sentimentalità facile.
Il libro è dedicato ad Antonio Pennacchi, in memoriam. È un’epigrafe che dice molto dell’orizzonte letterario in cui D’Ambrosio si colloca: una narrativa popolare e popolare nel senso nobile del termine, che parla alla gente comune, che non ha paura di affrontare la realtà sociale e psicologica del nostro tempo.
Il ladro di chimere è un romanzo che merita di essere letto, discusso, e soprattutto che merita di trovare i lettori giusti: quelli che hanno vissuto o vivono qualcosa di simile a Paolo, e che in queste pagine potranno riconoscersi senza vergogna. D’Ambrosio dimostra che la letteratura può ancora essere quel luogo dove si nomina l’indicibile, e dove nominarla diventa già, in qualche misura, guarire.
«Voglio vedere le mie ossessioni sciogliersi come neve al sole» — è questa la speranza che muove Paolo, e che il romanzo sa tenere accesa fino all’ultima pagina.
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Il ladro di chimere di Giacomo D’Ambrosio – Edizioni Ensemble, 2025, 356 pagine, euro 20





