Nel libro di Matteo Chiavarone, luoghi, musica e memoria si intrecciano in un racconto intimo che supera l’omaggio e diventa esperienza condivisa.
di Claudio Marrucci
Esistono libri che nascono da un debito di gratitudine e libri che nascono da una necessità interiore. Il rischio, quando le due spinte coincidono, è che la seconda venga soffocata dalla prima: che l’omaggio diventi agiografia, che il luogo diventi cartolina, che la nostalgia si trasformi in rendita. Matteo Chiavarone, con A Bologna con Francesco Guccini (Giulio Perrone Editore, collana “Passaggi di dogana”, 128 pp.), evita questa trappola con una consapevolezza che si avverte fin dalla struttura del libro.
Il volume appartiene a un genere ormai consolidato nella saggistica italiana — la passeggiata letteraria, il portrait urbano attraverso una figura tutelare — e si inserisce in una collana che ha già ospitato il precedente A Trieste dello stesso autore, dedicato a Joyce e Magris. Ma rispetto a quel modello nobile, qui qualcosa si sposta. Il libro non percorre la strada della biografia lineare del cantautore, ma quella della risonanza. Ogni luogo — un’osteria, una piazza percorsa di notte, un angolo appartato dell’università — diventa occasione non tanto per raccontare Guccini quanto per interrogare se stessi. La soggettività dell’autore non è schermata dalla figura del cantautore, ma vi si specchia dentro, e questo sdoppiamento è il vero motore del testo.
I capitoli corrispondono a luoghi significativi di Bologna, legati a Guccini ma anche alla vita di Chiavarone, perché quella che scorre davanti agli occhi del lettore non è solo la storia di uno dei cantautori italiani più rappresentativi, ma anche quella di un lettore che ha scelto come colonna sonora dei suoi momenti più importanti il sottofondo rassicurante e protettivo dei versi del Maestro. C’è, in questa scelta, un rischio deliberato: quello di esporsi, di lasciare che la scrittura saggistica si incurvi verso il memoir. Chiavarone lo accetta e ne fa una forza. Il tono è partecipe senza essere sentimentale, confidenziale senza scivolare nell’aneddoto.
Il libro trova il suo momento più intenso quando il percorso urbano si allontana dalla città per inerpicarsi verso l’Appennino e raggiungere Pàvana, il borgo dove Guccini vive oggi. Qui il racconto cambia passo, si fa più contemplativo, quasi elegiaco. Pàvana non è meta turistica né feticcio del fan: è il luogo dove la mitologia si dissolve e resta l’uomo, la voce, la radice. È in questo spostamento — dalla città al borgo, dall’animazione universitaria al silenzio appenninico — che il libro guadagna la sua profondità.
La scrittura di Chiavarone ha una qualità rara nella saggistica militante italiana: non indulge nel monumento celebrativo. Guccini non viene trattato come un’icona da preservare sotto vetro, ma come ciò che in realtà è stato: un cantastorie capace di trasformare la provincia, i tavoli dei bar, gli amori stanchi e le sere fumose in materia letteraria. Ed è proprio questo abbassamento del registro — questa restituzione del mito alla sua dimensione artigianale — a rendere il libro fruibile anche a chi Guccini lo conosce poco o non lo ha mai amato. Perché il vero oggetto del libro, alla fine, non è Guccini né Bologna: è il meccanismo per cui certi luoghi e certi versi diventano infrastruttura dell’identità, ossatura di una generazione.
Ci sono libri che si leggono come mappe delle proprie stagioni interiori. Questa definizione, che pure rischia la genericità, nel caso di Chiavarone dice qualcosa di preciso: il libro funziona perché non presuppone la condivisione del culto gucciniano, ma quella di un’esperienza antropologica più larga — il rapporto tra musica, memoria e territorio. In questo senso A Bologna con Francesco Guccini supera il perimetro del libro d’omaggio e guadagna quello, più difficile, del libro necessario.
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A Bologna con Francesco Guccini. Geografia poetica all’ombra delle Torri di Matteo Chiavarone – Giulio Perrone Editore, 2026, pp. 128





