di Giorgia Leuratti

“The Wound Philoctetes”

 

Di chi si parla quando si parla di me? – una domanda echeggia struggente, questione irrisolta di un’identità, di una ricerca sofferente, esente da pace.

La scena è scarna, come il protagonista che la abita; fiocamente illuminata ci invita all’ascolto di “The Wound Philoctetes”, spettacolo multimediale tratto da “Filottete” di Heiner Muller, presentato la scorsa Domenica al festival “Dominio Pubblico- la città agli under 25” di Roma.

Una voce dura, un lamento sofferto; sebbene presentato in lingua bulgara originale, lo spettacolo di Boris Krastev, non rinuncia ad esprimersi nella sua agghiacciante struggenza: non solo l’aiuto dei sopratitoli ma anche il ricorso ad un linguaggio universale, quello del corpo, ci guida in un arcaico processo di scoperta.

Siamo a Lemno, il giovane Filottete soffre, sente il proprio corpo trasformarsi “nel paesaggio della sua morte”, sentiamo un singhiozzo, poi un altro; il principe di Tessaglia sconta l’abbandono degli Achei di cui un tempo era stato l’alleato.

E’ bastata una ferita a segnare il suo destino, la piaga fetida e incurabile lo lascia tramortito sull’isola, quand’ecco che i traditori si apprestano raggiungerlo: senza l’arco di Ercole, di cui il morente è il possessore, nessuna vittoria sarà mai possibile.

Nel tumulto di uno scontro straziante, si giunge dal sussurro alla gola; dal silenzio all’acrobazia di corpi; il giovane figlio d’Achille, combattuto tra astuzia e spavalderia, è pronto all’inganno, costretto dalla necessità di menzogna.

Laddove l’elemento vocale diviene canale fisico produttore di un pathos esasperato e delirante, il corpo ne esprime la tensione, il singhiozzo: dalla contorsione, dall’affanno del respiro cogliamo l’espressione di una diatriba tanto estenuante quanto trasversale nel tempo, un quesito che facilmente si traspone nell’immaginario odierno.

La finzione diviene necessità per la salvezza, bisogno che si proietta di padre in figlio pur continuando a cogliere l’uomo impreparato di fronte al destino nella sua connotazione molteplice e incerta.

Se la multimedialità del racconto si plasma a partire dalla proiezione di un uomo agonizzante al di là del proscenio, un’ulteriore pregnanza semantica è orchestrata a partire dall’espressionismo degli occhi, quelli di

Atanas Petkov, Deian Jekov e Daniel Blagoev, unici attori sulla scena.  Nella straordinaria potenzialità ad aprirsi a più chiavi di lettura la pièce si rende infinitamente traslabile andando a coinvolgere l’individuo e le sue interrelazioni.

 

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