Celebriamo i cento anni dalla nascita del grande trombettista e compositore che ha fatto la storia del jazz americano
Il 26 maggio scorso avrebbe compiuto 100 anni Miles Davis. A un irregolare come lui non sarebbero piaciute le celebrazioni del suo anniversario, allineate in pompa magna. Così anche noi ci permettiamo una lieve stonatura e lo celebriamo a festa trascorsa. Del resto per uno come lui il tempo non è una linea, ma un groviglio di fumo in una stanza buia, come le note, insolite ma perfette (e perfette perché insolite) che uscivano dalla sua tromba.

Miles Davis
«Non suonare ciò che c’è. Suona ciò che non c’è», pare ripetesse come un mantra a se stesso e a chi gli chiedeva ragione della sua musica. Magari solo una frase ad effetto replicata per omaggiare la leggenda nel racconto della sua avventura artistica. Ma vale comunque a sintetizzare la ricerca febbrile di un artista che, avendo visto tutto, aveva deciso che l’unica cosa che valesse la pena di suonare fosse l’essenza stessa dell’inquietudine. Già perché inquieto fu il suo percorso artistico: dagli esordi nel bebop, fino all’acquisizione degli standard jazz, per accedere poi alla fusion con il rock e a un finale accostamento al pop. Una ricerca incessante a rincorrere tutto il nuovo che il mondo musicale offriva, azzardando, sperimentando, mettendo in gioco il suo straordinario talento musicale, avendo temprato la sua accademica formazione musicale nei fumosi recessi del jazz americano. Sì perché il ragazzo, figlio di una famiglia benestante dell’Illinois (curiosa eccezione nel parallelo universo musicale da lui frequentato) completati gli studi musicali, all’età di 18 anni, si era trasferito a New York, laddove si macinava jazz e artisti del calibro di Charlie Parker o Charlie Mingus cristallizzavano le proprie vicende artistiche e umane. Proprio “Bird” Parker era il suo mito e con lui cominciò a collaborare, fino a quando il sodalizio si sciolse per via della devastazione nell’eroina in cui era scivolato il suo irrequieto maestro. Alla fine degli anni Quaranta fu tra i principali artefici del cool jazz, con l’album Birth of the Cool.
Negli anni Cinquanta formò il suo primo grande quintetto e incise capolavori come Kind of Blue (1959), considerato uno degli album jazz più importanti di sempre e un punto di riferimento del jazz modale, creando una espressività tutta nuova, emancipando il genere dalle scale veloci abituali, lavorando sul rallentamento, e inaugurando così il suo cosiddetto periodo blu in collaborazione con lo straordinario pianista Bill Evans (sono gli anni in cui vengono prodotti brani storici come So What, scritta insieme a John Coltrane).
Anche il giovane Miles, poco più che ventenne, nei primi anni Cinquanta avrebbe fatto la conoscenza con la “scimmia” della tossicodipendenza. A farlo precipitare nel vortice depressivo fu la passione travolgente per Juliette Greco, conosciuta nel 1949 e con la quale strinse una impetuosa passione durata solo poche settimane. Ma quella conoscenza, avrebbe comunque significato un fortunato accostamento alla espressività europea: la sua musica e le sue sperimentazioni sulla tromba lo portarono a incidere la colonna sonora del film di Louis Malle, Ascensore per il patibolo. Ebbe l’intuizione di lavorare sulla sordina e di regalare al suo strumento un colore mai sentito prima che faceva accostare le emissioni alla vocalità umana creando, sperimentando oltretutto un innovativo procedimento di composizione istantanea. Davis non scrisse una partitura tradizionale: registrò gran parte della musica improvvisando davanti alle immagini proiettate in studio, accompagnato da un piccolo ensemble di musicisti francesi. Questo approccio diede alla colonna sonora un carattere estremamente spontaneo e psicologico, conseguendo un risultato sofisticato e non semplicemente decorativo. La musica di Davis contribuiva a creare un senso di ambiguità, malinconia e sospensione, perfettamente in sintonia con la sensibilità della nascente Nouvelle Vague.
Negli anni Sessanta guidòun secondo celebre quintetto, caratterizzato da una forte sperimentazione ritmica e armonica e alla fine del decennio inaugurò la stagione della fusion, mescolando jazz e rock con album come Bitches Brew.
La sua ombrosa inquietudine avrebbe scortato ancora anche la stagione dei successi: il rapporto con il mondo era sempre contrassegnato da forte conflitto (aveva subito alla fine degli anni Cinquanta un clamoroso arresto, per manifesti motivi razziali, che lo avrebbe segnato nella psiche) e la proclività verso le dipendenze da alcool e da droghe avrebbero contrassegnato la sua assenza dalle scene per oltre un quinquennio negli anni Settanta, allorchè abbandonò del tutto la musica, dedicandosi alla pittura.
Fortuna che il jazz aveva ancora bisogno di lui e lui stesso della sua musica: così insieme a nuovi musicisti (tra cui proprio Bill Evans, che nei mesi scorsi a Milano ha proposto un omaggio al Maestro) si è riaffacciato alla ribalta mondiale: è proprio in quel periodo che si tiene il noto concerto al Palasport di Bologna, con un pubblico di quasi 7000 spettatori (era il 1986).

Miles Davis e Zucchero
La sua vocazione perennemente alla ricerca del nuovo lo porta negli ultimi anni a confrontarsi anche con il pop, tant’è che uno dei suoi “standards” più noti del periodo è “Human Nature” di Michael Jackson, in versione strumentale, senza dimenticare che nel 1989 anche il nostro Zucchero ha avuto l’onore di suonare con lui nel celebre brano Dune mosse. Appena due anni più tardi, all’età di 65 anni, sarebbe deceduto all’Ospedale di Santa Monica, minato da patologie irrisolte, dagli strascichi dei suoi vizi e soprattutto da quella mai risanata animosità verso il mondo, che sarebbe diventata l’insegna della sua leggenda.
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Birth of the Cool – di Miles Davis – prodotto da Walter Rivers, Pete Rugolo – Capital Jazz – 1957
Kind of Blue – di Miles Davis – prodotto da Teo Macero, Irving Townsend – Columbia Records – 1959
So What – di Miles Davis – dall’album “Kind of Blue” – Columbia Records – 1959
Ascensore per il patibolo – regia di Louis Malle – soggetto: Noël Calef – musiche di Miles Davis – Francia, 1958
Bitches Brew – di Miles Davis – prodotto da Teo Macero – Columbia Records – 1970
Human Nature – di Michael Jackson – eseguita da Miles Davis – dall’album You’re Under Arrest – Columbia Records – 1985
Dune mosse – di Zucchero Fornaciari e Miles Davis – 1991





