di Giorgia Leuratti

 

Panneggi sospesi, fiamme oscillanti entro gabbie d’uccelli; una nebulosa sottile simile a nevischio sembra sprigionarsi dall’ “upper stage” e lentamente invadere il palco.

Solenne è l’ascesa dei personaggi attraverso la scala centrale; la stoffa sgargiante dei loro costumi riempie l’inner stage: è dal loro ingresso, tanto trionfale quanto sognante che ha inizio “Sogno di una notte di mezza estate”, opera di William Shakespeare messa in scena al Silvano Toti Globe Theatre di Roma per il tredicesimo anno consecutivo.

Due matrimoni si preannunciano in procinto della luna nuova, laddove appare saldo l’amore tra Ippolita e il Duca, cosi non accade per Ermia e Demetrio; di fronte alla passione per Lisandro la giovane rifiuta il promesso, si oppone decisa al volere del padre.

Resa ancor più eloquente dalla regia di Riccardo Cavallo, la commedia prende forma, si identifica come ingarbugliato gomitolo, trama intricata che trova il suo senso nel dinamismo incostante del sentimento.

Elena, Demetrio, Ermia, Lisandro; nel parallelismo, nella coordinazione frasale del tempo la storia si sprigiona, il multistrato della narrazione si sviluppa senza privare il racconto d’una leggerezza eterea quanto persistente: alla vicenda amorosa si sovrappone quella di un’insolita compagnia teatrale che sulla scia di un dinamismo patetico- buffonesco si prepara goliardica all’esibizione.

“E tutto si sovverte, le stagioni sono bianche e inquiete…” – ecco che una forza perturbante attraversa la scena, fautori di un ribaltamento due spiritelli boschivi si insinuano nella trama, spostando il luogo dell’azione nel cuore d’una foresta tanto rigogliosa quanto fatiscente.

Oberon e Fairy ci conducono in un limbo sottile dove si incastrano vita e sogno, dove ciò che appariva presunto d’improvviso si sfalda ed ogni impulso inverte la sua rotta: soggiogati da un intruglio d’amore, i due giovani smettono di amare Ermia volgendo ora ad Elena il loro sguardo, ci addentriamo allora nel surreale universo di Oberon e Titania, dove giunto per caso il teatrante Bottom diviene oggetto di una folle metamorfosi.

Ed ecco “le lunghe veglie rendono più greve il peso del dolore” – ottenebrati da una fitta nebbia gli amanti perdono le loro coordinate, la fantasia confonde i confini del reale: fra sospiri, filtri, risate grottesche le stelle si spengono, il cielo si fa nero “come l’Acheronte”; le pupille recuperano d’un tratto la normale visione delle cose.

Tra le frange verdeggianti dei folletti e la maestosa scomparsa di un nubivago paesaggio, giungono le nozze, l’atteso spettacolo in cui i muri sono vivi e il chiaro di luna abita la stanza.

Che non sia stato altro che l’inquietante volgere di un sogno?

Se la resa sfavillante del di un classico ha saputo confluire nella verosimile evocazione di un mondo nubivago- immaginario, il merito è parimenti della regia e dei mirabili interpreti: con Fabio Grossi(Puck), Carlo Ragone(Oberon), Claudia Balboni(Titania), Valentina Marziali(Ermia), Federica Bern(Elena), Marco Paparella(Lisandro), Sebastiano Colla(Demetrio), Martino Duane(Teseo), Daniela Tosco(Ippolita), Alessio Sardelli(Egeo), Marco Simeoli (Capocomico), Roberto Stocchi (Francis), Claudio Pallottini(Tom, Snaout), Gerolamo Alchieri(Nick, Bottom), Cristina Noci (Fairy), Raffaele Proietti(Filostrato), Andrea Pirolli (Snug).

 

Regia:
Riccardo Cavallo

Traduzione e adattamento:
Simonetta Traversetti

Costumi:
Manola Romagnoli

Direzione tecnica:
Stefano Cianfichi

Scene:
Silvia Caringi e Omar Toni

Assistente alla regia:
Elisa Pavolini

Light designer:
Umile Vainieri

Sound engineer:
Franco Patimo/Daniele Patriarca

 

 

in scena fino al 14 luglio – ore 21,15 escluso i lunedì

 

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