di Sofia Chiappini

 

L’incantevole danza di Lorenzo Gleijeses, in scena al Teatro Quirino fino al 3 ottobre.

 

Oscura e familiare è, per certi versi, la metafora entomologica elaborata da Kafka nel celebre racconto de “La Metamorfosi”, di cui “Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa” non è un semplice tributo o studio. Il Gregorio Samsa di Barba, Varley e Gleijeses si fa coraggiosamente largo tra le molteplici interpretazioni dell’opera kafkiana, grazie ai pochi ma incisivi rimandi autobiografici dello stesso Lorenzo Gleijeses, che vediamo solo sulla scena. Se da una parte la vita rappresenta quell’agente di disturbo irriducibile, che faticosamente l’artista deve cercare di conciliare e tenere a bada, dall’altra essa irrompe all’interno della creazione in modo sorprendente, svelandone l’orientamento generale.

Lo spettatore è perfettamente in grado di cogliere ciò che agita il danzatore Gregorio, che vive con trepidazione ogni istante che lo separa dal debutto. La parola (dove i testi sono a cura degli stessi Barba, Varley e Gleijeses, con la consulenza drammaturgica di Chiara Lagani) lascia il posto a un corpo straordinariamente presente, vivo e consapevole come quello di Lorenzo Gleijeses. Le scene di Roberto Crea sono pensate qui secondo una logica di utilità, in cui tutto è funzionale alla performance, in modo particolare nell’impiego degli oggetti coreografici, a cura di Michele Di Stefano.

Scevro dell’inaccessibilità tipica di uno studio solipsistico del proprio io, la curiosità primordiale dello spettatore è qui soddisfatta non solo sul piano razionale del pensiero, ma anche nella sua dimensione più illogica, meccanismo favorito e sostenuto dalle musiche di Mirto Baliani. Questa è, dopotutto, una delle cifre fondamentali dell’antropologia di Barba, la cui ricerca s’inscrive storicamente nel processo di decostruzione del soggetto occidentale, giungendo a modificare profondamente i meccanismi di fruizione dell’opera d’arte.

Il sole giallo-arancio, verso cui affannosamente e senza posa Gregorio si dirige, rimanda a una corsa forsennata verso la liberazione. Ma da cosa?

Il Teatro Quirino si presenta per questo spettacolo in una veste inusuale. L’esigenza di coinvolgere lo spettatore rende necessario l’abbandono della tradizionale struttura all’italiana, lasciando il posto a logiche e spazi più “off”. Una pedana e una fila di sedie sostituiscono le classiche poltrone rosse, cosicché la distanza tra attore e spettatore è radicalmente ridotta, e quest’ultimo è catapultato in una scomoda -ma catartica- prossimità.

La ripetizione rappresenta uno degli strumenti fondamentali di ricerca e approfondimento dell’attore-danzatore Gleijeses, in cui necessità e libertà si implicano vicendevolmente e in cui dall’alto vediamo discendere l’insegnamento di un maestro che indica, seppure enigmaticamente, la strada. Attraversate da una ripetizione a tratti compulsiva sono, pertanto, le giornata di questi due personaggi, quello kafkiano e quello di Gleijeses. Si dà qui un nuovo nome a questo termine, che originariamente rimanda alla fondazione dell’antico teatro greco, ma anche, naturalmente, di quello orientale. È proprio ripetizione, infatti, la traduzione più adeguata della parola greca “mimesis”, in quanto strumento di avvicinamento e visione del divino.

Ad essere mostrato anticamente nelle tragedie non è semplicemente ciò che è stato, ovvero la storia passata – e con essa la nostra famiglia e cultura d’origine -, bensì ciò che in futuro potrebbe accadere. “Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa” è uno spettacolo attraversato dal concetto di possibilità, dall’inizio alla fine, in cui persino i sogni più inquieti e terrificanti non sono che un monito a perseguire con tenacia le proprie aspirazioni.

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