Il rito collettivo di una generazione che ha scelto di non nascondere i propri lividi
Nella serata dello scorso 24 aprile, l’Alcazar di Roma ha ospitato il concerto live di Lupo, che ha presentato il disco di esordio Cerotti per Sins Records e realizzato con il sostegno del MiC e diSocietà Italiana degli Autori ed Editori (SIAE), nell’ambito del programma“Per Chi Crea”. Questo disco esce a due anni dal lavoro discografico Scarabocchi e tutti i brani in esso contenuti, sono a doppia firma Lupo-Giovannelly, dove Lupo ne firma tutti i testi. Ad aprire la serata, l’esibizione acclamata di Spine – giovane cantautore pugliese conosciuto per i suoi testi sul disagio generazionale con un sound punk-rock anni ’70 -che ha proposto alcuni dei suoi ultimi brani, per poi lasciare il palco a Lupo e la sua band.

Essere all’interno dello spazio romano è stato come sentirsi in un santuario laico, dove la liturgia non era fatta di silenzi, quanto di urla liberatorie e synth pulsanti. Il club, letteralmente strapieno di ragazzi, ha vibrato di un’elettricità contagiosa, quella che si avverte solo quando un artista riesce a trasformare un’inquietudine privata in un manifesto generazionale. Lupo, al secolo Lupo De Matteo, non si è limitato a presentare il suo album d’esordio, Cerotti, ma ha messo in scena un vero e proprio atto di confessione teatrale, abbattendo ogni barriera tra chi sta sotto e chi sta sopra il palco.
La scenografia parlava chiaro: sul palco non c’era un set standard, ma la ricostruzione minuziosa della camera di un adolescente. Quel microcosmo fatto di disordine, sogni e pareti che sembrano stringersi man mano che gli anni passano, è diventato il palcoscenico ideale per raccontare un album che nasce proprio dall’idea di “cura imperfetta”. Come dichiarato dall’artista, Cerotti non promette guarigioni definitive, ma offre piccoli rimedi emotivi, palliativi per quelle ferite quotidiane che non ci fermano, ma che continuano a bruciare.
Musicalmente, Lupo e la sua band – composta dai talentuosi Tommaso Salvucci, Pablo Tardi e Alessandro Giovannelly – hanno proposto un sound dinamico e stratificato, un “pop rock degli anni Duemila” che flirta apertamente con l’urban, il funk e l’elettronica. Il live ha ricalcato più o meno la struttura dell’album, dove ogni brano funge da “cerotto” specifico per una determinata ferita. Quando sono partite le note di 23, l’inadeguatezza di chi si guarda intorno e vede i coetanei “andare più veloci” è diventata tangibile. È una sensazione condivisa “quaggiù, immerso tra i miei simili”, come recita il testo, un grido di chi aspetta l’alba cercando di dare un senso a una crescita che non è mai lineare.
L’analisi del messaggio musicale di Lupo rivela una profondità che va oltre il semplice intrattenimento. Brani come Noia hanno saputo fotografare quella paralisi generazionale alimentata dall’eccesso di comfort, dove il tempo scivola via tra schermi accesi e procrastinazione. Eppure, nel live, questa stasi si è trasformata in energia cinetica, grazie a un groove che richiama i Gorillaz e che spinge a “staccare le radici dall’albero”. La sincerità di Lupo è stata la vera protagonista della serata, specialmente in momenti di autoconsapevolezza come Mvr D Schiaffi, dove l’autosabotaggio emotivo e il masochismo sociale sono stati raccontati con una leggerezza pop che non ha sminuito il dolore, ma lo ha reso masticabile.
Il concerto ha toccato vette di critica sociale graffiante con SaleSale, un pezzo funk-elettronico che punta il dito contro la mercificazione totale del nostro tempo. “Tutto è in vendita”, recita il ritornello, ma Lupo sul palco ha dimostrato che l’autenticità resta l’unico bene non negoziabile, rifiutando di farsi etichettare o mettere all’asta. Questa ricerca di verità ha trovato il suo contraltare intimo in Interludio, dove l’atmosfera dell’Alcazar si è fatta rarefatta, quasi onirica, celebrando il romanticismo dell’imperfezione e degli incontri fuori posto.
La narrazione è proseguita con Dilivi, dove l’errore grammaticale nel titolo diventa metafora di una comunicazione interrotta, di due mondi che si scontrano nel tentativo di curarsi i lividi a vicenda. E ancora X100, un inno all’analogico in un mondo digitale, dove Lupo ha rivendicato il valore dell’errore e della lentezza rispetto alla perfezione asettica degli smartphone. È stato un invito a “spegnere tutto” per riconnettersi davvero, un concetto che ha preparato il terreno per il gran finale.
Il momento più emozionante è arrivato con l’esecuzione di 20, un inno generazionale all’incertezza dei vent’anni. Sentire l’Alcazar cantare a squarciagola “a 20 anni vorrei stravolgere la mia vita, ma ho ancora paura del buio” è stato un atto di esorcismo collettivo. È qui che la distanza tra palco e pubblico è evaporata del tutto. Lupo ha dato voce a chi si sente “troppo adulto per chiedere aiuto” ma ancora “un ragazzino poco più cresciuto”.
La chiusura è stata pura catarsi teatrale. Durante l’esecuzione di Supersonico, Lupo è apparso con un paio di ali “ricamate sopra le spalle con filamenti d’oro”, proprio come descritto nel testo del brano. Rappresentando quel desiderio di fuga onirica, di essere liberi senza una direzione precisa, l’artista si è letteralmente gettato tra le braccia del pubblico. Trasportato dalla folla come se stesse volando sopra un mare di mani, ha cercato e trovato il contatto umano, fisico e primordiale che è il cuore pulsante di Cicatrici.
In quel gesto estremo di fiducia, il messaggio di Lupo si è compiuto: la paura di soffrire non deve mai trasformarsi in isolamento. “Non ho più paura di farmi del male, quindi se vuoi feriscimi, lasciami con mille cicatrici sul petto”, canta nel suo singolo di punta. E quelle cicatrici, lungi dall’essere segni di sconfitta, sono diventate i gradi di un’appartenenza comune.

Oltre ai brani contenuti in Cerotti, Lupo ha proposto ad un pubblico partecipativo ed entusiasta, brani come Bloccami, Lividi ed Educato, suoi precedenti lavori discografici sempre con la firma congiunta Lupo-Giovannelly. Senza ombra di dubbio, questo artista ha dimostrato di essere molto più di una “voce ribelle”; è colui che usa la musica come ponte, abbattendo le barriere di una realtà che spesso ci fa sentire “in bilico dentro al vuoto”. Quella trascorsa all’Alcazar non è stata solo una performance canora, quanto un esperimento sociale riuscito, dove la camera di un adolescente è diventata una piazza universale e i cerotti, finalmente, sono stati tolti per mostrare che, insieme, anche i lividi fanno meno paura.
Scaletta della serata
Setlist Spine:
Cani da guardia
Ma che bello é
Distimia
Come no
Setlist Lupo
23
Noia
Salesale
Mvr d schiaffi
Bloccami
Lividi
Interludio
Cicatrici
Educato
X100
20
Ilfiore
Buio
Supersonico
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Cerotti – concerto live di Lupo, testi Lupo De Matteo, Synth e drums Paolo Tardi, Synth e Bass Tommaso Salvucci, Guitars Alessandro Giovannelly, Edizioni Sins Records ,Distribuzione iMusician, Management Sins Records, Alcazar di Roma 24 aprile 2026
Foto ©Grazia Menna





