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Silvano Spada ritorna alla guida di Todi Festival: «Il teatro deve rischiare per rimanere vivo»

A quarant’anni dalla prima edizione, il fondatore torna alla guida della manifestazione sperimentando nuovi linguaggi.

«È un’emozione e un gioco. Un gioco bello, ovviamente». Così Silvano Spada racconta il suo ritorno alla guida del Todi Festival, manifestazione che aveva fondato nel 1987 e che oggi, a quarant’anni dalla prima edizione, torna a dirigere.

«Perché l’ho lasciato? Perché mi sono impegnato in altre operazioni, ho aperto il Off-Off Theater a Roma, che sta andando benissimo, quindi mi sono dedicato». A convincerlo a tornare è stata invece Todi stessa. «Io ho il Todi là, ho anche una casa a Todi. Ma perché l’anno scorso il Comune, il sindaco, mi ha dato la cittadinanza onoraria e, in quell’occasione, mi ha chiesto di fare un gesto d’affetto per la città e tornare al festival. Quindi ho accettato, ecco, tutto qua».

Un ritorno che, evidentemente, significa molto più di un semplice gesto d’affetto. Spada si ritrova infatti a dirigere una manifestazione che prosegue da quarant’anni e che deve confrontarsi con il rischio, comune a molti festival dalla lunga storia, di trasformarsi in un museo di se stesso. Ma per il direttore del Todi Festival il pericolo sembra essere scongiurato proprio dalla natura della manifestazione.

«Capisco perfettamente la domanda. Ma guardi, io credo che ce l’abbiamo nel DNA di essere freschi, perché da sempre il festival, dall’inizio, è partito con il presupposto di essere attento a quello che succede in quel momento. Devo partire dagli artisti, dagli autori, dai registi. Al di là dei protagonisti, tanti sono passati tutti dal Todi Festival. Però l’attenzione è a quello che di nuovo, di giovane, c’è in circolazione».

Una vocazione che, secondo Spada, permette al festival di guardare al presente senza rinnegare il proprio passato: «Quindi, avendo questa vocazione e guardando soltanto e soprattutto all’attuale patto dal punto di vista culturale e artistico, è chiaro che già di per sé è una garanzia di freschezza, perché sono i frutti del giorno, è come mangiare la frutta nel momento in cui nasce. Questo è il discorso. Quindi questo: non sentiamo il peso, perché guardiamo all’oggi, non guardiamo indietro, anche rispettando il nostro passato e, in genere, il passato. Però guardiamo all’oggi e, possibilmente, una proiezione al futuro, che poi si rispecchia anche nel programma che facciamo in quest’anno».

E, in questo senso, Todi può contare anche su una particolare posizione all’interno del panorama festivaliero umbro. «Tra parentesi però, dunque, una sorta di capitale dei festival, visto che ci sono tre grandi manifestazioni: Umbria Jazz, Spoleto e noi. Effettivamente, una ha più di 60 anni, credo Spoleto, l’altra più di 50, abbondanti. Quindi noi rimaniamo eternamente più giovani».

Il tema della contemporaneità conduce naturalmente a quello dei giovani artisti, molti dei quali, nel corso degli anni, sono passati dal Todi Festival prima di diventare protagonisti affermati del teatro italiano. Che cosa cerca oggi Spada in un giovane artista? E che cosa rappresenta, nell’edizione di quest’anno, l’idea di «nuovo teatro» o di «teatro dell’oggi»?

«Nel mio radar c’è tutto. Ci sono attori, artisti, autori, registi», spiega. Ma quest’anno c’è anche una scommessa particolarmente significativa, che potrebbe diventare una sorta di marchio di fabbrica dell’edizione: «Questa scommessa, perché è una scommessa che credo sia abbastanza unica: di portare i nuovi app e i social in teatro».

L’operazione consiste nel far debuttare in teatro alcuni influencer con centinaia di migliaia di follower: «Debutto a teatro di influencer perché voglio tentare di vedere se queste due situazioni, che sono talmente attuali e da cui non possiamo prescindere, possono trovare un linguaggio per convivere. Quindi mi sembrerebbe, questo, un’attenzione particolare all’oggi».

Una scommessa che Spada considera tutt’altro che scontata e di cui attende con curiosità la risposta del pubblico. «Sono incuriosito anche di vedere come reagisce il pubblico. E direi che considero l’operazione molto a rischio, perché ci può essere il rischio che gli adulti non siano interessati fino in fondo al mondo del web, e ai giovani a cui vorrei indirizzarlo c’è il rischio che, vedendo, non avendo consuetudine con il teatro, non si presentino in tanti».

Ma proprio il rischio, secondo Spada, deve essere parte integrante della natura di un festival: «Trovo che un festival debba rischiare. E quindi voglio provare: ci sono tre spettacoli dedicati proprio a questo contatto tra web e palcoscenico».

Un tentativo necessario anche perché, osserva Spada, fenomeni come quello degli influencer non possono più essere ignorati. Ma la loro popolarità online non garantisce automaticamente un nuovo pubblico in sala. «Però è un tentativo, eh, rimane un tentativo. Perché non è automatico che le centinaia di migliaia di follower si trasferiscano al teatro. Però io penso che il teatro debba tentare un contatto, perché altrimenti diventa poi il cimitero degli elefanti, e questo non mi piace».

La questione del pubblico, però, non si esaurisce nel rapporto tra social e teatro. Spada individua infatti una fascia generazionale precisa come uno degli obiettivi principali della sua ricerca: quella compresa indicativamente tra i 35 e i 60 anni.

«Gli influencer a teatro sono un tentativo fuori programma in questa edizione del festival. Però l’obiettivo che perseguo un po’ da sempre, l’ho perseguito anche nel passato con il Todi Festival, e soprattutto con l’Off-Off Theater a Roma, è quello di portare a teatro una fascia che sia, diciamo, dai 35 ai 60. Cioè, una fascia che è quella che mi interessa di più, per essere sinceri».

Il motivo è che si tratta, a suo avviso, di una generazione che ha progressivamente perso il «rito» del teatro: «Perché è una fascia che mi sembra che, nella panoramica generale, non abbia il rito del teatro, perché vanno a mangiare sushi, perché vanno a Dubai, perché hanno altri interessi. Il mio obiettivo è quello di portarli a teatro».

Non si tratta, dunque, di concentrarsi esclusivamente sui giovanissimi: «Perché i giovani culturali che vogliono andare a teatro, ci possono anche essere, gli anziani che vanno a teatro per abitudine, esistono. Però è questa fascia di mezzo, secondo me, che manca vivacemente al teatro».

Un obiettivo che Spada dice di aver già perseguito con l’Off-Off Theater di Roma e che vorrebbe estendere a tutto il sistema teatrale: «Noi ci stiamo riuscendo con l’Off-Off a Roma, ma vorrei trasferire in modo più ampio, vorrei che fosse il concetto che riguarda tutto il mondo teatrale, perché altrimenti si rischia di essere un po’ penalizzati, perché è la fascia più vitale».

La generazione più giovane, invece, pur rappresentando un pubblico importante, sembra essere già parzialmente raggiunta dal teatro. «Parlo di quelli che non ci vanno, che dicono che lo ignorano, che sono mondi misteriosi che non gli interessano».

Il problema, dunque, è conquistare «territori altri» rispetto a quelli tradizionalmente frequentati dal pubblico teatrale: «È come conquistare territori altri di cui il teatro ha bisogno per essere vivo, che non si può fare a meno. Guardi che la categoria che manca ai teatri, ripeto, non a noi, me ne vanto, però sono a Roma, è proprio di quarantenni, cinquantenni, per cui vanno a giocare a tennis e fanno tutto quello che è repertorio sacrosanto che si fa a quell’età, però non vanno a teatro. È su quelli da conquistare».

La riflessione sul pubblico si intreccia così con quella sul cartellone della nuova edizione del Todi Festival, che attraversa temi e linguaggi molto diversi: da Francesco d’Assisi alla condizione femminile, fino al rapporto tra social e palcoscenico. Ma, al di là della varietà dei temi, che cosa deve avere uno spettacolo per essere scelto e portato a Todi?

«Dipende, giusto. C’è un link. Ma dunque, beh, sarebbe troppo facile la battuta. Sono tutti miei figli, non è questo il caso».

Un primo elemento è rappresentato da San Francesco: «Direi che San Francesco è un omaggio doveroso, oltretutto un santo che mi piace molto, quindi, poi siamo in Umbria, quindi mi pare il minimo che si possa fare».

Ma è soprattutto l’attenzione al mondo delle donne a rappresentare, secondo Spada, «il più profondo marchio di fabbrica di questo festival». Un’attenzione che attraversa tanto la storia quanto il presente.

«Lei mi cita uno spettacolo, sono costretto, non per narcisismo, a citare Il mio Colette, protagonista Milena Vukotić, che è dedicato sia a una grande lettrice scandalosa, con una vita tumultuosa».

La scelta di Colette non è casuale. «Ma io ho deciso di scegliere questo personaggio perché, perlomeno per mia cultura, dal punto di vista di scrittrice, è la prima che nelle sue opere ha invitato le donne alla ribellione rispetto al maschio padrone, padrone nella dimensione domestica, il marito padrone, o il fidanzato padrone, o comunque dell’uomo accanto che ha paura dell’indipendenza della donna».

Un tema che, a più di un secolo di distanza, conserva una drammatica attualità. «E siccome è il tema realmente attuale, tutte le sere siamo oppressi dalle notizie, dai telegiornali, delle cose. E Colette già ai primi del Novecento suggeriva di ribellarsi e fuggire da questo tipo di uomini, perché non è questa l’idea di coppia. E l’uomo che vorrei non tener presente che la donna ha diritto alla sua libertà, alla sua indipendenza psicologica, professionale».

«Oggi è un reato», prosegue Spada, «e quindi il fatto che una scrittrice importante l’abbia già denunciata ai primi del Novecento è sembrato il crudo mio messaggio che volevo dare, se di messaggi si tratta».

In questa prospettiva, il teatro torna anche alla sua dimensione civile, alla possibilità di educare e interrogare la cittadinanza, come avveniva già nel teatro greco. «Ecco, quindi perlomeno di ricordarle alcuni precetti che non si può, che i complessi di un uomo, di qualunque tipo siano, di carriera, di stanchezza, di quello o di quell’altro, non possono essere poi diventare la croce della donna che hanno accanto».

Un tema che resta, inevitabilmente, attuale. E che Spada individua come il possibile nucleo più profondo dell’intera manifestazione: «Se dovessi dire un manifesto, ripeto, ma non mi piace come termine, direi che è questo. Sì, poi il gioco di vedere i social abbinati al teatro, vedere questo o quello, anche la musica a teatro, benissimo. Però, da un punto di vista profondo, direi che questo è il messaggio esatto, è un invito».

Non una pretesa di originalità, ma la volontà di partecipare a una battaglia che riguarda la società nel suo complesso: «Non sono il primo, ovviamente. Se ne parla moltissimo a tutti i livelli, ma anch’io voglio dare il mio contributo a questa battaglia, perché è una carneficina che vediamo incontrare noi e intorno a noi».

E non soltanto nei casi che arrivano alle cronache: «Anche quando non ci sono fatti di sangue, sappiamo che nel silenzio di tante case c’è una situazione insostenibile per le donne, perché l’uomo gli vuole esercitare un potere, un condizionamento che non è, che bisognerebbe estirpare dalla testa».

Una consapevolezza che riporta ancora una volta al ruolo del teatro come spazio di riflessione sul presente. Perché, conclude Spada, «purtroppo quando lo sentiamo sui giornali è già troppo tardi».

https://www.todifestival.it

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