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Sanremo domina radio e streaming, ma scoppia la polemica

Record di ascolti per i brani del Festival e successo social per “Per sempre sì” di Sal Da Vinci. Intanto il cinema saluta Giorgio Gosetti e torna il ricordo del grande inviato Ettore Mo.

I brani usciti dall’ultima edizione del Festival di Sanremo continuano a risuonare nelle radio e a scalare le classifiche di gradimento del pubblico italiano. Canzoni che, oltre al successo discografico, sembrano svolgere anche una funzione quasi consolatoria: un modo per esorcizzare il flusso continuo di notizie che arrivano dai vari fronti di guerra e che alimentano una spirale sempre più inquietante.

Non è la prima volta che la musica assume questo ruolo. Anche nei momenti più bui della storia, le melodie popolari hanno offerto rifugio e sollievo. Durante la Seconda guerra mondiale, ad esempio, le canzoni di Libero Bovio accompagnavano il pubblico con la loro malinconia poetica, mentre il teatro di Eduardo De Filippo portava in scena, tra ironia e disperazione, le contraddizioni e le sofferenze di un Paese ferito.

Oggi, in un contesto profondamente diverso ma attraversato da nuove tensioni globali, la musica continua a rappresentare uno spazio di condivisione emotiva. Le canzoni di Sanremo diventano così non solo colonne sonore della quotidianità, ma anche piccoli antidoti collettivi alla paura e all’incertezza del presente.

I brani in gara nell’ultima edizione del Festival continuano infatti a macinare numeri importanti anche dopo la chiusura della manifestazione. Secondo i dati diffusi da Radio Airplay Italia, le canzoni presentate sul palco dell’Ariston hanno superato complessivamente 142 milioni di ascolti in streaming e registrato 54.713 passaggi radiofonici.

Tra i brani più trasmessi spicca Che fastidio di Ditonellapiaga, seguito da I romantici di Tommaso Paradiso. Grande successo anche per il napoletano Sal Da Vinci con Per sempre sì, la canzone vincitrice del Festival, che sta spopolando anche sui social: il brano ha superato 165 mila visualizzazioni su TikTok e ha già raggiunto 7,7 milioni di visualizzazioni su YouTube.

Numeri che confermano come il Festival continui a rappresentare un potente motore di visibilità per la musica italiana, capace di dominare contemporaneamente radio, streaming e piattaforme social.

Eppure la polemica non si è fatta attendere. Aldo Cazzullo, vicedirettore del Corriere della Sera e conduttore della serie televisiva Una giornata particolare, ha scritto che Per sempre sì sarebbe «forse la canzone più brutta ad aver mai vinto un Festival di Sanremo», aggiungendo che potrebbe sembrare «la colonna sonora di un matrimonio della camorra».

Parole che hanno immediatamente acceso la polemica e che potrebbero avere anche uno strascico legale: i legali di Sal Da Vinci hanno infatti già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di lasciar correre.

E qui, caro vicedirettore Aldo Cazzullo — che si è difeso rivendicando il diritto alla libertà di opinione e di critica giornalistica — da buon vecchio napoletano mi viene spontaneo chiedermi: davvero dovremmo considerare camorristi tutti i 7,7 milioni di persone che hanno ascoltato e apprezzato Per sempre sì, compreso il sottoscritto, 88enne e semplice cronista di cinema, al quale quel ritornello è semplicemente piaciuto?

Una domanda forse ironica, ma che ricorda come tra critica e rispetto del pubblico esista sempre una linea sottile che vale la pena non dimenticare.

Meglio allora tornare al cinema e ricordare la scomparsa improvvisa di Giorgio Gosetti, giornalista, saggista e una delle figure più autorevoli della critica cinematografica italiana. Nel corso della sua lunga carriera è stato direttore della Festa del Cinema di Roma e redattore dell’agenzia ANSA.

Tra i suoi numerosi progetti culturali si ricordano la fondazione di Noir in Festival e di Antenna Cinema, oltre alla collaborazione con il MystFest di Cattolica ideato da Felice Laudadio. Gosetti è stato inoltre direttore di Italia Cinema e ha contribuito al rilancio della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia accanto a figure come Carlo Lizzani, Gian Luigi Rondi e Gillo Pontecorvo.

Nel 2004 è stato tra i fondatori delle Giornate degli Autori, mentre dal 2014 al 2022 ha diretto le attività della Casa del Cinema.

Il mondo del cinema rende oggi omaggio a un uomo e a un professionista schivo, lontano dalle luci dei red carpet ma profondamente vicino alla comunità di autori, critici e appassionati che ruota attorno al cinema italiano nel mondo. Una presenza discreta ma fondamentale per la diffusione e la valorizzazione della cultura cinematografica.

A proposito di grandi giornalisti legati al cinema, vale la pena ricordare quanto fatto dal Corriere della Sera nello speciale per i 150 anni del giornale, con la ripubblicazione dell’ultima intervista realizzata da Ettore Mo al grande ballerino e coreografo russo Rudolf Nureyev a Parigi, poco prima della sua morte.

Mo è stato uno dei più grandi inviati del giornalismo italiano. Celebri i suoi reportage dall’Afghanistan durante l’invasione sovietica, ma anche dai fronti di Siria e Libia, sempre sotto le bombe o nelle trincee, a raccontare la guerra con la forza narrativa di un film.

Amava ripetere che il vero giornalismo si fa consumando la suola delle scarpe, andando sul posto, vivendo i fatti in prima persona, piuttosto che raccontandoli dalla comodità di uno studio televisivo. I suoi articoli restano ancora oggi una straordinaria lezione di professione, capaci di raccontare i conflitti con rispetto della notizia, coraggio, stile e profonda umanità.

Quella di Rudolf Nureyev non fu l’unica incursione nel mondo dello spettacolo di Mo, con il quale mi legava un’amicizia nata al bar per gli stranieri dell’Hotel Intercontinental di Mosca durante il Festival Internazionale del Cinema e proseguita negli anni al Festival dei Due Mondi di Spoleto, allora diretto da Gian Carlo Menotti.

In quel periodo lavoravo come ufficio stampa di Adriano Celentano, impegnato nelle riprese del film Yuppi Du. Durante gli ultimi giorni di lavorazione a Venezia mi venne l’idea di invitare Mo sul set. D’accordo con la produzione e con il caporedattore della cultura del Corriere della Sera, Cassani, proposi l’iniziativa come esclusiva. Lui accettò.

Organizzai ogni dettaglio con grande cura, compreso il passaggio sul Ponte della Libertà, provenendo dalla stazione dove ero andato ad accogliere Ettore Mo. A un mio cenno partì il ciak che diede inizio alle riprese: un momento di grande suggestione che colpì profondamente Ettore, rimasto affascinato da quell’impatto tanto inatteso quanto spettacolare.

E a proposito di grandi firme e grandi storie, vale la pena segnalare due libri dedicati al cinema. Il primo è la biografia di Liza Minnelli, figlia di due leggende di Hollywood come Judy Garland Vincente Minnelli. Il volume, Io Liza, scritto insieme a Michael Feinstein e pubblicato da Rizzoli, racconta tra ricordi felici e momenti difficili la vita di una diva che ha attraversato luci e ombre dello spettacolo, coronate dal premio Oscar per la sua memorabile interpretazione nel film Cabaret.

L’altro libro, pubblicato da Edizioni Sabine e Cinecittà Luce, si intitola L’Italia agli Oscar. Racconto di un cronista ed è scritto a quattro mani da Steve Della Casa e Vincenzo Mollica. In apertura, gli Academy Awards vengono paragonati a un rito liturgico: «L’Oscar è l’altare maggiore della grande cattedrale che è il cinema».

Buona lettura.

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