di Paola Tiriticco

 

IL MONDO DELLE DROGHE E SAN PATRIGNANO TANTE DOMANDE E DUE DOCUMENTARI PER ACCENDERE LE LUCI.

 

È necessaria un’avvertenza per coloro i quali si accingono a leggere quest’articolo.

È bene chiarire subito che non vi troveranno alcuna certezza, verità o tesi, ma solo considerazioni che li aiuteranno, forse, a formarsi un’opinione, certamente spero rimarrà lo stimolo ad approfondire l’argomento. Ecco, questo è il massimo che si possa fare parlando di San Patrignano, di Vincenzo Muccioli, della droga e di vite perdute.

In questi giorni dibattiti, polemiche, opinionisti, educatori ed ex tossicodipendenti fanno un gran parlare di droghe, eroina, cocaina e altre sostanze che hanno attirato e attirano come sirene ragazzi alla ricerca disperata di un senso di fronte al terribile vuoto che provano.

Il dibattito è stato scatenato da due docuserie. La prima, in onda su Netflix, “Sanpa-Luci e tenebre di San Patrignano”, da cui subito la comunità, dopo aver collaborato e aperto gli archivi,  ha preso le distanze bollandola come faziosa. Le risponde “Lontano da casa” in onda sulla Rai, più moderata e benevola.

Inutile cercare un paragone, sono due realtà diverse, la prima è ambientata alla fine dei terribili anni ’70, inizio ’80, ne rispecchia la società, lo smarrimento, la violenza, la cultura del momento, in cui quella stessa violenza era diventata normalità.

Nella seconda, i giovani che parlano sono figli della società attuale, li riconosciamo, sono gli stessi che vediamo all’uscita delle scuole, in giro per le strade.  Sono ben vestiti, parlano bene, studiano e girano il mondo, non somigliano a quei tossici stesi sui marciapiedi, con lacci e siringhe mentre si fanno le loro dosi.

E quindi la nostra età anagrafica incide sul giudizio che possiamo farci, la generazione alla quale si appartiene ha la sua fondamentale importanza, perché bisogna averli vissuti gli anni che hanno decimato una generazione, perduta dietro all’eroina, alle siringhe, ai ragazzi tossici che vivevano, si bucavano e morivano in strada, con tutto il corollario di balordi, di crimini e di famiglie disperate, ostaggio di figli che non riconoscevano più, considerati ormai rifiuti che la società non era in grado di aiutare.

Ecco in quella disperazione, la forza, il vigore e la testardaggine di Vincenzo Muccioli hanno ridato una speranza a tanti, sono stati la salvezza per molti, per altri la perdizione definitiva.

Andiamo con ordine: la docuserie in onda su Netflix è stata ideata prodotta e sviluppata da Gianluca Neri, che l’ha anche scritta con Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli, la regia è dell’anglo-italiana Cosima Spender180 ore di interviste e immagini tratte da ben 51 archivi diversi. La comunità ha in un primo momento collaborato, salvo poi far uscire un duro comunicato di presa di distanza, una volta visionato il prodotto finito.

Cinque episodi che già nel titolo ci fanno capire quello che potremo trovare nella serie: Nascita, Crescita, Fama, Declino, Caduta.Nel 1978 a Coriano, in provincia di Rimini, Vincenzo Muccioli decide di aprire una comunità di accoglienza per tossicodipendenti e comincia una storia che lo travolgerà ma lascerà anche un’eredità enorme, segnerà un’epoca, sarà l’inizio di un dibattito sulla droga e renderà finalmente i drogati visibili alla società.

San Patrignano sopravvive al suo fondatore e alle tempeste e rimane a tutt’oggi la più grande comunità di recupero gratuita in Europa.

All’inizio i ragazzi accolti sono poche centinaia e Muccioli, che non ha nessuna formazione specifica, è la loro unica ancora di salvezza; li fa entrare in una comunità che è come una famiglia, usa il buonsenso di un padre, li ascolta, li contiene, gli sta accanto con la severità di un genitore, pronto anche a punire pur di raggiungere il suo scopo: salvarli dal nemico più temibile, la droga.

Ed ecco la prima domanda: ogni mezzo è lecito per salvare un ragazzo da un abisso difficile da risalire e che lo sta portando alla morte? Durante tutti gli episodi anche lo spettatore oscillerà tra una risposta e l’altra, a seconda che a parlare siano le madri disperate, i ragazzi che stanno buttando via la loro vita o coloro che ce l’hanno fatta e che invece raccontano di soprusi, di violenze e di un Vincenzo Muccioli pieno di sé, protagonista, un po’ guascone, paternalista, benevolo ma condiscendente.

Le voci che ci parlano dei primi anni sono le voci dei ragazzi che dalla droga sono usciti e che poi sono rimasti nella comunità e sono diventati i più stretti collaboratori di Muccioli, quegli stessi che poi si sono dissociati. L’hanno tradito per rivendicazioni personali, meschinerie o si sono allontanati di fronte a metodi che non condividevano più? Difficile anche qui scegliere quale risposta dare.

Certo è che finché nella comunità ci sono stati 300-400 ospiti Muccioli era il Deus ex Machina e nulla si muoveva senza che lui sapesse o gestisse. Ma quando poi i ragazzi sono diventati migliaia e si è dovuto per forza delegare, davvero si poteva controllare tutto o invece non era prevedibile che sacche di violenza e personaggi balordi potessero trovare una loro nicchia? In quegli anni Muccioli non poneva barriere all’entrata come facevano invece altre comunità, chiunque gli chiedesse aiuto era il benvenuto, gratuitamente e senza filtri selettivi, con il solo patto che se si cominciava il percorso, si doveva anche finire.

Ad ogni costo? Ad ogni prezzo? Con ogni metodo?

Muccioli corre dietro ai ragazzi che scappano dalla comunità, li riprende, li abbraccia, li riconduce in famiglia, gli dà fiducia affidando a quelli più avanti nel percorso i nuovi arrivati.

Per un po’ funziona ma quando tutto è troppo grande per un uomo solo, ecco che il meccanismo si inceppa.  Cominciano i suicidi, le voci di violenze, i ragazzi incatenati, i processi, fino all’omicidio di cui forse Muccioli non poteva non sapere.

Lo vediamo nei filmati sempre abbracciato e circondato dai suoi ragazzi, ci dice che, quando scappano, li va a riprendere anche in capo al mondo perché questo loro gli hanno chiesto di fare; la sua energia è ipnotica e non ci si può dimenticare che questi ragazzi erano invisibili, già persi per la società e per le loro famiglie, e che tossico era sinonimo di rottame irrecuperabile.

La lunga intervista portante della docuserie è quella a Fabio Cantelli Anibaldi, entrato a 20 anni nel 1983 e rimasto poi a lavorare come ufficio stampa e portavoce della comunità.  La lascerà solo due giorni prima della morte di Muccioli a seguito dell’omicidio di Roberto Maranzano, 36 anni, ospite di Sanpa e massacrato di botte nel reparto macelleria. Anche Fabio Cantelli non ha certezze ma un grande dubbio, che Muccioli non potesse non sapere. Nulla si muoveva a Sanpa che lui non gestisse, e se certamente non è colpevole di atti così violenti, forse li ha coperti per salvare la comunità.

Fabio Cantelli è una figura emblematica e centrale, perché colto, educato, riflessivo e di buona famiglia, oggi è il vice presidente del Gruppo Abele di Don Ciotti. Da lui sappiamo che a un certo punto molti interessi sono entrati in gioco, con personaggi importanti e politici di rilievo, impossibile mantenere l’impostazione di famiglia e il pugno duro ma paterno di Vincenzo.

Ed è sempre lui che ci racconta di come gli anni passino e le generazioni anche, il mondo della droga si trasforma. Dice con stupore che oggi l’eroina si compra con 3 euro, non si inietta in vena, si ordina con il cellulare e il pusher la consegna direttamente a casa. Non c’è bisogno di rubare e prostituirsi, di frequentare i parchi nella notte, di sottrarre i soldi alle famiglie, di bucarsi per strada. Ma il vuoto che c’è dietro al bisogno di droga, quello è sempre lo stesso.

Un quadro diverso di San Patrignano, è infatti quello che ci dà il documentario di Maria Tilli, “Lontano da casa” prodotto da Bielle Re e Rai Cinema, andato in onda il 17 gennaio su Rai1. Intimo e commovente vuole fornire uno spaccato del mondo della droga attuale, con le interviste a Nicol, Martina e Filippo, tre giovanissimi ragazzi che fanno parte della comunità di San Patrignano di oggi.

Un racconto doloroso, violento e coinvolgente, molto diverso dai tossici dei buchi in strada degli anni 70, ma non per questo meno drammatico. Anzi, la regista ci mostra le normali vite di questi ragazzi con i video della loro infanzia, e il nostro cuore si fa piccolo piccolo.

Martina che impara a sciare e sorride orgogliosa alla mamma, Daniel che si tuffa in mare e guarda l’obiettivo. Scene di vita banali, di famiglie come tante, ma un terribile vuoto dentro, la stessa profonda sofferenza nei ragazzi e nei loro genitori, disposti a tutto pur di strapparli alla morte.

Ecco, disposti a tutto, ma quanto sia quel tutto è difficile dirlo, difficile giudicare.

Rimane la grossa realtà che ancora oggi è San Patrignano, strutturata, organizzata, punto di riferimento, eredità dell’energia di Muccioli e del suo sogno. Ha colmato un vuoto in anni in cui non c’era nient’altro intorno, forse non ha saputo essere trasparente e non ha saputo controllare i personaggi violenti al suo interno, ma ha comunque aperto una strada, acceso un riflettore, sottolineato l’urgenza di occuparsi di questi ragazzi.

Lo stesso fanno questi due documentari, e ben vengano le due realtà che ci mostrano, i due modi diversi di affrontare lo stesso problema.  I tempi sono cambiati, i metodi educativi e le conoscenze sulle dipendenze anche. È essenziale riflettere su una realtà così complessa che non ha una sola facile soluzione o la panacea universale, ovvio quindi anche non saper dare un giudizio definitivo.

Rimangono una serie di domande e quasi nessuna risposta definitiva.  Ma, si sa, è con le domande e non con le certezze che si progredisce.

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