di Miriam Bocchino

 

Un tempo “altro” che assomiglia “dannatamente” al presente.

 

“Roberto Herlitzka legge Dante”: riapre il Teatro Basilica e lo fa affidando ai versi di Dante e all’interpretazione di Roberto Herlitzka il compito di ritornare e ridivenire rinascita.

Dal 20 al 23 maggio l’interprete ha omaggiato Dante Alighieri con la lettura di alcuni Canti della Divina Commedia a cura di Antonio Calenda.

L’omaggio, molto apprezzato dal pubblico, è stato prolungato in altri appuntamenti che termineranno il 30 maggio.

Nella serata di apertura, Herlitzka legge i primi cinque Canti dell’Inferno.

Mai come oggi i versi dell’Inferno dantesco assumono un significato simbolico.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la dritta via era smarrita”: quella selva oscura fatta di perdizione, tormento e angoscia ha reso gli uomini più soli e fragili, in balia di emozioni e sensazioni. La paura, nel buio di una sala teatrale, diviene silente tramutandosi in parole evocative e drammatiche, pur se scritte 700 anni prima.

“Questi non hanno speranza di morte” si legge nel III Canto dell’Inferno. Cosa può esistere di più dannato e disperato della ricerca di una speranza nella morte e del non trovarla?

Mentre Dante scende negli inferi e osserva “la perduta gente” lo spettatore si chiede se, in uno di quei cerchi dannati, possa esistere la sua persona, plasmata di debolezza e brutture ma anche di passioni ed emozioni.

Roberto Herlitzka si sostituisce a Dante, diviene il Sommo Poeta contemporaneo e narra alle povere anime presenti i turbamenti e le viltà di cui ogni essere umano può divenire portatore.

“Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”: Francesca nel V e ultimo Canto della prima serata rimembrando il suo amore pronuncia parole amare.

Oggi il tempo felice appare ancora lontano eppure noi tutti aspiriamo perdutamente il suo ritorno, pur vivendo nella miseria e nel buio di un divenire che ci rende distanti e soli.

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” (canto XXXIV dell’Inferno, verso 139).

 

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