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Quando i burattini interrogano la coscienza

“Gli altri rivoluzionari” trasforma gli anni di piombo in un confronto disturbante tra memoria, identità e responsabilità generazionale

Al Teatro Basilica ha debuttato il 6 e 7 maggio 2026 Gli altri rivoluzionari, produzione di Malalingua Teatro e Collettivo Zeigarnik, uno spettacolo che affronta un terreno fragile e complesso: la violenza politica degli anni di piombo e il rapporto che le nuove generazioni intrattengono con quella memoria. Non si tratta di una ricostruzione storica tradizionale, né di un giudizio ideologico netto. La drammaturgia di Agnese Desideri sceglie invece la via del cortocircuito emotivo e generazionale, mettendo in scena interrogativi scomodi.

Lo spettacolo inizia mentre il pubblico prende posto: una televisione accesa trasmette i Teletubbies, immagini infantili e apparentemente innocue che diventano subito un segnale simbolico. Quel flusso televisivo, durante tutto lo spettacolo, scandisce il passaggio del tempo e delle generazioni: dai programmi televisivi dell’infanzia fino ai Pokémon degli anni duemila, la tv diventa una sorta di calendario emotivo, capace di raccontare la crescita di una generazione cresciuta “a pane, Nutella e cartoni buonisti”, distante dall’urgenza ideologica che aveva incendiato gli anni Settanta.

Al centro della scena domina un lungo tavolo, elemento semplice ma estremamente versatile, che durante lo spettacolo si trasforma continuamente: piano d’azione, superficie narrativa, lavagna improvvisata su cui gli attori attaccano fogli e scrivono slogan, immagini, frammenti di memoria. È una scenografia costruita soprattutto attraverso gli oggetti, capaci di assumere nuovi significati nel corso della rappresentazione.

Uno degli aspetti più interessanti del lavoro è il dialogo tra teatro d’attore e teatro di figura. I burattini non sono un elemento decorativo, ma diventano corpo simbolico della narrazione. Colpisce fin dall’inizio la scena in cui un burattino picchia ripetutamente un altro fino a farlo crollare: un gesto infantile solo in apparenza, che si carica subito di violenza e inquietudine. In altri momenti, i piccoli pupazzi ricostruiscono episodi drammatici quasi come in un film muto: un narratore accompagna la scena mentre la musica crea un’atmosfera sospesa e straniante. È proprio in questi passaggi che lo spettacolo riesce a trovare immagini teatrali forti, lasciando che siano gli oggetti a raccontare ciò che le parole da sole non riuscirebbero a esprimere, oscillando continuamente tra ironia e drammaticità.

Molto efficace anche il lavoro sulle luci, che seguono le variazioni emotive del racconto evidenziandone tensioni, fratture e cambi improvvisi di atmosfera. Interessante l’immagine della televisione poggiata sul tavolo con il volto di un uomo sullo schermo, mentre un attore seduto dietro lascia emergere le proprie braccia ai lati dell’apparecchio, trasformando il corpo in un’estensione deformata dell’immagine televisiva. Un’immagine che riflette bene il tema della manipolazione e dell’identità collettiva.

I costumi rimangono neutri, senza eccessi realistici, ma proprio per questo alcuni dettagli emergono con forza. Fra tutti, il pigiama da orso rosa: un’immagine apparentemente ironica che nasconde però una riflessione amara sul bisogno contemporaneo di apparire innocui, accomodanti, “buoni”, anche davanti all’inaccettabile. Eppure l’orso, per natura, resta un animale aggressivo, pronto a difendersi. Quella pelle rosa diventa la metafora di una violenza nascosta sotto il conformismo e il silenzio.

Gli attori affrontano un materiale scenico non semplice, muovendosi tra ironia, riflessione politica e tragedia. Il loro lavoro appare generoso e sostenuto da una ricerca evidente, soprattutto nella costruzione fisica delle immagini e nell’utilizzo degli oggetti. Si percepisce chiaramente il lungo percorso laboratoriale e formativo che accompagna il progetto, così come l’impegno di una giovane compagnia che sceglie di confrontarsi con un tema storicamente e umanamente complesso senza cercare scorciatoie.

Proprio questa complessità, tuttavia, in alcuni momenti sembra diventare anche il limite dello spettacolo. I passaggi tra i diversi livelli narrativi — memoria storica, riflessione generazionale, ironia, documento e simbolismo — non sempre risultano perfettamente scanditi. La sensazione è quella di una continua dissolvenza tra le scene: un flusso volutamente liquido e sfumato che, se da un lato crea una dimensione quasi onirica, dall’altro rischia talvolta di disorientare lo spettatore. Anche alcune interpretazioni avrebbero potuto trovare una maggiore incisività emotiva nei momenti di più alta tensione drammatica.

Ma è forse proprio nell’irrequietezza della sua forma che Gli altri rivoluzionari trova la propria identità. Lo spettacolo lascia aperte domande scomode, costringendo il pubblico a interrogarsi su ciò che separa il desiderio di cambiare il mondo dalla possibilità di distruggerlo.

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Gli altri rivoluzionari– Un progetto di Valerio Bucci – Con Valerio Bucci, Benedetta Margheriti, Veronica Toscanelli e Roberto Tufo – Aiuto Regia Valeriano Solfiti – Drammaturgia Agnese Desideri – Supervisione artistica Andrea Cosentino – Produzione Malalingua Teatro / Collettivo Zeigarnik – Progetto Collettivo under 35 Teatro Villa Pamphilj – Teatro Basilica di Roma 6-7 maggio 2026

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