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“Più forte di me”: viaggio nell’abisso e nella forza di ricominciare

Claudia Rota e Alessandro Catalucci – voci e corpi di una storia intensa di abbandono, alcolismo e riscatto a Teatrosophia

Dal 26 febbraio al 1 marzo, sul palcoscenico di Teatrosophia  Più forte di me, intenso spettacolo liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Rossana Campo, qui adattato e diretto da Claudia Rota. In scena, accanto alla stessa Rota, Alessandro Catalucci dà corpo e voce a una vicenda che affonda nelle crepe dell’amore assoluto, della dipendenza e della rinascita. Rossana Campo, autrice dalla scrittura riconoscibile e tagliente, è tra le voci più originali della narrativa italiana contemporanea. Fin dagli esordi si è distinta per uno stile diretto, colloquiale, capace di mescolare ironia e crudezza, leggerezza apparente e profondità emotiva.

Più Forte Di Me – Claudia Rota

In Più forte di me esplora le dinamiche sentimentali senza indulgenza, mettendo a nudo fragilità, ossessioni e contraddizioni dell’animo umano, soprattutto femminile. Il testo da cui lo spettacolo prende ispirazione racconta infatti un amore che non conosce misura, che diventa necessità, urgenza, dipendenza: qualcosa che travolge la protagonista come un’onda impetuosa, al di là del buon senso e dell’autoconservazione.

La trama è semplice solo in apparenza. Una donna, emotivamente instabile, vive il matrimonio come un assoluto. Quando il marito le comunica di voler andare a vivere con un’altra, il colpo è devastante. Non si incrina soltanto la relazione: si sgretola l’idea stessa di sé. Quel fragile equilibrio che teneva insieme le sue giornate si spezza, e il “balletto” con l’autodistruzione – già avviato ben prima della rivelazione del tradimento – accelera fino alla caduta. L’alcol diventa rifugio e condanna. Le lattine e le bottiglie di birra disseminate sulla scena raccontano visivamente uno stato di dipendenza avanzata: sono presenze silenziose ma eloquenti, tracce concrete di una discesa agli inferi.

La regia della Rota è lucida e mai indulgente. Costruisce un impianto scenico ricco di elementi che, lungi dal risultare ridondanti, sostengono con coerenza la narrazione. Due sedie, unico accenno di mobilio, sono coperte da un telo bianco, come si fa quando una casa viene abbandonata per proteggere gli arredi dalla polvere. È un’immagine potente: quei lenzuoli evocano una vita sospesa, una quotidianità interrotta, l’abbandono non solo di uno spazio fisico ma di un’identità. La scena diventa così metafora tangibile di una frattura interiore.

Claudia Rota, anche in veste di interprete, offre una prova di grande intensità. La sua protagonista è nervo scoperto, corpo attraversato da scosse emotive. Ogni parola sembra nascere da una ferita reale; ogni silenzio pesa come un macigno. Lo spettatore è trascinato dentro la frustrazione, l’angoscia, il senso di inadeguatezza e di abbandono che la divorano. Alessandro Catalucci le fa da contrappunto con misura e versatilità: è il marito sfuggente, ambiguo, capace di riapparire quando la donna sembra aver ritrovato stabilità; ma è anche, in altri passaggi, presenza empatica e sostegno, incarnazione di quell’amicizia salvifica che la conduce verso un programma di recupero per alcolisti.

Il percorso di risalita è il vero cuore della pièce. Grazie all’aiuto di chi ha attraversato esperienze simili, la protagonista accetta di farsi aiutare. E in quel contesto scopre che perfino il dolore più lacerante può avere un senso nel disegno complessivo di un’esistenza. La domanda che attraversa lo spettacolo –  se tutto ciò che accade, che sia un tradimento o un ricovero, possa diventare motore di trasformazione – trova risposta nella pratica della rinascita quotidiana. Non c’è retorica, ma un lento e credibile processo di consapevolezza.

Fondamentale, in questo viaggio emotivo, è il tappeto musicale firmato da GipoLow, che accompagna e arricchisce i passaggi testuali senza mai sovrastarli e per il quale la Rota ritaglia un “cameo” all’interno della narrazione, nel personaggio del suonatore di strada con il quale la protagonista colloquia dalla sua finestra. Le sonorità dialogano con gli stati d’animo, amplificano tensioni e aperture, contribuendo a creare un flusso continuo. Il disegno luci di Gloria Mancuso, sapientemente dosato, scolpisce gli spazi interiori prima ancora di quelli scenici: ombre e tagli luminosi sottolineano i momenti di smarrimento e quelli di ritrovata chiarezza, trasformando la scena in un paesaggio emotivo mutevole.

Il momento culminante arriva quando il marito tenta di rientrare nella vita della donna, forse per nostalgia, forse per bisogno di conferma. La seduzione è sottile, la memoria ancora viva. Ma questa volta qualcosa è cambiato. La protagonista, forte della nuova consapevolezza conquistata con fatica, rifiuta. È un “no” che segna il passaggio definitivo dall’ossessione alla libertà. Ciò che sembrava più forte di lei si rivela finalmente affrontabile, superabile.

Più Forte Di Me – Alessandro Catalucci

Il ritmo recitativo, serrato e vibrante, non concede cali di tensione: l’attenzione del pubblico resta costantemente alta, coinvolta in un’esperienza che tocca corde intime. Si esce dalla sala con la sensazione di aver assistito non solo a una storia di tradimento e dipendenza, ma a un atto di coraggio. “Più forte di me” diventa così il racconto di una donna che, attraversando il proprio abisso, scopre una forza nuova: quella di scegliere se stessa e di trasformare la ferita in rinascita.

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Più forte di me – Liberamente tratto da Più forte di me di Rossana Campo, con Claudia Rota e Alessandro Catalucci, regia Claudia Rota, tappeto musicale GipoLow, light designer Gloria Mancuso, Produzione Teatro degli Angeli Teatrosophia dal 26 febbario al 1 marzo 2026

Foto ©Grazia Menna

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