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Orlando, se il tempo cambia i corpi ma non le anime

Al Vascello Anna Della Rosa sostiene da sola la complessità del romanzo di Virginia Woolf, tra minimalismo scenico e riflessione sulla natura fluida dell’identità.

Secoli dopo Boiardo e Ariosto, anche Virginia Woolf si volle confrontare con la figura di Orlando. Lo fece con tutta la sensibilità primonovecentesca che portava in dote, in un romanzo che attraversa secoli, identità e linguaggi, oscillando continuamente tra ironia, poesia e riflessione sul tempo. Liberamente ispirato al genio della scrittrice britannica, questo Orlando per la regia di Andrea De Rosa sceglie una strada precisa: non raccontare tutto, ma distillare l’essenza di questo viaggio in uno spettacolo compatto, della durata di circa un’ora, affidato quasi interamente alla forza della parola e della presenza scenica.

Il fulcro della rappresentazione in scena al Vascello dal 3 all’8 marzo è Anna Della Rosa. L’attrice sostiene con straordinaria solidità l’intero impianto dello spettacolo, passando con naturalezza da un personaggio all’altro e facendo convivere sulla scena prospettive diverse, epoche lontane e registri espressivi differenti. Il suo Orlando è insieme narratore e protagonista, testimone e interprete del tempo che scorre. Con variazioni minime di voce, postura e ritmo, Della Rosa costruisce una galleria di figure e situazioni che restituiscono la complessità del romanzo senza mai appesantirne la fluidità. La sua interpretazione tiene insieme l’intero spettacolo e dimostra come il teatro possa nascere anche da una presenza sola, quando questa è capace di riempire lo spazio con precisione e immaginazione.

Non meno significativa è la scelta scenografica, improntata a un minimalismo carico di senso. Al centro del palco troneggia un tronco di quercia, imponente e silenzioso, che domina un prato falciato disposto davanti agli spettatori. È un’immagine semplice ma potentemente simbolica: la quercia richiama il tempo lungo della natura, la durata delle storie e delle idee, mentre il prato rasato sembra suggerire la dimensione più fragile e transitoria dell’esperienza umana.

Nel corso dello spettacolo, questo spazio essenziale si trasforma. Dopo una sorta di impetuosa nevicata scenica, il prato si riempie di fogli di carta bianchi, come se il legno dell’albero si fosse moltiplicato nella sua forma più fragile e insieme più preziosa: quella della pagina, non ancora ma prossima a diventare, scritta. Il gesto è semplice, ma racchiude uno dei nuclei poetici dello spettacolo. Dal tronco — materia viva, radicata nel tempo — nasce la carta, cioè il luogo in cui pensieri, ricordi e sentimenti possono continuare a esistere.

In questa prospettiva, emerge anche una delle dimensioni più moderne del romanzo di Woolf. Orlando, scritto nel 1928, è antesignano della narrativa queer. Il personaggio attraversa i secoli e a un certo punto cambia sesso, passando dall’essere uomo all’essere donna senza che la sua identità profonda venga realmente spezzata. Il retroscena biografico è l’altra grande ispirazione della piece, come spiegano le note di regia. Si tratta delle lettere che l’autrice scrive all’amata Vita Sackville-West: “Supponi che Orlando si riveli essere Vita e che sia tutto su di te e la lussuria della tua carne e la seduzione della tua mente… ti secca? Di’ sì o no”. Vita non si sottrae, accettando di diventare oggetto, musa, modello e interlocutrice di uno dei romanzi più originali della letteratura moderna. La scrittura di Orlando nasce così: come un omaggio d’amore, un atto di gioia offerto a una donna e al mondo. Woolf suggerisce con sorprendente anticipo sui tempi, che l’identità non coincide rigidamente con il corpo e che i ruoli di genere sono in larga parte costruzioni sociali, legate alle convenzioni delle diverse epoche storiche. Tanto la regia quanto l’interpretazione colgono bene questa dimensione, rendendo la trasformazione non come un effetto spettacolare, ma come un processo fluido che si manifesta attraverso la voce, il gesto e la postura dell’attrice.

In questa immagine dinamica sembra riassumersi il senso profondo dell’adattamento: il tempo trasforma tutto — i corpi, i ruoli, le epoche — ma non interrompe il filo che lega le idee e i sentimenti delle persone. Piuttosto li accompagna, li trasporta e li rinnova, proprio come accade a Orlando lungo i secoli del racconto. Un Orlando che riesce così nell’impresa di condensare una materia narrativa vastissima in un’ora di teatro essenziale e suggestivo, dove parola, corpo e simbolo scenico collaborano per restituire la modernità e la leggerezza (con diverse punte di squisita ironia) del capolavoro di Virginia Woolf.

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Orlando – dal romanzo di Virginia Woolf e dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West Scrivi sempre a mezzanotte (Donzelli) – drammaturgia Fabrizio Sinisi  – traduzione Nadia Fusini  – regia Andrea De Rosa – con Anna Della Rosa  – scene Giuseppe Stellato – luci Pasquale Mari  – suono G.U.P. Alcaro – costumi Ilaria Ariemme  – aiuto regia Paolo Costantini – musica di scena Sinfonia n.6 (Patetica) di Čajkovskij – produzione TPE – Teatro Piemonte Europa – Roma – Teatro Vascello dal 3 all’8 marzo 2026

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