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Lamentele flashback ed attonita disforia esistenziale

Un ritmo mentale che non sempre convince

Irregolare della scena, fenomeno di culto, scrittrice e interprete di testi corsari, performer dal fluxus joyciano. Sperimentale, provocatrice, ironica. Una sequela di attributi questa con cui il Teatro Vascello la introduce che sembra ben giustificare l’antologica che le ha dedicato ad aprile 2026: 

dEVERSIVO (22-24 aprile), sulle vicissitudini di una performer, Sabbia (25-26 aprile), sull’omosessualità, Intrattenimento violento  (28-30 aprile), sul disagio del quotidiano, tra eros e famiglia.

Parlerò qui del terzo, Intrattenimento violento

Ad una prima impressione verrebbe da condividere le parole di Fausto Nicolini (lavocedidentro 23.4.26) su dEVERSIVO, 

“La Danco recita, con il microfono, senza preoccuparsi delle intonazioni, adagiandosi esclusivamente sulle parole che ha scritto. Le lascia spoglie di qualsiasi vestimento: che sia drammatico o comico, grottesco o assurdo.Le sue parole restano nude. Ci mette dell’ironia, è vero, ma non è sufficiente […] Le battute della Danco sono congestionate dalla fretta”.

E io aggiungerei che, nonostante il microfono, spesso siamo ad un bassa voce che provoca tensione per riuscire a carpire tutto il detto. Non solo. Un pregio del testo – nel suo flusso da monologo interiore associativo e a scivolo – è quello di un continuo slittare da una situazione all’altra, da un personaggio all’altro. Ma la velocità nevrotica del recitato e la sua atonalità spesso non danno il tempo di capire dove siamo e con chi siamo, e chi è chi. E’ il caso di un dialogo con il proprio amante, o dei dialoghi figlia genitori, dove ci sono solo alcuni picchi di reazioni rabbiose, ma mai caratterizzazioni che distinguano chi è chi. Inoltre, quando il testo slitta ad un ricorrente esibire una infanzia conculcata da una madre e un padre arcaici ossessivi e controllanti, da cui si suppone deriverebbero i problemi della cresciuta narrante… “Mamma, io ti piaccio ?!” , la performer cede al birignao dell’infanzia, connotando sì in questo caso la voce – non più neutra – col registro del lamento infantile, fino al piagnisteo. 

Peccato.

Perché se il senso è del mentale (da cui il tono neutro interiore ossessivo), e tutte le figure sono figure mentali, della memoria, introiezioni, perché qui sforare al realistico, dando all’infanzia la prevalenza? Tanto più che il mentale poco prima era stato chiaramente dichiarato proprio in questo rapporto madre-figlia,

“Sei come un personaggio, ferma e stampata sulla carta del corpo mio di figlia. Mi commuovo appena, mamma  ..Sei in grado di capirlo ? …. Tu non esisti! Per questo, come lieve condanna, in me non sparisci”.

Detto questo, resta interessante la costruzione del testo per slittamenti associativi sensoriali e memoriali, dove la banalità dei microtormenti nevrotici di una esistenza irrisolta si fa ritmo mentale, ritmo del tormento così come il nevrotico lo vive, come tormentone ossessivo compulsivo e trip mentale, in eterno colloquio polemico e questuante con se stessi e il mondo (il cui sguardo è voluto e temuto), alla ricerca verbale di un senso che non nasce ma si cerca, perché, come recita ripetutamente ad un certo punto “Me vojo salvà!”

Un testo mentale che è tutto uno stare in casa, e nella mente. Una prigionia in cui la frenesia del dire è il disperato dibattersi senza sbocco, ruminando. Non a caso verso la fine ricorrente in scena è il gesto di sbattere la testa contro il muro, come a voler sfondare. 

La casa, lo specchio, la memoria, i rumori di fuori. 

Guardare il proprio corpo. Sognarlo diverso. Immaginarsi tra la folla e le facce che ti scrutano, e sognare con imbarazzo di comperare dei preservativi che non userai. E immagini, e danzi in casa. 

Musica? Bussano! Sarà l’uomo sognato? No. 

Solo un vicino che protesta per il rumore. Ed il fidanzato, quello vero? 

Discutere con un fidanzato che ha sempre da fare, che non ha mai tempo di uscire con lei. E che poi si scopre che si sposerà con un’altra, perché piace alla madre e non è già stata sposata (dunque lei ha già un fallimento alle spalle).

E così, in altalene di va e vieni.  Buttando a terra dal leggio con rabbia fogli che legge, come a mimare la rabbia di leggere se stessa, per poi abbandonarli, ed andare a memoria, sbattendosi di corpo nel vuoto della scena, tutta nera e nuda, come la nudità delle sue parole. E allora seduta dà testate contro il leggio che coccola in grembo, e poi si rotola, e striscia carponi come a tentare inutilmente di raggiungere lo stato adulto.

Insomma, contrazioni dell’anima per basso continuo, tra corpo e voce. 

A tratti suggestivo. Non banale. 

A tratti di un patetismo sotto tono. E più identificativo che disturbante. 

Inquietante mai.

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Intrattenimento violento – Ideato, diretto e interpretato da Eleonora Danco – Musiche scelte da Marco Tecce – Intervento in voce di M¥SS KETA – Nel ruolo della Quinta umana Livia Richelmy – Disegno Luci Eleonora Danco  – Assistente alla Regia Letizia Guido – Aiuto regista Alex Lorenzi – Costumista Leonardo Valentini – Costumi MDM – Graphic design Edoardo Perugini – Accompagnamento al lavoro Benedetta Boggio – Tecnico luci e fonica Martin Palma e Diego Labonia – Produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello di Roma 28-30 aprile 2026

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