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Al Manzoni tra equivoci e nostalgia televisiva anni ’90

Un ritratto generazionale che utilizza il meccanismo classico degli incastri comici dentro un ritmo da sitcom multicamera

Al Teatro Manzoni di Roma torna in scena una commedia che ritrae una generazione nel momento esatto in cui iniziano a vedersi le crepe sotto la superficie. Scusa sono in riunione… ti posso richiamare?, di e con Gabriele Pignotta, mette insieme cinque ex amici dell’università, oggi nel pieno dei quarant’anni, convinti di avere ancora il controllo della propria vita mentre tutto intorno si sta lentamente sgretolando con vite molto diverse da quelle immaginate. A far saltare il fragile equilibrio arriva uno scherzo crudele che trasforma confidenze private in materiale pubblico con una premessa che fotografa bene il presente: la linea tra intimità e spettacolo ormai è quasi sparita.

Gabriele Pignotta e Siddharta Prestinari

La struttura è quella della classica commedia degli equivoci: segreti che si accavallano, mezze verità, frasi fraintese, confessioni che arrivano sempre nel momento peggiore possibile. Un modello narrativo solidissimo, quasi rassicurante, che richiama immediatamente un certo intrattenimento teatrale e televisivo molto popolare tra anni Novanta e primi Duemila. Guardando lo spettacolo viene spontaneo pensare al ritmo delle couch comedy di quegli anni (Friends tra le più popolari) dove la battuta è costruita insieme alla reazione del pubblico.

Ed è proprio qui che emerge l’aspetto più interessante della messinscena: il vero format televisivo non è tanto quello raccontato dentro la trama, quanto quello che si crea in sala con l’impianto multicamera. Le battute, accompagnate da gesti talvolta esasperati, silenzi e tempi perfettamente calcolati, aprono continuamente uno spazio destinato alla risata. È un meccanismo molto preciso: il dialogo si ferma, la mimica completa il senso della battuta e il pubblico interviene quasi come fosse parte della scrittura. In alcuni momenti sembra davvero di assistere a una sitcom dal vivo, dove il ritmo è scandito dalla partecipazione collettiva della platea.

E infatti il pubblico del Manzoni risponde compatto: anticipa gli equivoci, riconosce i caratteri, aspetta certe battute e le accompagna con entusiasmo. Si crea una familiarità immediata tra scena e sala, quasi un patto nostalgico attorno a un tipo di comicità molto riconoscibile.

Proprio questa riconoscibilità, però, è anche il limite dello spettacolo. Perché se i tempi comici sono gestiti con grande esperienza, il linguaggio su cui si regge gran parte dell’umorismo appare spesso fermo a qualche stagione culturale fa. I giochi di parole, le allusioni, certi imbarazzi costruiti attorno alla sessualità o alle relazioni hanno il sapore di una comicità che apparteneva a un’altra fase della televisione e del teatro leggero italiano. Non tanto problematica, quanto prevedibile. Serialità, stand-up e scrittura contemporanea hanno spostato altrove il baricentro della risata: più osservazione, più disagio, più sottotesto. Qui invece si torna volutamente alla macchina perfetta dell’incastro.

La sensazione è che la forma della commedia degli equivoci oggi faccia più fatica a sorprendere. Il pubblico ride, e ride molto, ma spesso perché riconosce il meccanismo prima ancora che si compia. È una comicità di conferma più che di rottura. Eppure, forse, è anche coerente con i personaggi stessi: quarantenni che cercano di sembrare aggiornati mentre continuano a leggere il presente con strumenti emotivi rimasti obsoleti e vetusti.

Gli attori, attivi anche in campo televisivo e cinematografico, sostengono bene questo impianto, aderendo ai rispettivi ruoli con grande immediatezza. Talvolta i caratteri risultano un po’ accentuati (Clizia Fornasier la cinica ritoccata, Gabriele Pignotta il frustrato compatito, Fabio Avaro il rassegnato nostalgico, Nick Nicolosi il tossico che ha ceduto al sistema, Siddharta Prestinari la nevrotica smarrita), quasi spinti verso la caricatura, probabilmente con una scelta funzionale aderente proprio a quel ritmo da serialità anni Novanta che lo spettacolo sembra voler evocare fino in fondo.

Fabio Avato e Gabriele Pignotta

Più che cercare nuove forme di comicità, Scusa sono in riunione… ti posso richiamare? sembra interrogarsi, forse anche involontariamente, su cosa resti oggi di quel modo di raccontare le relazioni tipico della commedia borghese e della sitcom anni Novanta. Lo spettacolo funziona, il pubblico ride e partecipa senza difficoltà, ma proprio questa adesione così immediata rende evidente quanto il meccanismo sia familiare, quasi automatico. Alla fine si esce con la sensazione di aver assistito a un intrattenimento costruito con mestiere, ma legato a una grammatica comica che continua a replicarsi più per riconoscibilità che per reale capacità di leggere il presente.

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Scusa sono in riunione… ti posso richiamare? – Scritto e diretto da Gabriele Pignotta, con Gabriele Pignotta, Clizia Fornasier, Fabio Avaro, Nick Nicolosi, Siddharta Prestinari, scene di Matteo Soltanto, costumi di Valter Azzini, luci di Pietro Sperduti, musiche di Stefano Switala, produzione ArtistiAssociati-Centro di produzione teatrale – Teatro Manzoni dal 7 al 24 maggio 2026

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