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On Stage! Letture Americane: il teatro USA che racconta il nostro tempo

Amicizia e genitorialità nell’epoca dell’incertezza al Teatro Basilica

Tra incertezze sul futuro, identità in trasformazione e relazioni sempre più complesse, la nuova drammaturgia americana continua a interrogare il presente con uno sguardo lucido ma anche ironico. È da questa prospettiva che nasce la rassegna On Stage! Letture Americane, che negli ultimi mesi ha portato al Teatro Basilica di Roma alcune delle voci più interessanti del teatro contemporaneo statunitense.

Attraverso il formato essenziale della lettura scenica, che mette al centro la parola, il ritmo del dialogo e l’interpretazione degli attori, il pubblico ha potuto incontrare storie e autori capaci di raccontare con sguardo diretto alcune delle tensioni più vive della società americana. Dai ricordi e dalle identità smarrite nella New York evocata da Lost and Found di Kaaron Briscoe, ai conflitti tra fede e desiderio nella dissacrante commedia Baptized to the Bone di Dave Johnson, fino ai temi delicati dell’identità e del consenso affrontati in Consent di Frank J. Avella.

A chiudere il percorso è “Sai cosa? Siamo nella merda“, titolo italiano di Actually, We’re Fucked!, commedia del drammaturgo americano Matt Williams che racconta in questa intervista, le inquietudini di una generazione alle prese con scelte decisive: l’amore, l’amicizia, la spiritualità e la possibilità – sempre più complessa – di mettere al mondo dei figli in un futuro incerto.

Com’è nata l’idea di affrontare temi così contemporanei come la religione, l’amicizia e le difficoltà della vita moderna?

L’idea è nata ascoltando i miei figli. Quando ho scritto il testo avevano 29 e 31 anni e spesso si riunivano attorno al tavolo con i loro amici, parlando delle loro vite, delle loro preoccupazioni, del lavoro, delle relazioni e soprattutto della domanda che molti si pongono oggi: avere o non avere figli. Io e mia moglie li ascoltavamo parlare e riflettere su queste questioni. Una notte mi sono svegliato e ho iniziato a scrivere tutto ciò che avevo sentito: le loro paure, i loro dubbi, il senso di precarietà rispetto al mondo. Quando ho scritto il testo si parlava già molto di crisi e di futuro incerto, e negli ultimi anni il mondo è diventato ancora più fragile e imprevedibile. Eppure oggi i miei figli sono sposati e hanno tre bambini: tre anni, un anno e nove mesi. Quando guardo i miei nipoti penso che ognuno di loro sia come una piccola fiamma di speranza. Ed è questo che mi dà fiducia nel futuro.

Nel testo emerge anche il tema della religione. Quanto incide oggi nelle scelte personali delle nuove generazioni?

Molto meno rispetto al passato. I miei figli e i loro amici sono alla ricerca di una dimensione spirituale, ma non necessariamente di una religione organizzata o di un dogma. Mia figlia, per esempio, è molto spirituale e sotto questo aspetto somiglia a Molly, uno dei personaggi della pièce. Studia diverse religioni ed è interessata a comprendere varie tradizioni spirituali. Mio figlio invece ha un approccio più legato alla Bibbia e agli studi biblici. Credo che una delle domande più grandi che una coppia si ponga oggi sia proprio questa: come crescerai i tuoi figli? Nella Chiesa cattolica? Nel buddismo? Senza alcuna religione? È una decisione enorme quando si diventa genitori.

Un altro tema centrale del testo è l’amicizia. Le quattro coppie della storia attraversano tradimenti, crisi e separazioni, ma rimangono comunque legate. Come vivono oggi i giovani l’amicizia?

Per molti di loro gli amici sono una vera e propria famiglia. Questo è qualcosa che mi ha colpito molto osservando i miei figli e i loro gruppi di amici. Spesso queste comunità di amici diventano una sorta di famiglia sostitutiva. Possono succedere molte cose nelle relazioni sentimentali — tradimenti, rotture, cambiamenti — ma quel gruppo di amici rimane incredibilmente unito. È una rete di sostegno molto forte e vitale per quella generazione.

Come reagisce il pubblico davanti a una rappresentazione della famiglia che non è più quella tradizionale, ma piuttosto una famiglia allargata costruita attraverso l’amicizia?

La reazione è spesso fatta di molte risate. Volevo scrivere una commedia molto divertente su un tema estremamente serio. Quello che trovo interessante è ciò che accade dopo lo spettacolo: le persone escono dal teatro e iniziano a discutere. Si chiedono se i personaggi abbiano fatto la scelta giusta oppure no. Molti mi raccontano che dopo lo spettacolo sono andati a cena e hanno continuato a parlare di quei temi: cosa farei io? Come mi sento rispetto a queste decisioni? Se un’opera riesce a generare questo tipo di conversazione, allora significa che ha raggiunto il suo obiettivo.

Negli Stati Uniti è più accettata l’idea di avere figli anche fuori da una struttura familiare tradizionale. Come vede questa differenza culturale rispetto all’Italia?

Negli Stati Uniti è una realtà piuttosto diffusa, soprattutto tra donne molto istruite e con una carriera avviata. Spesso arrivano intorno ai trent’anni e si chiedono se avranno un partner o se riusciranno ad avere dei figli. Alcune decidono di congelare gli ovuli per mantenere aperta la possibilità di avere un figlio anche più avanti, nel caso non incontrino la persona giusta. È una scelta che riflette le difficoltà di conciliare carriera, relazioni e desiderio di maternità.

Che effetto le fa vedere la sua opera rappresentata in Italia?

Sarà interessante vedere come funzionerà la commedia nella traduzione italiana. In inglese il ritmo della lingua è molto legato all’umorismo, quindi sono curioso di scoprire se quella stessa musicalità e quel tempo comico riusciranno a mantenersi anche in un’altra lingua. Lo scopriremo presto.

Con la serata del 9 marzo si conclude il percorso di On Stage! Letture Americane 2026. Abbiamo chiesto a Laura Caparrotti, curatrice della rassegna, quale sia stato il valore di questa esperienza.

Siamo arrivati all’ultima serata della rassegna. Che esperienza è stata e quale traccia pensi abbia lasciato questo percorso nel panorama teatrale italiano?

È stata un’esperienza molto positiva e incoraggiante. Oltre all’interesse del pubblico per le letture e per i testi presentati, ciò che mi ha colpito di più è stato il coinvolgimento della comunità teatrale: compagnie, artisti e realtà produttive che hanno partecipato con grande generosità, creando una sorta di famiglia allargata. Questo clima di collaborazione ha generato nuovi incontri e nuove possibilità di dialogo anche a livello internazionale. Credo che proprio la collaborazione sia la chiave di tutto: lavorare insieme, condividere idee, scoprire nuovi testi e nuovi artisti permette di costruire ponti culturali importanti tra realtà diverse. Per il futuro l’auspicio è quello di continuare su questa strada, ampliando sempre di più la rete di collaborazioni e rendendo questo progetto ancora più solido e aperto.

Un percorso che dimostra come il teatro possa diventare uno spazio di confronto tra culture e sensibilità diverse, capace di mettere in dialogo artisti e pubblico attraverso storie che parlano del nostro presente.

La rassegna On Stage! Letture Americane si conclude dunque con uno sguardo rivolto al futuro e con il desiderio di proseguire questo ponte culturale tra Italia e Stati Uniti, nella convinzione che il teatro resti uno dei luoghi più vivi in cui immaginare e condividere nuove visioni del mondo.

Un ringraziamento particolare va a Laura Caparrotti, Donatella Codonesu e a tutti gli artisti, traduttori, compagnie e collaboratori che hanno reso possibile questa rassegna, contribuendo a portare sul palcoscenico italiano nuove voci della drammaturgia contemporanea americana.

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Sai cosa? Siamo nella merda” di Matt Williams – rassegna a cura di KIT Italia, Kairos Italy Theater e Gruppo della Creta nell’ambito di OnStage! 2025-2026 Festival di Teatro Americano – letture a cura di -Gruppo della Creta e Matteo Baronchelli – produzione Gruppo della Creta – con il sostegno del Ministero della Cultura – Traduzione Claudia Zerilli – Teatro Basilica 9 marzo 2026

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