Dalla nascita del progetto a Sguardi Altrove, ecco l’intervista alla regista di Oltre la pelle, Alessandra Usai.
Oltre la pelle è una delle proposte di #Frameitalia, concorso cinema italiano, di Sguardi Altrove. In sala venerdì 13 verrà presentato il documentario, nato dall’incontro con una storia troppo grande e drammatica per essere ignorata. È quella del dottor Giuseppe Losasso, un medico italiano che ha dedicato anni della sua vita a una missione umanitaria in Pakistan, ricostruendo i volti, e l’identità, di donne vittime di attacco con acido. Abbiamo fatto una chiacchierata con Alessandra Usai, regista e produttrice, che ci ha spiegato la genesi e l’importanza di questo progetto coraggioso.

Alessandra Usai si forma in storia del cinema e critica cinematografica. In Irlanda muove i suoi primi passi nel mondo della regia e della produzione. Quando torna in Italia si scontra non solo con un mercato diverso, ma con le difficoltà di un anno incredibile come fu il 2020, e le sue successive conseguenze. È in questo periodo che, dall’incontro con Annalisa Maniscalco, autrice insieme a Bepi Losasso del libro Più della mia pelle, nasce l’idea di rendere la storia del chirurgo uno sceneggiato.
«Inizialmente il progetto fu un cortometraggio sul dolore fisico e psicologico», racconta Usai. La decisione ha virato poi verso portare su schermo la storia vera del dottor Losasso e delle sue pazienti, in un documentario.
Usai si scontra però con la difficoltà a ricevere fondi e a reperire il materiale d’archivio. Un percorso in salita, come spesso accade in Italia per chi sceglie di raccontare il sociale lontano da logiche puramente commerciali. «È stato difficile realizzarlo. Come regista sono stata costretta a scendere a compromessi sulla parte artistica».
Il centro di Oltre la pelle è la figura del dottor Bepi Losasso. Il suo racconto, le sue testimonianze dirette, sono il filo conduttore che lega le storie. In questa missione il chirurgo provò prima a operare le vittime e a far iniziare loro una nuova vita in Italia. Capì però che ciò era causa di ulteriore sofferenza e, pertanto, non era la cosa giusta da fare. Decise così di andare lui in Pakistan. Di insegnare lì nuove tecnologie. Di costruire, con il sostegno del governo italiano dell’epoca, un ospedale italiano specializzato in ustioni. Una missione durata anni, fatta di cura, lavoro e umanità.
Alessandra Usai esprime il suo talento e la sua creatività attraverso una brillante intuizione per trasferire al pubblico l’indicibilità delle storie personali delle vittime. La regista utilizza come espediente narrativo delle evocazioni danzanti. Dentro una cornice fatta di porticati tipici del nord est italiano, una ballerina indiana esprime tutto il suo talento in una danza che diventa racconto di un’esperienza drammatica.
“Tutte le storie sono accomunate da un rifiuto. Una richiesta da parte del compagno, spesso di prestazioni sessuali a lui o ai familiari, e un no della donna. Questo è ciò che provoca “l’incidente”, così lo chiamano. La prima danza evoca il frantumarsi del sogno amoroso delle protagoniste.”
Il rifiuto, si accorge Usai, non è solo ciò che accomuna le storie delle donne pakistane. All’interno del documentario la regista sceglie di inserire anche una piccola testimonianza di Filomena Lamberti, la prima donna italiana sfregiata con l’acido dal marito. Anche in questo caso un rifiuto, a rimanere insieme. Il rifiuto di una donna considerata libera, in uno stato democratico appartenente al tanto glorificato occidente. Una parte importante, questa, che permette di superare i pregiudizi e la distanza territoriale. Rappresenta l’unione di un problema enorme, quello della violenza maschile sulle donne, che mai come ora appare chiaramente strutturale, sistemico, culturale e globale.
La seconda evocazione invece racconta il dolore fisico.«La reazione all’attacco con l’acido accomuna tutte le vittime. Nessuna di loro se lo aspetta. Sentono come se avessero ricevuto dell’acqua fredda sul viso.Questo non permette loro di comprendere immediatamente la situazione e correre a lavarsi». Da questo momento in poi inizia un calvario fatto di venti o trenta operazioni di ricostruzione, fino al momento più difficile. Il confronto con lo specchio significa, per le vittime, scontrarsi con un aspetto inevitabilmente diverso. Significa non riconoscersi. Significa iniziare a ricostruire la propria identità.
Ed è proprio questo forse IL tema del documentario. Un tale gesto di violenza mira a voler cancellare l’identità di una donna anche in relazione al valore che l’estetica ha per il femminile nella società. In una cultura che vede la donna prima di tutto per la sua bellezza, un’azione come questa significa voler danneggiare una persona dove si pensa che socialmente stia il suo valore.

Con Oltre la pelle, Alessandra Usai ci restituisce un ritratto potente di queste donne, della loro forza e del loro coraggio. Un documentario che prova a ricomporre i frammenti di identità infrante, restituendo dignità a chi è stato privato non solo del proprio volto, ma del diritto di esistere. Infine, la regista ci conferma di avere altri progetti in cantiere, legati a ritratti di donne straordinarie, che hanno condizionato la storia del nostro paese. Non ci resta che attendere.
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Oltre la pelle – Regia di Alessandra Usai – Scritto da Annalisa Maniscalco e Alessandra Usai – Prodotto da Nical Films e Rebel Film Productions.





