di Tonino Pinto*

 

 

William Profeta giovane stella del cinema e delle serie televisive nonché idolo degli adolescenti, dopo un terribile incidente sul set che gli sfigura il volto, scompare in circostanze misteriose dal Caliban Hospital di Los Angeles.

Questo lo spunto iniziale di Volevo essere Bogart un bel libro scritto da Diego Mondella (Pellegrini Editore) che ci trasporta nel calvario intimo e personale del protagonista che si appresta a interpretare sullo schermo il ruolo che fu di Humphrey Bogart nel remake del 1950 In A Lonely Place, uno dei capolavori immortali interpretati dal mitico Boogie insieme a Casablanca targati Warner Bros, la Major che ha accompagnato la mia gioventù indirizzata inesorabilmente verso il cinema da un padre manager di quella storica società in Italia nel dopoguerra .

In questo suo bellissimo romanzo d’esordio Mondella, figlio d’arte, con un padre ai vertici dell’universo discografico, si misura con un genere classico come quello della Hollywood novel, offrendone però una rivisitazione assolutamente personale, dando al lettore l’emozione di un imperdibile viaggio in una Hollywood assurdamente aderente all’odierna realtà dove lo stesso cinema sta cambiando per l’ennesima volta identità. (muto, sonoro, cinemascope etc).

«Una libertà, che il cinema non può più permettersi», scrive Mondella. «Il vecchio film d’autore si veste di nuova linfa attraverso il formato dei telefilm o tv Drama», Prodotti che in gran parte, ripetono se’ stessi ogni settimana, secondo uno schema che tende a fissare nella memoria dello spettatore storie, personaggi e schemi narrativi. Le serie americane, ormai da anni, sono autentiche factory che calamitano attorno a loro i migliori creativi tra scrittori, registi, e produttori, misurandone il proprio successo sulla capacità di giocare con un ricco immaginario, mutuato da romanzi horror e gotici. «Insomma fatta qualche eccezione» continua Mondella, «sono sceneggiature costruite a tavolino in cui si fondono mitologia greca, folklore popolare giapponese e simboli pagani della tradizione celtica».

Ma la vera sorpresa di questo Volevo essere Bogart è la riscoperta di quella Hollywood degli anni cinquanta e sessanta che sullo schermo era riuscito a rappresentare Martin Scorsese in “The Aviator“. Film interpretato da Leonardo Di Caprio sulla vita di Howard Huggs, il produttore pilota di aerei, miliardario prestato al cinema che con la sua RKO lanciò al successo attrici come Ava Gardner, Rita Hayworth, Lauren Bacall (che poi sposò Bogart), Montgomery Clift e Shelley Winters. Quella era la Hollywood che consegnava al pubblico film come L’Avventuriero di Terence Young, La bestia umana diFritz Lang, Io confesso di Hitchcock e Un posto al sole di Stevens. «Ma Hollywood si sa vali quanto il tuo ultimo film.  Se il film ha successo dicono che sei bello e giovane, ma se va male ti chiamano vecchio figlio di puttana con le rughe», scrive ancora Mondella. Insomma se il tuo ultimo film è una schifezza sei nella merda fino al collo!

Anche Bogart amava prendersi gioco dell’ambiente cinematografico con divertito e scaltro cinismo al punto che per lui « le grandi case di Bevely Hills erano tanti poligoni di tiro», come disse il  suo grande amico John Huston nel corso dell’elogio funebre.

Volevo essere Bogart è’ un atto d’amore verso il cinema e il mondo colorato e accecato dai flash, contenitore di passioni storie, vizi, virtu’, dolori e successi ed anche misteri come la vita e la scomparsa di William Profeta, tenendo presente come sottolinea il critico Emiliano .Morreale in un suo editoriale  su La Repubblica «i capolavori invecchiano meno dei critici», ricordandoci che dal 12  novembre e tornato nelle sale in edizione restaurata Mulholland Drive di  David Linch, il film premiato vent’anni fa a Cannes proprio per la regia, film feticcio ancora oggi sul mondo di  Hollywood, insostituibile intreccio fra sogno e realtà.

Ma è’ quasi Natale e mentre si concludono a Sorrento le giornate professionali del cinema dove i produttori presentano agli esercenti delle sale i film della nuova stagione destinati alle sale (in forte recessione), arrivano le strenne natalizie sul grande schermo. Si parte con l’unico blockbuster da annotare come West Side Story di Steven Spielberg, remake del film che nel 1961 vinse ben dieci Oscar dove il regista di ET e Incontri Ravvicinati del terzo tipo rida vita a un musical cult che ha fatto la storia del cinema. «Era da sempre che sognavo di realizzare questo film», ha dichiarato Spielberg.  Questo nuovo West Side Story è un tripudio di canzoni, colori, coreografie, fedeli alla creatività originale di quattro giganti come il drammaturgo Stephen Sondheim,  lo sceneggiatore Arthur Laurent, il coreografo Jerome Robbins, e il compositore Leonard Bernstein con una menzione speciale per  Rachel Zegler, ballerina cantante di eccezionale talento che interpreta la portoricana Mari nell’attuale remake.

Dal 16 dicembre sugli schermi arriva anche House of Gucci diretto da Ridley Scott e interpretato da Lady Gaga e Al Pacino. Il film racconta la vita il successo, le donne, gli amori e l’amore violento di Maurizio Gucci, rampollo della famiglia proprietaria della famosa griffe di successo. Reduce dal successo ottenuto al festival di Torino arriva nei cinema Cry Macho l’ultimo film del 91enne Clint Eastwood, un western senza pistole, ricco di emozioni per l’ultimo grande divo di quella vecchia Hollywood che ha cresciuto attori come Gary Cooper, John Wayne,  Kirk Douglas e Cary Grant.

 

* Critico cinematografico e letterario, giornalista, dal 1976 inviato speciale RAI (TG1, TG2, TG3, TG3 Regionale, Rete Uno, Rete Due, Rete Tre) per Cinema, Spettacolo, Costume.

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