di Miriam Bocchino

 

 

Una stanza in penombra, i passi di una donna che sopraggiunge lentamente e con fatica e il silenzio interrotto dalle sue parole, lette dal diario della figlia.

“Niente, più niente al mondo” del regista Nicola Pistoia e interpretato da Crescenza Guarnieri, è un’opera teatrale tratta dal romanzo omonimo di Massimo Carlotto.

Massimo Carlotto, uno tra i migliori scrittori di noir del nostro tempo, in questo testo, come in molta della sua letteratura, indaga gli aspetti più nascosti e viscerali della società.

Una società in continua trasformazione, in cui gli individui più deboli diventano anche le vittime e i carnefici del sistema, che, non fornendo loro possibilità di emanciparsi, li trasforma in persone rancorose e intolleranti, in cui l’umiliazione per la propria condizione fa commettere atti dolorosi.

Sullo sfondo di una Torino dei quartieri operai, in cui gli stenti e le miserie dell’esistenza fanno capolino nelle mura domestiche, si consuma lentamente, sul palcoscenico, un dramma inesorabile e ineluttabile.

La protagonista, sul finire del pomeriggio, racconta, rivolgendosi, in alcuni momenti, alla figlia e al marito assenti, le sue giornate, i pensieri e i dubbi per una vita in cui la precarietà è divenuta convivenza e i sogni hanno abbandonato il suo cammino.

La donna con tono lieve e, tuttavia, greve espone la sua vita quotidiana: dal lavoro come “donna delle pulizie”, causato dal licenziamento del marito dalla Fiat all’atto di fare la spesa. Una vita in cui i conti e i numeri diventano essenziali. Le ore lavorate, il costo dei beni primari, le bollette da pagare e i pochi piaceri da mantenere (il ballo del sabato, le bottiglie di vermouth, il giornale da leggere) sono elementi da sviscerare come una lista infinita di doveri.

La protagonista si muove sul palcoscenico, circonda il tavolo, cambia posto, con in mano un bicchiere di vermouth che diventerà, con il trascorrere del monologo, una bottiglia.

Si rivolge, nel dispiegarsi delle sue parole, al marito che, dopo il licenziamento dalla Fiat e la conseguente cassa integrazione, ha trovato lavoro come magazziniere, stracciando, tra le lacrime, la tessera della Cgil. La necessità di avere un impiego non gli consente di lavorare e contemporaneamente lottare per i propri diritti. La scelta diviene inevitabile.

Ma l’attenzione della protagonista è, soprattutto, per sua figlia, che intuiamo si trovi in casa, nella sua stanza: una figlia che non è per la madre come dovrebbe essere. La donna auspica un futuro “altro” per lei, lontano da quel quartiere in cui la miseria e la mancanza di aspirazioni emergono in ogni muro e strada. La figlia, tuttavia, sembra non avere gli stessi desideri della madre e il divario comunicativo è evidente: nel diario la descrive come “ignorante, stupida e ora con il bere anche cattiva”.

Il regista ci restituisce una donna in cui il dolore e la disillusione emergono nella rottura della voce, anche nei momenti in cui si tende a sorridere delle sue esternazioni, forse non rendendosi conto che quel sorriso amaro è solo una lacrima nascosta. La scenografia scarna ma essenziale è emblema del vivere della protagonista.

Crescenza Guarnieri, in un’interpretazione di estrema bravura, incarna una donna disincantata, che utilizza l’arma dell’ironia e del sarcasmo per sopravvivere.

La malinconia e il dolore dell’esistenza non sono subito estemporanei alle parole ma, spesso, sono nascoste dietro la narrazione di una vita scandita dalla televisione, dal sesso difficoltoso con il marito, dai soldi per la schedina o dalla tinta da fare una volta al mese.

“Niente, più niente al mondo” è una pièce estremamente drammatica, ancora di più per chi ha vissuto o vive sulla propria pelle la sofferenza, la malinconia e, a tratti, la vergogna di esistere in una vita che lo identifica come inferiore rispetto alla società circostante, quella composta dalle “signore” (donne ricche e facoltose).

Alla ricerca del “cielo”, nella disillusione dell’esistenza, si tramuta la vita di una donna, madre e moglie, nel suo giorno più buio.

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