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Nevica, ma che senso ha? Il gelo dell’esistenza nelle Tre sorelle

Al Teatro India di Roma, fino al 3 maggio, Liv Ferracchiati attraversa Čechov tra vuoto e ripetizione, memoria e immobilità dell’anima.

Fin dall’ingresso in sala si avverte la sensazione di qualcosa di irrisolto, di già accaduto – o forse mai davvero concluso. Non è solo l’assenza del sipario: sono anche i due personaggi già in scena, silenziosi, presenti, quasi sentinelle di un tempo sospeso. Osservano il pubblico, lo accolgono e insieme lo scrutano. Nei loro corpi si leggono già due nature opposte: una rigida, trattenuta; l’altra ansiosa, mobile, nervosa.

La scena è essenziale ma fortemente connotata: una sala da pranzo rialzata su una pedana inclinata – segno di una vita obliqua, instabile – con un lungo tavolo, sedie e un pianoforte. Tutto è immerso in una gamma cromatica tra il bianco e il grigio, che sembra assorbire ogni slancio vitale. Anche lo spazio fuori dalla pedana, con divano e separé rivolto verso il muro, partecipa di questa omologazione visiva. È un mondo in cui tutto tende a equivalersi, a perdere rilievo, a farsi indistinto.

Mettere in scena Čechov non è mai semplice, ma qui emerge il coraggio di una regia che sceglie di non tradire la complessità del testo, restituendola attraverso un linguaggio contemporaneo. Il ritmo è serrato, preciso, quasi musicale. A tratti il parlato si avvicina a una scansione ritmica che richiama il rap: una scelta sorprendente, ma non fuori luogo. Le battute si inseguono senza sovrapporsi, creando un tessuto sonoro in cui ogni voce resta isolata, pur cercando un contatto con l’altra. È proprio in questa distanza che si manifesta la solitudine dei personaggi: parlano, ma non si raggiungono mai davvero.

Sono figure intrappolate in una provincia che è prima di tutto una condizione dell’anima. Desiderano vivere, ma si sentono già spenti; sognano, ma non sanno trasformare il sogno in realtà. Restano sospesi in un’attesa che consuma, mentre il tempo scorre inesorabile. Emblematica la domanda ricorrente: «che ore sono?». Un tentativo continuo di misurare il tempo, forse di trattenerlo, ma invano.

Il tempo si spezza, come si incrinano le esistenze. Nel terzo atto, Čebutykin (Giovanni Battaglia) rompe involontariamente l’orologio appartenuto alla madre delle protagoniste: un evento simbolico, che frantuma non solo un oggetto, ma anche la memoria. In quella rottura si apre un vuoto: il tempo non orienta più, non consola, non struttura la vita. Resta una continuità opaca, in cui tutto si ripete e si confonde.

Interessante il lavoro sui costumi: le tre sorelle e la cognata si distinguono inizialmente per colori e stili. Olga (Irene Villa) è più classica e composta; Irina (Livia Rossi), vestita di bianco, richiama una purezza ancora intatta; Maša (Valentina Bartolo), in nero, appare disillusa, ma più istintiva nel suo tentativo di afferrare la vita. Natàša (Giordana Faggiano), invece, irrompe con colori accesi e vitali, quasi invadenti. Con il passare del tempo, però, i segni della trasformazione emergono anche nei costumi, suggerendo uno scivolamento verso una maturità che non coincide con la crescita, ma con l’adattamento. Fino al finale, in cui le tre sorelle indossano lo stesso cappotto dello stesso colore della scena: si confondono con lo spazio, diventano parte dell’arredo, quasi oggetti tra gli oggetti. È l’immagine più nitida di ciò che resta: il tempo è passato, ma nulla è davvero cambiato.

Le interpretazioni risultano credibili e ben calibrate: ogni attore e attrice costruisce il proprio personaggio attraverso postura, ritmo e piccoli dettagli, restituendo figure vive, ma profondamente rassegnate. Emergono tic nervosi, complicità mancate, relazioni che restano sospese, tutte attraversate dalla stessa domanda di senso: «Nevica, ma che senso ha?». Anche la bellezza della natura perde significato quando la vita smette di fluire dentro.

Le luci fredde disegnano un ambiente tagliente, in sintonia con le domande dei personaggi, mentre i suoni contribuiscono a rafforzare la percezione di un tempo immobile, in attesa, a tratti inquietante.

Interessante anche l’uso della platea: i personaggi entrano ed escono spesso dallo spazio del pubblico, creando una continuità tra scena e realtà. Čebutykin (Giovanni Battaglia), ad esempio, inizia a parlare seduto tra gli spettatori, in una dimensione apparentemente quotidiana. Questa scelta genera coinvolgimento, ma anche una certa disorientante perdita di punti di riferimento: lo spettatore è costretto a inseguire le voci, a voltarsi, a cercare i corpi. Una soluzione coerente con il senso dell’opera, che restituisce lo smarrimento cechoviano, ma che talvolta rischia di compromettere la fruizione dello spettacolo, distraendo il pubblico.

Ferracchiati costruisce così uno spettacolo che scava con lucidità nelle crepe dell’esistenza. Tre sorelle diventa un paesaggio interiore, dove il tempo non è più promessa ma logoramento, e il desiderio di vivere continua a bruciare anche quando tutto sembra immobile. Uno spettacolo che inquieta, interroga e resta addosso: si esce dal teatro non con una risposta, ma con il peso fertile di una riflessione antica e sempre attuale.

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Tre sorelle di Anton Čechov – Testo e regia: Liv Ferracchiati – Dramaturg: Piera Mungiguerra – Consulenza letteraria: Margherita Crepax – Con: Francesco Aricò (SOLËNY), Valentina Bartolo (MAŠA), Giovanni Battaglia (ČEBUTYKIN), Giordana Faggiano (NATAŠA), Rosario Lisma (VERŠININ), Riccardo Martone (TUZENBACH), Antonio Mingarelli (ANDREJ), Marco Quaglia (KULYGIN), Livia Rossi (IRINA), Irene Villa (OLGA)- Scene: Giuseppe Stellato – Costumi: Gianluca Sbicca – Luci: Pasquale Mari – Suono: Giacomo Agnifili – Aiuto regia: Adele Di Bella – Assistente alla regia: Giovanni Miglietti – Assistente costumista: Rossana Gea Cavallo – Foto ©Luigi De Palma – Produzione: Teatro Stabile Torino – Teatro India, Roma 28 aprile – 3 maggio 2026

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