di Sofia Chiappini

 

Metti, una sera a teatro: uno spettacolo semplice, diretto e piacevolissimo.

Lo spunto shakespeariano fa da sfondo alla vicenda, che si snoda a partire dalla “percezione distratta” di una messa in scena di Amleto, da parte di un gruppo di amici. Le buone abitudini borghesi sono qui – come spesso accade nella drammaturgia anglosassone – esposte a una critica, nella loro essenza intimamente ipocrita. Il testo di Lawrence Casler è raffinatissimo, elegante, agile nei botta e risposta, dotato di un incredibile ritmo: gli/le interpreti lo “solfeggiano” come fosse uno spartito, che conoscono da sempre.

I protagonisti delle vicende sono due coppie di amici, legate “mani e piedi” tra di loro, dove vizi e paure s’intrecciano indissolubilmente. Senza nulla svelare dell’intreccio, ritorna qui un tema caro alla drammaturgia contemporanea, in particolare di lingua inglese: il tradimento.

Come mai al fondo della “bella parvenza”, degli abiti all’ultima moda, degli obblighi culturali e mondani, tipici di questa classe in via d’estinzione, ritorna ossessivamente il tema del tradimento?

La natura intrinsecamente ipocrita del borghese sembra essere una prima risposta. Ma è proprio  nella “percezione distratta”, che fa da condicio sine qua non alle vicende, che dobbiamo cercare un ulteriore spunto di riflessione.

Di fronte all’individuo ben istruito e svogliatamente obbligato a prendere parte ai più disparati eventi culturali, abbiamo sempre parole di biasimo. Eppure, data la complessità e la frequenza del fenomeno sarebbe bene cercare, oltre il semplice rifiuto, un senso a questa disposizione d’animo.

La figura principale di Metti, una sera a teatro è l’arrogante per eccellenza (Alessandro Averone), ovvero colui che cerca di dare ordine alle cose, di “mettere tutte le cose al loro posto”. Ma esiste davvero un ordine prestabilito – nel nostro mondo pluralistico e ultra-liberale – degli eventi oppure questa è solo un’illusione prospettica?

Tutte le arti, se sottoposte allo sforzo ordinatore della disciplina scientifica, diventano storia: storia dell’arte, storia del teatro etc… Ci si illude, anche per chi inconsapevolmente si sottopone a settimanali sedute culturali, che nella noia di odiose teorie fini a se stesse, stia la vera arte. La storia è uno strumento metodologico fondamentale, così come ogni storia che vediamo a teatro diviene strumento necessario d’introspezione, ma è solo nella semplicità scarna e diretta di una vicenda come questa, che vediamo in controluce il nostro eterno e onnipresente confessore: noi stessi.

Lo spettacolo è andato in scena 7 e 8 Ottobre presso il Globe Theatre di Roma, all’interno della “Rassegna Proposte d’attore”, per la regia di Alessandro Averone, con Alessandro Averone, Mimosa Campironi, Alessia Giangiuliani, Mauro Santopietro.

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