di Stefania Brigazzi 

 

Anni fa un amico, parlando di comunicazione, mi raccontò di Wittgenstein (compagno di banco di Hitler) il quale scrisse un solo libro in vita sua, basilare per la logica del linguaggio.

Il libro serve a dimostrare la correttezza dell’ultima affermazione: “su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere” e che le cose che diciamo possono avere, per la persona che parla, un significato simbolico diverso da quello attribuito dalla persona che ascolta e quindi non possono e non devono essere prese alla lettera.

Poi, coerentemente, non scrisse nient’altro.

Nel teatro, invece, da migliaia di anni si ripete il rito comunicativo di ritrovarsi in tanti sopra e davanti ad un palco per raccontare una storia, trasmettere emozioni, ridere o piangere, esprimendo concetti a volte ostici, filosofici, come quello della difficoltà delle persone di comprendersi pienamente.

Questa difficoltà sembra essere il tema principale del testo “Ma il cielo è sempre più blu” di Steve Karenne, messo in scena al Teatro Manfredi di Ostia da 7 attrici e 5 attori, guidati dalla regia esperta di Claudio Boccaccini: una inusuale circostanza costringe una diversissima umanità di passanti, in un giorno qualsiasi della loro esistenza, a ritrovarsi tutti insieme a parlare, aprirsi e raccontare di sè, cercando di conoscere l’altro e di farsi comprendere. E, in definitiva, accettare ed amare.

Il pretesto per fermarsi per strada è la preoccupazione di tutti per una non bene identificata persona che pericolosamente si sporge dal cornicione dell’ottavo piano di un palazzo. L’occasione eccezionale anima i personaggi nell’unica scena e la strada, con le sue panchine di marmo, è l’ambientazione per tutto lo spettacolo.

Il sipario si apre con chi quella strada la vive, sembra ben conoscerne le dinamiche, e ha compreso le difficoltà comunicative tra gli uomini: una barbona, Tiziana Sensi, si agita e parla da sola a vanvera, circondata da buste e cenci. I suoi discorsi stravaganti e fuori dal coro danno però l’idea di una sua più libera capacità di ascolto dei discorsi degli altri che piano piano si vanno ad aggiungere sulla scena, preoccupati per il misterioso personaggio che rischia di cadere e morire.

Uno alla volta i passanti si fermano impietriti a guardare in alto: Silvia Mazzotta, l’aspirante attrice, e poi gli altri: Silvia Brogi, la manager, Marco Cavallaro, il sempliciotto, Maurizio d’Agostino, il militare, Felice della Corte, l’avvocato, Andrea Meloni, il meccanico, Caterina Gramaglia, la viaggiatrice, Vanina Marini, la suora, Francesca Nunzi, la prostituta, Tiziana Sensi, la barbona, Tonino Tosto, il professore, Marina Vitolo, la fruttivendola.

Caratterizzati appositamente per evidenziare le differenze e far divertire il pubblico con dialoghi sostenuti, battute, tormentoni e citazioni, i personaggi, nel tentativo di convincere l’uomo a scendere, ci svelano segreti mai confessati di sé stessi e le loro comiche contraddizioni, parlando del loro stesso rapporto con la morte, la malattia, le difficoltà.

Tra le risate del pubblico e i momenti di riflessione, i colpi di scena non mancano; come quando il colonnello dell’esercito in divisa mimetica, disperato, crede di riconoscere nell’aspirante suicida il suo amante con cui ha litigato poco prima (calzante il riferimento all’attualità dei dibattiti contro l’omofobia).

La regia dà uno spazio equilibrato a ciascuno dei bravissimi attori della compagnia, facendoli esprimere anche coralmente durante gli accompagnamenti musicali nei cambi scena e il rap “Quelli che benpensano” li introduce perfettamente “Sono intorno a me, ma non parlano con me, Sono come me, ma si sentono meglio …”.

I ritmi dello spettacolo sono ben scanditi dai momenti musicali.

L’umanità, arroccata nelle personali differenti mentalità, sembra avere trovato finalmente l’occasione per guardarsi negli occhi, dialogare ed accettarsi.  Ma il miracolo dura poco. Il tempo stringe e tutti devono tornare alle proprie occupazioni, alla propria frenetica e problematica vita, finendo presto per ignorare finanche cosa farà l’uomo che sta ancora lassù.

E’ forse stato proprio lui che ha voluto orchestrare tutto quello che è successo?

Resta per strada solo la barbona, che, imperturbabile, vive di essenziale. Come nella canzone di Rino Gaetano che ispira il titolo, nonostante le nostre miserie e imperfezioni, che ce la fanno sembrare difficile e diversa, la vita scorre inesorabilmente sotto un rasserenante cielo azzurro.

Emozionante vedere la sala del Teatro Manfredi piena, pur nel corretto distanziamento, e il ritorno tra il pubblico di molte persone non giovanissime, ad indicare una voglia di teatro che riesce a contrastare le paure vissute.

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