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L’uomo, la bestia e la virtù di essere liberi: il ricordo di Carlo Cecchi

Da Eduardo alla sperimentazione: Il viaggio solitario di un rivoluzionario del palcoscenico.

Ci ha lasciati Carlo Cecchi, un protagonista assoluto del nostro teatro, un interprete libero che ha fatto della sperimentazione e dell’indipendenza intellettuale la cifra stilistica di un’intera esistenza. Il suo spirito critico si era manifestato precocemente tra le mura dell’Accademia Silvio D’Amico, dove un’innata insofferenza per il formalismo didattico lasciava già presagire quella necessità di verità che lo avrebbe spinto a condividere con Gian Maria Volontè la stagione del Teatro Scelta: un’esperienza di militanza civile in cui il palcoscenico non era un luogo di finzione, ma uno spazio di impegno radicale.

Questa tensione verso il nuovo segnò anche il suo incontro con Eduardo De Filippo: un sodalizio breve ma intenso, interrotto da un telegramma di congedo dettato dal bisogno vitale di misurarsi con una diversa drammaturgia. Eppure, proprio quel distacco gli permise di sviluppare un approccio rivoluzionario al repertorio napoletano, che Cecchi seppe scarnificare e reinventare con una lente modernissima, priva di nostalgie popolari, come dimostrato fin dal 1974 con il lavoro su Antonio Petito, A morte dint’o lietto ‘e Don Felice ossia nu testamento pe mmano ‘e Farfariello e Pulcinella. Tale vocazione alla ricerca lo rese un punto di riferimento per la scena contemporanea, capace di confrontarsi con il rigore dei classici e la complessità di autori come Pinter, Molière, Shakespeare e Brecht, o di tornare ciclicamente su testi fondamentali quali L’uomo, la bestia e la virtù di Luigi Pirandello.

Il legame con le proprie radici artistiche non si è però mai spezzato; ne è testimonianza il ritorno a Eduardo nella stagione 2021-2022 con gli atti unici Sik-Sik, l’artefice magico e Dolore sotto chiave accanto ad Angelica Ippolito. Attore dalla gamma vastissima, capace di una naturalezza rara nel passare dal comico al tragico, ha consegnato il suo testamento di bravura a La leggenda del santo bevitore. In questo suo ultimo lavoro teatrale, la grazia si univa a un rigore millimetrico: dominava la scena con la sola presenza e una mimica calibrata come un orologio, senza bisogno di artifici. Con lui scompare un interprete autentico, che ha saputo abitare il palcoscenico con la precisione di un artigiano e l’animo di un rivoluzionario.

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