di Sofia Chiappini

In un ipnotico intreccio di luci e ombre, si concretizza ne “L’eco della falena” di Cantiere Artaud un sentimento di straordinaria cura per il dettaglio.

In occasione dello spettacolo “L’eco della falena”, Quartaparete è stata in trasferta ad Arezzo. Il lavoro, presentato dalla compagnia toscana Cantiere Artaud, è andato in scena presso il Teatro Comunale Pietro Aretino, all’interno della rassegna “Z Generation meets Theatre”.

Un’eco femminile anima, nel corpo austero e candido di Sara Bonci, la regia di Ciro Gallorano. Un sodalizio consolidato e duraturo quello tra l’attrice e il regista – nonostante la giovane età – capace, tuttavia, di lasciare spazio a molti altri elementi sulla scena. Davide Arena si direbbe quasi chirurgico nel controllo del corpo, ed è a dir poco sorprendente il modo in cui, in brevissimo tempo, entra a far parte di questo ensemble.

Ma è solo nella plasticità, nella cura e nell’attenzione riposta nei gesti compiuti da Sara Bonci, che cogliamo ogni sfumatura, annidata tra luci e ombre di uno spettacolo tanto stratificato. Solo in alcuni rarissimi momenti compulsiva, l’accurata partitura fisica messa in scena è, per la maggior parte del tempo, straordinariamente quotidiana. Irrompe nella sfera dell’ordinario il momento doloroso della creazione, creando immagini ipnotiche di grande intensità emotiva.

Un chiaroscuro corporeo che tra le sue pieghe cela la parola. Una parola concretizzata nel gesto, che solo in alcuni – rarissimi – momenti raggiunge la piena sonorità e vocalizzazione.

Il lavoro di Cantiere Artaud ricorda da vicino alcuni celebri esperimenti della storia del teatro italiano, come, ad esempio, il richiamo all’iconografia nel metodo mimesico di Costa. Al fianco, però, di spiccate influenze sperimentali di matrice francese, nell’ambito della vocalità, e russa per quanto riguarda la gestualità. Quello del Cantiere Artaud, tuttavia, è un modo davvero apprezzabile di dedicarsi alla sperimentazione teatrale, perché animato da esigenze effettivamente interne alla pratica teatrale e non da un intento imitavo fine a se stesso.

Il ritmo di uno spettacolo solo all’apparenza muto – eppure gravido di contenuti sensibili – si annida tra le pieghe dei silenzi, tra le luci e ombre della finzione.

Il senso delle immagini costruite minuziosamente dal regista approfondisce, al riparo da ogni relativismo, il lavoro degli attori sulla scena. Un approccio quello di Cantiere Artaud che scava a fondo nelle possibilità espressive offerte dal corpo, senza mai perdere il legame con la testualità. Il valore del tempo è scandito sul volto di un’attrice capace di fare del suo corpo nudo un elemento delicato di realismo.

Si lava via il tempo tra le luci e ombre della vecchiaia e della giovinezza.

A cavallo tra la notte e il giorno, la larva-falena sprigiona impercettibilmente, anche se con forza sovrumana, la sua potenza. Dove è celata questa potenza della notte oggi? Sepolta tra le mille diatribe di un teatro in declino, dove l’urgenza di sperimentare un linguaggio libero dalla “chiacchiera” appare come un tentativo comprensibile e sano.

 

L’eco della falena – in scena il 20 novembre al Teatro Pietro Aretino (Arezzo).

  • Scene e regia Ciro Gallorano
  • Con Sara Bonci, Davide Arena
  • Disegno luci Federico Calzini, Ciro Gallorano
  • Produzione Cantiere Artaud
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