Cercare l’amore anche alla periferia di ogni desolata contemporaneità
C’è un po’ di Easton Ellis, tanto Pasolini, volente o nolente l’autore c’è Walter Siti, in questa storia di contemporanea disperazione, ostinata e meccanica rivalsa senza eccessiva sorpresa, in questa analisi desolata e onesta del nostro presente triste. «In questa apocalisse di menti che sono le nuove generazioni, oltre alla già accennata disinvolta, totalizzante, voglia di vivere a pieno tutto lo spettro della sessualità, mi sembra di intravedere la creazione di anticorpi alla massificazione, che il loro inerte corpo sociale sta sviluppando la possibilità di reinventarsi una lingua propria…» scrive Lamberti attraverso il suo senior d’elezione, proseguendo il suo invisibile, personalissimo tracciato segnato da La vita nascosta del tempo presente e, questa lingua, la trova, la scopre, la accarezza, la reinventa, attraverso l’incastro narrativo che abbina i giovani protagonisti al giornalista Daddy per archetipo, che ama i ragazzi giovani, per penetrarli e cercare insieme di imporre loro la sua visione borghese e fintamente superiore della Vita. Come in ogni processo di integrazione che si rispetti nella dialettica del proprio rimosso che attrae, come se l’amore non includesse necessariamente anche il buio più fitto, tale è il legame quasi anticamente greco tra Daddy e Mex.
Il romanzo è insieme accurata ricerca stilistica, lessico famigliare alle periferie romane, esperanto forzato a misura social. «Il concetto di antilingua fu creato per la prima volta da Michael Halliday che usò il termine per descrivere la lingua franca di una anti società. Le antilingue erano utilizzate da gruppi sociali ostracizzati, prigionieri, criminali, omosessuali, adolescenti, era un modo per stabilire una sottocultura che colmasse i bisogni della loro struttura sociale alternativa, usando lo stesso vocabolario di base e la stessa grammatica della lingua madre ma in maniera non ortodossa prendendo in prestito parole da altre lingue. …Il linguaggio della periferia di Roma est potrebbe somigliare a una di queste …» e infatti l Grammelot incarnato soprattutto dalla figura bislacca e saggia insieme del giovane Romy vi assomiglia, in una narrazione che affonda i lombi nella gelida fotografia, o forse meglio screenshot, del presente, trovandone comunque all’interno stralci di verità e poesia.
Tra il Puer, il Senex, il Matto, la povera Laura, incarnato inflessibile del sottobosco romano povero e avido insieme, che sogna la fama senza forse possedere la cultura che un tempo lontano si pensava ne fosse, almeno in parte, presupposto. La città con lei esce dall’asfissia di un gioco erotico e diventa brulicare collettivo, patetico come un viaggio della speranza, ironico come un finale mancato dal suo inizio. “Stasera ti ha invitato ad aperitivo di gente di cinema uno squallido galoppino, un mezzo sfigato, politico di merda, alito pesante, manomorta, che hai conosciuto mesi fa a un vernissage, ti ha riso in faccia ubriaco tutta la sera. Dice che ci saranno produttori e registi, ma secondo me mente come la merda. Ci saranno le solite orde di giovani attori e attrici emergenti da chissà quale fogna di benessere, con l’aria da zecca e l’attico a Campo Dei Fiori, facce senza drammi, in preda a un eterno delirium tremens di mani, sorrisi e sguardi che roteano freddi e selettivi in cerca di opportunità, cercherai di evitare l’attrice miracolata da un incidente quasi mortale che col risarcimento ha campato senza mai fare una sola posa, dico una, oramai grassa, rifatta eppure sta sempre nel giro anzi ora ha una agenzia di attori, più cani di lei se è possibile, scarti televisivi di soap di serie z, il regista che non sfonda ma molto serio e triste che ti parla di progetti girati con due lire non pagando nessuno, il produttore fallito che vive di finanziamenti che ci prova con te ma senza convinzione, l’immancabile gruppetto di froci e lesbiche cattive, agenti e uffici stampa di staminchia e tu divorata dalla tua pensierosa nullità a completare…”. Come non capirla? Come non riconoscerla?
Un romanzo breve e secco come una fucilata, che cerca di guardare, per quanto possibile con amore, quell’amore che redime il baratro, la povertà nello sguardo che riconosce e nomina. Ma se “…la principale caratteristica della perdita dell’anima è la sensazione di non essere sé stessi o di avere parti di sé nascoste o perse. Di conseguenza, si perdono anche energia e vitalità. Allo stesso tempo, si prova una forte sensazione di vuoto e di ansia, quasi sempre accompagnata da depressione e stanchezza” c’è un barlume corrusco di coscienza, compassionevole ed empatica da parte del narratore. Nel suo attraversare queste gemme di vetro scalfito a morte si schiude insieme, apertamente a tratti, di sottecchi in altri passaggi lo sguardo sulla Storia stessa, il desiderio di ribaltare esistenza neglette alla ruota delle magnifiche sorti e progressive, fino ad arrivare al capovolgimento plateale, alla lama spietata della vendetta perché… «Ma non sarà invece che di bloccato e quindi rabbioso è solo la possibilità di percepirsi come persone e non come funzione, come consumatore passivo per usare un linguaggio anni 70 e non come cittadino attivo?».
La colpa irredimibile del Daddy, che nomina le sue prede, seppure prive di innocenza come di emozione La peggio gioventù perché sa leggerne solo il vuoto, l’assenza, il nulla, conclamandone solo la spietatezza, l’assenza di calore e di progetto, nella più assoluta reificazione dalla quale lui per primo è demiurgo colpevole e insieme ipnotizzato come un rettile in crisi di astinenza. Così, nei dettagli più analitici e scabrosi, che legano la Prep al Ffst Fucking, il teatro greco allo smart working, il bipolarismo alla sieropositività come alla dipendenza affettiva, il rancore, la rivalsa, il Covid (durante i lockdown si ambientano molti degli snodi cruciali, durante il Covid il libro è stato scritto) l’Islam, il razzismo, le tante nozioni attuali di degrado, la manipolazione, la resa, la Grazia e il Male che s’incontrano, con confini a volte sorprendentemente interscambiabili.
In questo orizzonte desertificato, punteggiato da rarissimi fiori di cactus che nascondono spine acuminate, dove la trasmissione della malattia valica il confine del corpo per infiltrarsi negli angoli più oscuri del pensiero, come della sua assenza tragica, viene da chiedersi quale sia davvero, con Siti, il contagio più pericoloso: il covid? L’anaffettività? Il materialismo meccanicistico? Lo scontro abusivo tra classi sociali? Perché «… Esistendo nel mondo molte cose di cui occuparsi, la rabbia degli omosessuali per il disprezzo di alcuni eterosessuali mi sembra una vera perdita di tempo, lo sdegno va rivolto dove è giusto rivolgere lo sdegno, le ingiustizie sociali...». E qui si va a stringere il nodo scorsoio verso una verità triste e severa, quella che ha portato al Potere il populismo meno tollerabile, l’illusione della forza innalzata dallo sprofondare di “…segreti sigillati e nei modi tirannici di una casta chiusa, supponente, clericale, frustata di letterati, critici e artisti cattivi, dietro l’aria buona e di sinistra, che usavano il potere come un diserbante, verso quelli che saranno sempre gli esclusi, gli appestati, gli scomodi, per loro arrogante, snob capricciosità, salvo poi santificarli post mortem, per ricevere il plauso da altri come lui, mediocri cerimonieri, satanici operatori culturali, rintanati in quel buchetto asfittico e senza vita che è la cultura italiana di oggi”. Come non comprendere allora la rivoluzione rabbiosa sorda e sordida dell’esercito dei twink, nati forse per espugnare la roccaforte della superstite, inutile dannosa, morale vittoriana, scabrosi come uno scaracchio in faccia alla fede senza corpo nel progresso morale. Se di denuncia sociale si può narrare dunque è proprio quella del vuoto pneumatico creato, più o meno consapevolmente, da una classe dirigente per prima priva di anima, arroccata in privilegi sterili incapace di ogni sguardo interiore, apertura e capacità di cambiamento, cristallizzata in una lingua alta solo nella sua torre che non è nemmeno più di avorio ma di plastica cinese…
«Perché solo allo scrittore si chiede sempre la legittimazione del suo operare, come se tutto il mondo girasse attorno all’attività della scrittura? » si chiede Lamberti, rivendicando orgogliosamente la sua autopubblicazione di libertà assoluta, in fedele ottemperanza alla sua visione della nostrana cosiddetta cultura odierna, difficile da contestare.
Ps senza voler spoilerare alcun ulteriore dettaglio ma sono per invogliarvi a scavalcare il filo spinato della durezza di base del racconto, prima o poi, in qualche forma, l’amore arriva un po’ per tutti, magari anche per stanchezza, che è spesso la sorpresa migliore che la vita possa riservare.
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Twink a Roma Est : La peggio gioventù di Mariano Lamberti – 104 pagine – formato Kindle – Uscita: 16 maggio 2026





