di Paola Tiriticco

 

Torna a riempirsi il Teatro greco di Siracusa, dopo il fermo della scorsa estate dovuto al COVID, ed è subito un grande spettacolo.

Sono 100 anni che la Fondazione Inda ripropone le tragedie greche con classici che ci fanno riflettere sulla natura umana, pièces attuali che nulla hanno perso della loro drammaticità, che ancora toccano temi universali capaci di emozionarci, commuoverci e analizzare il profondo dell’animo umano.

È il caso delle Baccanti di Euripide che con la regia di Carlus Padrissa trova una forma moderna, attualizzata, ma allo stesso tempo classica, portando in scena l’eterno conflitto tra l’ordine costituito, le regole sociali e la libertà, con un pizzico di follia che un dio come Dioniso concedeva ai suoi adepti. Padrissa non nasconde il suo propendere per l’irrazionalità, per la libertà di essere quello che si vuole, in un lasciarsi andare che permette anche alle donne di liberarsi del peso della morale sociale.

Siamo a Tebe, re è il giovane Penteo (Ivan Graziano), figlio di Agave (Linda Gennari), figlia prediletta del vecchio re Cadmo (ben interpretato da Stefano Santospago che rende monologhi e dialoghi emozionanti e ricchi di unamità).

Una delle sorelle di Agave è Semele che ha partorito un figlio di Giove e per questa storia d’amore è stata uccisa dalla gelosa Era.

Quel figlio è proprio Dioniso che crescerà alla corte del vecchio re Cadmo, deriso da tutta la famiglia e dai tebani che non credono alla sua parentela divina. Ecco allora che Dioniso fa impazzire tutte le donne di Tebe che si uniscono così alle Baccanti e in questa orgia di follia Agave  ucciderà il suo stesso figlio, Penteo, scambiandolo per un leone.

La sua punizione sarà terribile: il dio la farà rinsavire per comprendere quale folle gesto abbia compiuto.

Dioniso ha avuto la sua vendetta.

Una tragedia cruenta, dove la follia si intreccia con la saggezza del vecchio re Cadmo e del suo amico Tiresia, un suggestivo Antonello Fassari, che invano cercano di rimediare all’intransigenza di Penteo che si erge a tutela dell’ordine.

Dioniso, interpretato dalla brava Lucia Lavia è spietato nel punire chi non riconosce la sua divinità, privando così gli uomini della possibilità di lasciarsi andare al suo culto.

Lo spettacolo è grandioso e ricco di innovazione, con degli artifici che portano in scena acrobati , macchine enormi manovrate da una grande gru.

I giovani attori girano tra gli spalti coinvolgendo gli spettatori in questo clima di follia collettiva.

Tutto questo rende lo spettacolo moderno nella sua classicità, con una serie di espedienti che sottolineano la tragicità di alcuni momenti, come il coro delle donne, le musiche dei tamburi di latta, ritmate e ancestrali, oppure l’entrata in scena di un rapper (Domenico Lamparelli) che scandisce le strofe in perfetta metrica greca.  Davvero una bellissima commistione, che ci fa riflettere sulla modernità e l’immortalità di queste opere.

I desideri e le passioni non cambiano da più di duemila quattrocento anni, sono sempre le stesse e, in queste sere estive, ci si ritrova ancora sulle stesse  pietre per mettere in scena il mistero dell’animo umano.

Perché le “passioni non invecchiano quasi mai”, e questo verso di Franco Battiato cantato dal vecchio e saggio Tiresia strappa un applauso per la nostalgia del grande cantante e per le verità universali che tutti noi riconosciamo ancora alle tragedie di Euripide.

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