di Raffaella Bonsignori

 

È in scena al teatro Stanze Segrete, fino al 20 febbraio, Cyrano de Bergerac, regia di Matteo Fasanella, che ne ha curato anche l’adattamento, con lo stesso Fasanella nel ruolo del titolo, Virna Zorzan (Maddalena Robin, detta Rossana), Alessandro Onorati (Cristiano di Neuvillette), Lorenzo Martinelli (conte De Guiche), Nicolò Berti (Le Bret) e Alessio Giusto (un cadetto).

Il Cyrano di Rostand perdura nel tempo. Con la sua verità cantata, con la freschezza dell’amore vissuto e la profondità di quello sognato, con le storie di coraggio e sfrontatezza, è un’opera che affonda le radici nella tradizione poetica cavalleresca, ma vi aggiunge una vena fortemente ironica che, a dispetto del tempo, trasporta il tutto in epoca contemporanea. Ed è un bene. Pur essendo in parte sciolti dai dolci vincoli del romanticismo e dal titanico senso dell’onore, gli spettatori d’oggi vengono ancora catturati dalle avventure di Cyrano de Bergerac; questo personaggio risveglia le emozioni, smentisce gli scettici e gli spregiudicati.

Roberto Bracco, nella sua bella nota alla prima edizione italiana del Cyrano curata da Mario Giobbe definì Rostand «risvegliatore d’un mondo d’illusioni rutilanti, in cui era dolce il morire come il vivere, in cui si viveva e si moriva per la Donna e per l’Onore, in cui l’amore e l’eroismo davano all’esistenza umana ali divine».

Cyrano è un cadetto di Guascogna innamorato da sempre della cugina Maddalena Robin, detta Rossana. Non le ha mai confessato il suo amore perché lei è bellissima e lui, invece, ha un enorme naso che gli deturpa il volto. Quando la cugina gli chiede di prendere sotto la sua ala protettiva tal Cristiano di Neuvillette, un nuovo cadetto di cui ella è innamorata, Cyrano con il cuore sanguinante promette. Rossana, per quell’assioma antico che vuole il bello anche buono, bravo, intelligente e sensibile, ritiene che il bel Cristiano sia anche un fine dicitore. Se non lo fosse ne morirebbe, confessa al cugino. Inutile dire che non lo è. Cyrano, invece, è poeta e, per non deludere Rossana, parlerà e scriverà a nome di Cristiano. Lo farà con un trasporto senza pari. Sarà quello, infatti, il solo modo per confessarle i propri sentimenti. Il finale, anche se noto ai più, lo lascio nel bel luogo dove regna la sorpresa.

Cinema e teatro hanno fatto di questo personaggio un’icona. Tantissimi grandi nomi si sono misurati con esso. Memorabile l’interpretazione di Gino Cervi (1953), altrettanto quella di Gigi Proietti (1985); la prima tradizionale, corposa, l’altra moderna, agile, accompagnata da una versatilità vocale che genera musica nella musica dei versi. Al cinema, poi, José Ferrer (1951) e Gerard Depardieu (1991) sono stati capaci di volare veramente alto.

Fasanella lo interpreta bene. Imprime una sua originalità, a cominciare dal tono di voce. Il suo Cyrano ha la voce bassa, interiorizza molto. In alcuni momenti, però, il pubblico rischia di perdere qualche battuta, anche a causa del sottofondo musicale, forte e martellante. Peccato. Quando il conte De Guiche, interpretato dal bravissimo Lorenzo Martinelli, con aria sprezzante e vendicativa, dopo aver impedito che Rossana e Cristiano consumassero il loro amore, si rivolge a Cyrano dicendo «Una notte di nozze in là da venire», si perde nella musica la risposta di Cyrano, ironica e perfetta, quella che, nella versione cinematografica di Rappenau e Carrière, in questo caso persino migliore della splendida traduzione di Mario Giobbe, diventa «E il cretino pensa di farmici soffrire».

Anche il suo modo di pronunciare alcune battute, a volte, rende difficile seguire la cadenza ritmata dei versi. Forse c’è la volontà di modernizzare il dialogo attraverso una maggiore fluidità delle parole, legandole tra loro; ma, se così fosse, sarebbe stata più adatta una riduzione in prosa. Il naso finto, poi, non aiuta. Si percepisce leggermente falsata la pronuncia delle consonanti nasali-dentali. Sulla “n” e la “t”, a volte, sembra sia raffreddato.

In scena padroneggia benissimo gli spazi, moltiplicandoli come i pani e i pesci dei Vangeli. Il palcoscenico di Stanze Segrete è ristretto, lo sappiamo tutti, quantunque delizioso, ma lui lo estende attraverso movimenti aggraziati ed ampi. I duelli con la spada, certo, sono parecchio statici; è felice la scelta registica di puntare sull’aspetto danzato della scherma, ma, a volte, non basta. Nel complesso, la vicenda si muove un po’ scomodamente. L’azione descritta da Rostand, del resto, si svolge in ampi spazi, ha una durata importante, non c’è unità di tempo e di luogo, e molti sono i personaggi. Inevitabili i tagli, le semplificazioni, i riassunti. Qui, però, avvengono anche attraverso momenti di buio e di scene in silhouette, segnati ancora una volta da una musica che giganteggia. Non sortisce un buon effetto. Distrae. Confonde. Una voce fuori campo o un leggio con pochi versi avrebbe accompagnato forse in modo più armonioso le silhouette e, comunque, le silhouette dovevano entrare in scena una volta, non di più. Forse la scelta di rappresentare il Cyrano in un teatro così piccolo avrebbe dovuto essere accompagnata da uno sforzo drammaturgico in più, da una riduzione della storia a pochi quadri iconici ed esaustivi.

Di certo, non è un personaggio facile da interpretare. Quest’opera non è soltanto la storia di un uomo. È anche la storia di un’idea. Come il Frankenstein della Shelley o il Quasimodo di Hugo, il protagonista di questa commedia ribalta il principio greco della kalokagathia (kalos kai agathos: bellezza e bontà): Cyrano è un eroe, un coraggioso spadaccino, un uomo d’onore, un romantico, un poeta, ma la sua bruttezza lo rende malinconico, solitario, chiuso nei propri segreti, innamorato in modo impossibile e, proprio per questo, sofferente. Un viaggio attraverso il problema degli affetti e della incomunicabilità.

A pensarci bene, quello di Cyrano è un mondo non lontano da un certo mondo che oggi conosciamo. Si pensi, nella dimensione della fantasia, al recente romanzo inglese Brutti (2005) di Scott Westerfeld; e si pensi, nella dimensione della più triste realtà, alla critica dell’idea altrui basata sulla critica di un difetto fisico, come si è visto, negli ultimi tempi, in tanti dibattiti, anche da parte di famosi giornalisti e di politici.

Cyrano, dunque, è un personaggio che richiede un’interpretazione tale da trarre amore e rassegnazione, dolore e ribellione dalla parte più profonda di sé. E, in questo, Fasanella è molto bravo: modula bene sguardi e pause, facendo parlare anche i silenzi. L’azione a volte assurge al clima della tragedia, di una sottile crudeltà, viva e bruciante, dovuta all’impossibilità autoindotta di amare. È di briciole che si nutre l’anima di Cyrano: pensieri, speranze, segretezza, esigenze morali. Sotto il balcone di Rossana, troppo vecchio e troppo brutto per essere Romeo, canta il suo amore di cui altri coglierà il frutto. Qualunque appassionato di teatro ha vissuto la propria vita sentimentale cercando quell’apostrofo roseo messo tra le parole t’amo.

Molto poetici alcuni momenti in cui l’immagine si ferma e raccoglie le potenzialità di un quadro: il bacio, che ricorda il bel dipinto di Hayez e che vede il riflesso illuminato di Cyrano allo specchio, quasi una fotografia del suo cuore afflitto … «bacia le parole ch’io dissi poc’anzi»; l’abbraccio disperato di Rossana e Cristiano sul campo di battaglia, che trova la veste rossa di Rossana adagiata sui loro corpi come il sangue della ferita e come la lava del dolore più profondo. Il dolore sale sempre dal vulcano ribollente dell’anima.

L’interpretazione di Virna Zorzan è buona, anche se manca di un po’ di morbidezza nel finale.

Ecco, il finale. Purtroppo la prima fila non riesce a vederlo, se non allungando parecchio il collo: le lastre di plexigas anticovid riflettono l’immagine della balaustra e si perde il gruppo degli attori. Si sarebbe dovuta spostare la scena a metà scale: lei seduta sui gradini a ricamare e gli altri che sopraggiungono. Molto apprezzabile, però, l’idea del cerchio che si chiude, perché con una parte del finale si apre la pièce, quasi la vicenda sia un flashback di gusto cinematografico.

In generale, l’esecuzione non ha avuto picchi da applauso a scena aperta, ma neanche fossi insidiosi. Mai sciatta; sicuramente rispettosa del valore di una parola complessa come quella di Rostand. Una parola che merita di essere ascoltata e vista in questa messa in scena.

I costumi di Rita Forzano sono molto ben curati.

La scenografia di Maurizio Marchini è glabra per esigenze di spazio, ma con angoli sfruttati bene. Peccato che non sia mai presente la luna, l’astro che Rostand fa menzionare più volte al suo Cyrano, in omaggio a chi gli ha ispirato quel personaggio, il vero Cyrano de Bergerac, soldato, filosofo e scrittore seicentesco, precursore della letteratura fantascientifica grazie agli impossibili viaggi nello spazio che è stato capace di immaginare.

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