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“L’amore non lo vede nessuno” non brucia l’anima 

Al Teatro Quirino un giallo esistenziale che non convince, tratto dal romanzo di Giovanni Grasso

Una storia conflittuale e colma di misteri da svelare e riflessioni esistenziali da sublimare e intraprendere che però accusa una staticità ripetitiva e un rigore acerbo nella regia e in parte anche nella recitazione. La trama promette colpi di scena e una tensione penetrante: una donna di nome Silvia indaga sul misterioso ammiratore della sorella da poco deceduta, incontrandolo con cadenza settimanale in un bar per farsi raccontare tutta la verità su di lei. Tuttavia il rapporto tra le sorelle era controverso e i sentimenti veri che lo connotavano, insieme al desiderio di piacere, influiranno su questa indagine.

Franca Penone e Stefania Rocca

L’amore non lo vede nessuno contiene un forte elemento di critica sociale, in particolare a una determinata categoria che non può essere accennata per non svelare il colpo di scena principale, ma anche più in generale all’ipocrisia della società borghese, imbalsamata dietro un pudore falso e retorico, pronta ad agguantare per i propri interessi, ignorando ogni buon senso.

Sfortunatamente lo spettacolo malgrado le buone premesse, originate dal romanzo adattato, non decolla mai e rimane bloccato in uno stantio terreno arido di ripetizioni e approcci scolastici. A livello interpretativo non si riscontra un’intensità penetrante né un’introspezione sottile. Tanta rigidità, poca emozione. C’è da dire che il testo stesso non aiuta con la sua artificiosità e tediosità. Un andirivieni schematico e perentorio, le cui dinamiche stancano nel giro di pochissimo. Un approccio soffocante che non riesce a costruire una suspense che ne giustifichi la tendenza claustrofobica. A peggiorare la situazione i momenti di poco digeribile ilarità al personaggio di Franca Penone, la cui comicità risulta fuori luogo e forzata.

La regia non emerge, non fa scintille. Resta sbiadita, minimale ma senza incisività, modesta ma senza personalità. Frasi significative si rintracciano ma non riescono nel contesto in cui sono inserite a bastare. L’enigma della sorella non viene sviscerato a fondo, i dialoghi sono didascalici, alle volte troppo semplici, altre sofisticati ma si esauriscono nella propria declamazione. Sono citati più volte Sant’Agostino e la teologia cattolica, quasi uno spiraglio di bellezza all’interno di un testo che rischia di apparire per lo più banale e forzato.

Stefania Rocca adotta uno stile di recitazione minimale che di suo potrebbe essere interessante, ma è poca la spontaneità e il suo personaggio rimane in superficie, penalizzato dalla mancanza di una visione drammaturgica forte che imprima intensità e senso allo spettacolo e di conseguenza alle interpretazioni.

Stefania Rocca

Interessante la costruzione dello spazio scenografico: due ambienti compresenti che si alternano attraverso l’uso dell’illuminazione. Sono il bar in cui hanno luogo gli incontri quasi clandestini tra la Rocca e Giovanni Crippa e la casa di lei. Quest’ultima appare come sospesa nel tempo, uno spazio più psicologico che fisico, quello in cui si prepara il cambiamento di Silvia, in cui emergono i suoi veri desideri che poi confluiranno nell’incontro a due nel bar. Un bar sempre vuoto, deserto, tranne che per la presenza quasi metafisica dei due protagonisti che irrompono in questo luogo simbolico con le proprie conflittualità e con i propri desideri repressi.

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L’amore non lo vede nessuno di Giovanni Grasso – Regia: Piero Maccarinelli – Con: Stefania Rocca, Giovanni Crippa e con Franca Penone – impianto scenico Piero Maccarinelli in collaborazione artistica con Fabiana Di Marco – luci Javier Delle Monach – costumi Gianluca Sbicca – Produzione: Centro Teatrale Bresciano Teatro di Napoli – Teatro Nazionale – Teatro Quirino – Teatro Quirino dal 3 all’8 febbraio 2026

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