di Mario Claudio Cesario

 

Un grande classico del musical riportato in scena dal regista Piero Di Blasio con Giampiero Ingrassia e Fabio Canino, che si concede in una piccola intervista.

L’imponente sipario di Via Merulana 244, presenta allo spettatore una piccola bottega di fiori di Skid Row, sinistro quartiere di una New York anni ’60. Già dalle prime immagini presentate, il pubblico intuisce che trattasi di un’aggiornata messa in scena del musical di Howard Ashman basato sull’omonimo film del 1960 di Roger Corman.

In questa pièce teatrale, il giovane regista Piero Di Blasio offre una rilettura innovativa e succulenta de “La piccola bottega degli orrori”. A dare il benvenuto alla gremitissima platea (finalmente) sono le tre formidabili coriste che per scala cromatica e numero ricordano le fatine de “La bella addormentata” della Disney, quanto alla suadente musicalità sono invece subito riconducibili alle muse di “Hercules”, altro riuscitissimo pencil drawing di Walt. Le tre giovani coriste bianche con voci black rafforzano lo spettacolo con energia e vivacità insieme a quattro bravissimi ballerini.

Si racconta la storia del piccolo negozietto di fiori del signor Mushinik interpretato da Fabio Canino, che sta per chiudere i battenti per mancanza di clientela e che viene salvato da un illuminante suggerimento, della collega Audrey interpretata da Belia Martin, di esporre una pianta molto particolare che diviene l’attrazione e il rinascere di questo negozio. L’innocenza dell’ispanica Audrey, è in netto contrasto con il sadismo di Orin Scrivello (Emiliano Geppetto), che interpreta il suo manesco fidanzato dentista dal quale lei, pur se segretamente innamorata del goffo Seymour, non riesce a liberarsi.

Giampiero Ingrassia torna in questo show con un piglio più maturo, visto che già nel 1989, in giovane età, aveva vestito i panni dell’orfano Seymour: un timido e umile commesso del negozio di fiori, disposto ad ogni compromesso per migliorarsi. Lo sbandato nerd scopre il segreto per far rifiorire questa pianta particolare, e questo gli cambierà la vita infondendogli anche il coraggio di palesare, invano, il suo amore alla fidanzatissima Andrey.

Questa particolare pianta appartiene ad una carnivora specie che lui battezzerà col nome di Andrey ll, magistralmente interpretato dalla drag queen internazionale Velma K (Lorenzo Di Pietro) regalando euforia, colore furore allo show. Con questo verde personaggio la platea puntellata da altre coloratissime drag queen impazzisce.

Uno spettacolo dove si palesa la contraddizione della vita, in cui i buoni principi restano tali fino a quando non si è ingolositi da propri tornaconti, dove l’horror si mescola all’irreale.

Dalla Bottega Teatrale di Firenze a “La piccola bottega degli orrori” al Brancaccio, l’istrionico Fabio Canino che debutta in questo suo primo musical e regala al protagonista signor Mushinik quel cinismo e quell’irriverenza che lo rendono gradevolmente comico e divertente, ha deciso di concedersi un’intervista a Quarta parete.

 

Questo coloratissimo musical ha la capacità di reinventarsi ogni volta. E’ dal 1988 che raccoglie consensi, qual’è il suo segreto? Perché per i registi è così speciale?

 Allora, guarda, questo è il destino un po’ di tutti i musical che vengono da quello che viene chiamato l’off Broadway: cioè la parte un po’ più, chiamiamola d’essai, un po’ più alternativa, indipendente dei musical, perché trattano argomenti che nei musical, quelli mainstream, quelli tipo, non so: “La Bella e la Bestia”, “Il Re Leone”, non vengono trattati perché sono, cosiddetti, “per famiglie” e quindi si va più sul largo, sull’argomento largo. “La piccola bottega…” invece fa parte di quel gruppo di musical che in America è considerata, appunto, off Broadway, mentre invece da noi ha preso una piega diversa. É questa secondo me la chiave del successo perché, in realtà, “La piccola bottega degli orrori” è per famiglie, anche se ha un argomento, un titolo un po’ particolare; i bambini impazziscono a vedere la pianta carnivora… ieri sera c’erano dei bambini vestiti da pianta carnivora, perché era Carnevale, si sono vestiti, hanno fatto il vestito e siamo rimasti tutti sconvolti perché non è così famoso in Italia. Ma nonostante, ripeto, sia per famiglie, tratta un argomento che non passa mai di moda, per quello è attuale, cioè quello che nel “Faust” viene chiamato: “che cosa saresti disposto a cedere per ottenere il successo, per ottenere soldi…cosa faresti”, che è un po’ la domanda di sempre in qualunque momento. E in questo musical viene vestita da canzoni, balletti, comicità, allegria, ironia e nel “Faust” invece è una roba serissima, ma l’argomento è quello, nel senso: “a cosa siamo disposti per ottenere qualunque cosa…” e in questo musical è la pianta che rappresenta, chiamiamolo il male, che potrebbe essere, non so, in questo momento il Covid, potrebbe essere Putin, potrebbe essere qualunque cosa no?! A cosa siamo disposti ad arrivare? Però nei musical, la bellezza dei musical, è che ti viene raccontato in maniera sempre più leggera, il che non vuol dire superficiale, vuol dire un modo per fare arrivare a tutti un messaggio più grande. Ed è quello, secondo me, il segreto di questo musical.  

 

 Cosa ha significato l’incontro con Giampiero Ingrassia?

Io e Giampiero ci conosciamo da una vita ma non avevamo mai lavorato insieme. Ci frequentavamo così, ci siamo incontrati a delle cene, a delle feste. Ed è stato un bel momento perché io l’ho sempre ammirato come attore di musical, io ho visto tanti spettacoli di Giampiero e dicevo: “Ah cavolo! È proprio bravo!”. Quando mi è stato proposto di fare il musical e sapevo che c’era anche lui, ho detto subito “si”. Quando il produttore mi ha detto: “Io vorrei fare un musical con te”, a parte l’incoscienza mia di dire subito di si (ride), tanto è vero che poi quando abbiamo iniziato dopo un anno, perché chiaramente te lo dicono un anno prima no?! “Tra un anno faremo…”; e quando sono andato a fare le prime prove ho detto: “ma chi c**o me l’ha fatto fare?! Non riuscirò mai!” perché tu hai visto, c’è gente di una bravura sconvolgente, e poi mi sono messo a lavorare sodo, ma all’inizio non era così semplice. E trovarmi con Giampiero è stato meraviglioso perché, innanzitutto, è una persona molto generosa, è una persona che non ha assolutamente manie, smanie…e quindi ci siamo trovati molto bene. Troppo bene. Tanto che noi spesso ridiamo in scena, combiniamo guai, proprio perché c’è questa grande intesa.

 

Curriculum eterogeneo: attore, autore, personaggio e conduttore televisivo e radiofonico… l’impegno sociale che la vede testimonial della diversità come risorsa da valorizzare affinché la normalità non incateni l’amore… Fabio è ancora tanto altro da scoprire?

Domande… (sorride)… Caro “uagliuncell” (sapendo delle nostre origini partenopee) quanti anni hai te? (rispondo alla domanda) ah facc! (in napoletano) buono! Allora, “c’è tanto da scoprire?” Non lo so! Guarda sicuramente quello che hai scoperto, cioè quello che è pubblico, è vero, nel senso: io tra i tanti difetti ho quello di essere molto sincero, che nel nostro lavoro è un grande problema, perché è meglio sorridere, dire si a tutti, bravi tutti… no io invece ti devo dire quello che penso. Spesso l’ho pagato. Lo pago. Ma lo rifarei però devo dire la verità, non è che mi lamento, nel senso: io sono così. Voglio tornare a casa mia, guardarmi allo specchio e dire: “ok, è così, è andata così”. Però se c’è altro da scoprire… ci sono cose che non si scopriranno mai perché secondo me c’è una parte della vita che va lasciata privata: gli affetti più cari, anche perché non tutti sono disposti ad essere messi sotto le luci sempre. Io frequento delle persone, ho degli amici carissimi, ho avuto dei compagni carissimi che però non gli piacevano tanto le “luci della ribalta”. E quindi quella è una parte che rimarrà sempre coperta. Se poi tu scopri qualcosa e mi vuoi fare da analista e mi dici cosa hai scoperto mi fa piacere. (sorride)   

 

Chi sono i suoi maestri?

Eh sono tanti, tanti, tanti… sono tanti e nessuno. Nel senso: ho tante persone che stimo, che ho stimato e che stimerò per sempre. Più che maestri, sono stati consiglieri, sono stati fonte di ispirazione, però non ho mai voluto né copiare né ispirarmi nel mio modo di fare a qualcuno. Però ci sono da i Vianello, i Corrado per quanto riguarda la televisione, Raffaella Carrà, la mia amata Raffaella. Poi in realtà…quelli, nel senso che io metto molto del mio. Anche quando ho scelto di fare teatro a un certo punto, dopo aver fatto il teatro classico, dicevo: “non mi piace, non sono adatto, non sono bravo, c’è gente più brava di me”. Ho capito che bisogna trovare il vestito giusto. Non è tanto importante dire quello che si vuol fare, ma quello che non si vuol fare, quello che non si può fare. Quindi andavo negli Stati Uniti, mi sceglievo i testi, me li portavo in Italia, li traducevo, li adattavo e li facevo. Sembravo bravissimo perché mi ero scelto quello che era adatto a me. Se invece io fossi andato a fare i provini come tanti fanno qua, sicuramente ci sarebbe stato sempre qualcuno più bravo di me, ma non mi sarei mai sentito a mio agio, mi sarei sentito in un vestito che non era mio. Invece per me è importante, soprattutto per quanto riguarda il teatro, ma anche in TV, fare quello che sono. Nel senso che ci devo sempre mettere una parte mia, io sono sempre autore quando faccio televisione, radio, perché devo per forza metterci una parte mia.        

 

 Una grande del passato ha detto: “Ogni sera mi voglio dare letteralmente in pasto a chi viene a vedermi a teatro”. Lei che tipo di rapporto ha con il suo pubblico?

No io non mi voglio dare in pasto, assolutamente. Io voglio divertirmi con…, giocare con…, ma non darmi in pasto, assolutamente no. Non fa proprio parte del mio percorso e anche del mio modo di lavorare. Però mi piace che le persone siano coinvolte e siano partecipi, che non siano solo spettatori ma anche in qualche modo attori di quello che vedono. Lo spettacolo prima di questo che è “Fiesta”, è molto divertente, ci sono gli ultimi 35 minuti in cui io improvviso con il pubblico e faccio scegliere a loro il finale. Tra tre possibili finali. E quella è una parte assolutamente, siccome “Fiesta” l’ho scritto io, ma quella parte lì in modo particolare è proprio… mi riguarda. Quando il pubblico diventa protagonista. Ecco, quello mi piace tanto.

 

Seconde lei il teatro soffre la mancanza di testi teatrali? Se si, come si può migliorare l’offerta?

 Non è tanto il teatro, è l’Italia che soffre di una mancanza di rispetto per la cultura in generale. Ci sono meravigliosi autori che vengono sempre rappresentati: Shakespeare, Pirandello, Goldoni e via via… però nel mondo e in Italia ci sono autori giovani bravissimi che non trovano spazio. Mentre invece in tanti paesi del mondo, faccio l’esempio: la Germania, nei teatri ci sono i drammaturgi, ci sono proprio le persone che sono lì per scrivere cose nuove. Invece qui c’è questo fatto che non si crede che un giovane o un nuovo autore…poi “giovani” sai, in Italia, si è giovani fino a 40/50 anni perché non ti danno spazio… che possa essere valido come un grande classico. Invece secondo me in teatro ci vorrebbero i grandi classici assolutamente, ma accanto ai grandi classici i nuovi che un giorno magari qualcuno di loro può diventare un classico. Per ovviare ci vuole, innanzitutto più rispetto per la cultura, considerarla anche quella una fonte di guadagno, nel senso, si dice che con la cultura non si mangia. Non è vero assolutamente. Se la si fa seriamente e la si organizza teatro per teatro, città per città, regione per regione anche con delle sovvenzioni più serie, si può fare, si può cambiare. Fino a che si considererà il teatro come l’ultima ruoto del carro… guarda cosa è successo durante la pandemia, parlavano di tutto, di tutto, ma mai di teatro…     

 

 Il suo futuro artistico come lo immagina?

Eh…bella domanda. Guarda io in realtà non avrei più voglia di fare un niente nella mia vita, purtroppo, ma non me lo posso permettere. Quindi me lo immagino con la curiosità che mi ha contraddistinto fino ad adesso, cioè di scoprire via via delle cose nuove che voglio fare, durante i miei viaggi andare a vedere spettacoli all’estero, informarmi, “ma questo chi l’ha scritto?!… chi l’ha fatto?!”, per magari portarlo in Italia. Quello mi piace sempre quando faccio delle cose che qua non c’erano e le porto io. Però come futuro, guarda oggi parlare di futuro è veramente rivoluzionario perché con tutto quello che sta succedendo nel mondo, il futuro è tra mezz’ora. Non scommetterei niente che non vada al di là di una settimana.       

A fine intervista lo ringrazio e Fabio Canino mi risponde: “Prego!… breve e intensa, vedi?!

 

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